Quali motivi ostacolano l’inizio di una psicoterapia?
Quali sono i motivi e i fattori che possono essere da ostacolo all’inizio di una psicoterapia e alla ricerca di un aiuto specialistico nell’ambito della salute mentale? I fattori si collocano a diversi livelli, da una parte credenze su cosa significa benessere psichico e disturbi psicologici, ma anche ostacoli pratici, economici e strutturali.
Entriamo nel vivo di quelli che possono essere alcuni fattori psicologici, cioè le credenze e i pensieri che alimentano la reticenza verso la psicoterapia come strumento di aiuto.
“I miei problemi non sono così gravi”
Questa credenza implica la minimizzazione del proprio malessere e la visione di una psicoterapia che debba essere attivata come estrema ratio solo in situazioni complesse e psicopatologicamente gravi. Questa prospettiva porta con sé i rischi di mancate diagnosi, ritardi diagnostici e terapeutici, cronicizzazione dei disturbi. La minimizzazione dei sintomi può essere legata anche a una scarsa conoscenza e scarsa consapevolezza di quali sono e in cosa consistono i disturbi psichici e di come funziona la psicoterapia: molte persone non riconoscono i propri sintomi come segni di un problema psicologico trattabile con terapia (Lui, Sagar-Ouriaghli, Brown, 2024). Ad esempio, si pensi ai casi in cui lo stress cronico viene considerato quasi la normalità. In realtà, gli studi evidenziano che è fondamentale cercare supporto precocemente per permettere alla persona di stare meglio in tempi più brevi. Quindi: forse il mio malessere ha un nome, i miei sintomi non sono trascurabili, perché aspettare che le cose peggiorino?
“Devo essere in grado di risolvere i miei problemi da solo: andare in terapia significa essere deboli”
Entriamo nel vivo delle norme culturali e dello stigma sociale, che viene purtroppo facilmente interiorizzato: si evita di cercare aiuto perché si teme di essere giudicati come “deboli” e di subire conseguenze negative (“Chissà cosa penseranno di me i miei familiari o i miei amici, e se lo sapessero anche sul lavoro?”). Oltre che il timore del giudizio altrui è a volte presente anche lo stigma interiorizzato: “Io stesso credo che dovrei cavarmela da solo, che se chiedo aiuto a un terapeuta significa che sono debole e inadatto”. Questa credenza è stata rilevata da diverse ricerche, che evidenziano come ancora in alcuni casi l’aiuto psicologico venga associato all’idea di debolezza personale o fallimento (Zaman et al., 2022).
“Anche il terapeuta mi giudicherà”
Per alcune persone esprimere in modo autentico le proprie difficoltà emotive in psicoterapia significa sentirsi estremamente vulnerabili. Possono ad esempio insorgere preoccupazioni riguardo cosa potrebbe pensare il terapeuta di quello che si condivide in seduta, piuttosto che la sensazione di diffidenza e il timore di non essere compresi. Il terapeuta non è un amico, tanto meno una figura giudicante; è un professionista che mette in campo competenze complesse relazionali e tecniche, che è in grado di ascoltare e accogliere autenticamente ed empaticamente l’unicità dei vissuti di cui ciascuna persona è portatrice. Se questo timore è presente, può essere un fattore interferente persino per l’inizio di una psicoterapia; se emerge nelle prime sedute e nel corso della terapia, è importante condividere questo timore con il proprio terapeuta, di modo che possa lavorare anche su questo aspetto.
“Se inizio una psicoterapia dovrò andarci per sempre?”
No, una psicoterapia prevede un inizio e una fine. Gli obiettivi vengono condivisi e concordati regolarmente nell’ambito della relazione terapeutica che è una relazione cooperativa, in cui paziente e terapeuta collaborano verso obiettivi comuni. In tal senso, nell’orizzonte di una psicoterapia che inizia e che evolve è anche presente la possibilità della sua fine. La frequenza delle sedute e la durata del percorso sono elementi che vengono condivisi e concordati tra paziente e terapeuta; terapeuta che ben sarà consapevole che lo scopo della psicoterapia non è invischiare il paziente in un legame di dipendenza. A seconda dei bisogni, della condizione clinica e degli obiettivi le terapie potranno caratterizzarsi come più brevi o più prolungate nel tempo.
“Dovrò raccontare tutto di me, anche i pensieri più intimi e segreti”
In psicoterapia non viene richiesto di rendere la propria mente completamente trasparente e totalmente accessibile. E’ di fatto il paziente che decide che cosa, quando e come condividere emozioni, pensieri, ricordi. In una relazione improntata sulla condivisione degli obiettivi terapeutici, il terapeuta è sensibile al ritmo del paziente, ai suoi bisogni, cerca di comprenderne i tempi e le difficoltà relative all’apertura di sé, affinché il paziente senta che il rapporto terapeutico sia comunque sostenibile: questo sforzo collaborativo costruisce nel tempo fiducia e alleanza terapeutica per consentire buoni esiti del trattamento.
“Ho timore di quello che potrei provare e di quello che potrei scoprire di me stesso”
La persona sa che la psicoterapia potrebbe essere utile, ne intravede l’utilità, ma prevalgono alcune paure. In primis, la paura di trovarsi a rivivere esperienze dolorose e emozioni negative intense, rispetto alle quali si vive la preoccupazione di perdere il controllo a livello emotivo (siamo in un assetto di evitamento cognitivo ed emotivo). Un altro aspetto, può essere sentire di dover garantire a sé stessi e al terapeuta dei risultati: e se invece mi rendessi conto che non riesco a cambiare e tutto rimanesse uguale? Si tratta del timore di deludere sé stessi e l’altro. Tanto vale non iniziare nemmeno. Oppure, viceversa, può insorgere il timore che la psicoterapia apra alla possibilità di cambiamenti nelle relazioni e nella propria identità; in quanto apertura al nuovo, l’incertezza e il cambiamento fanno paura, vissuti come una minaccia rispetto a ciò che invece si conosce e si vive come consolidato.
Nonostante da un punto di vista naif queste ambivalenze siano comprensibili, va esplicitato che la psicoterapia aiuta nel processo di conoscenza di sé e di ridefinizione di alcuni aspetti e comportamenti, nella gestione dei sintomi, delle emozioni e della sofferenza, consente una maggiore consapevolezza sul sé e sulle relazioni, in alcuni casi favorendo decisioni e cambiamenti che non verranno aprioristicamente indotti nè imposti, bensì eventualmente maturati dalla persona stessa in modo autentico e spontaneo.