Il Sè digitale (2026): il corpo nell’esperienza tecnologica
PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 86) Il sé digitale (2026) di Vittorio Gallese – Recensione
Uno dei bias che accompagna il digitale è che sussista una separazione tra dimensione digitale e fisicità, quasi che virtuale e presenza costituiscano due realtà distinte, contrarie e incapaci di coesistere. In realtà, questa opposizione non riflette la natura della nostra esperienza: noi siamo anche ciò che facciamo con i device e le tecnologie digitali. L’evidenza è biologica: per esempio, l’accelerazione cardiaca che precede l’apertura di una notifica o la spossatezza sensoriale che segue le lunghe sessioni in videochiamata confermano che non siamo affatto altrove. Ci dice che siamo lì con la mente e con il corpo.
Questa continuità tra sistema biologico e ambiente tecnologico trova un riscontro teorico e applicativo nel paradigma della Embodied Artificial Intelligence (EAI) secondo cui l’intelligenza artificiale non può evolvere in maniera astratta e disconnessa dalla realtà fisica, anzi, diviene il risultato diretto di come un corpo interagisce con l’ambiente. L’Embodied Artificial Intelligence dimostra che la cognizione dipende strettamente dal feedback sensomotorio: per capire il mondo, il sistema deve poterlo toccare e abitare. Sulla base di questi presupposti, Vittorio Gallese nel libro Il Sè digitale (2026) analizza la riconfigurazione dell’esperienza incarnata, evidenziando come ogni interazione mediata rimanga strutturalmente vincolata ai processi sensoriali, motori e neurali del soggetto. Piuttosto che un’entità virtuale a sé stante, il Sé digitale è un’estensione del nostro sistema nervoso: una capacità del corpo di imparare a sentire e interagire all’interno di nuovi habitat tecnologici.
L’empatia mediata: circuiti specchio e interazione digitale
Il professor Gallese nel suo libro Il Sè digitale (2026) definisce il corpo come ‘medium primario’: ogni interazione mediata è strutturalmente vincolata ai processi sensoriali, motori e neurali del soggetto. Se oggi riusciamo a emozionarci guardando un film o a sentirci “connessi” a qualcuno che si trova a migliaia di chilometri di distanza, lo dobbiamo a un meccanismo che Gallese ha contribuito a scoprire: la simulazione incarnata. Grazie ai neuroni specchio, il nostro cervello “simula” internamente le azioni e le emozioni che vediamo negli altri, permettendoci di comprenderli in modo immediato, viscerale, prima ancora di pensarci su. Ma cosa succede quando questo rispecchiamento avviene attraverso uno schermo? Questa risonanza assume una natura aptica (dal greco haptikos, ‘relativo al tatto’): lo schermo diventa un’estensione del corpo che sollecita attivamente il nostro sistema sensomotorio. Per questo, toccare uno schermo non è un semplice gesto meccanico ma un atto motorio che coinvolge direttamente il sistema nervoso, generando quelle ‘micro-trasformazioni’ del corpo che ridefiniscono i confini dell’esperienza. La relazione mediata rimane dunque un incontro tra sistemi biologici complessi che, attraverso i sensi, conservano la capacità di risuonare reciprocamente.
A conferma della visione di Gallese, la ricerca recente sulla Embodied Artificial Intelligence suggerisce che una vera comprensione reciproca tra umani e macchine non potrà nascere da algoritmi sempre più grandi (come i modelli di linguaggio attuali), ma solo dallo sviluppo di una cognizione incarnata condivisa. Senza un’esperienza fisica del mondo in prima persona, anche la tecnologia più avanzata non fa altro che rimanere osservatore esterno, incapace di quella risonanza che Gallese nel suo libro Il Sè digitale (2026) pone alla base del Sé e dell’incontro con l’altro.
Il Sè digitale (2026): standardizzazione dell’identità nella narrazione digitale di sé
Un punto centrale dell’analisi riguarda il nostro rapporto con l’Intelligenza Artificiale. Le intelligenze artificiali generative, i chatbot e gli avatar sono progettati per replicare tratti umani e rispondere a bisogni relazionali, persino per “ascoltarci” senza mai giudicare. Ma qui si nasconde una trappola per la nostra soggettività. L’algoritmo non è un corpo vivo; non ha vulnerabilità, non ha storia né vissuto, non ha sensi, né dimensione biologica. Il rischio è che, modellando il Sé su interazioni prive di frizione o di resistenza, si perda la capacità di gestire il conflitto e la fragilità, elementi costitutivi dell’incontro intersoggettivo.
Gallese nel suo libro Il Sè digitale (2026) analizza come la nostra stessa memoria stia diventando “delegata”. La memoria è anche narrazione di sé, un processo creativo che richiede uno sforzo cognitivo e affettivo; nel momento in cui un sistema predittivo si sostituisce al soggetto nel comporre la propria storia, l’identità rischia di risultare standardizzata. Per esempio, funzioni come i Ricordi di Facebook o i “Per te” di Google Foto decidono per noi cosa vale la pena ricordare; l’esperienza del ricordo perde la sua unicità soggettiva per diventare solo l’ennesima opzione di un software.
Se l’efficienza algoritmica prevale sulla selezione soggettiva, si perde quella componente di imprevedibilità che è fondamentale nei processi relazionali e di riconoscimento reciproco. L’interazione mediata da sistemi non biologici non può infatti sostituire la complessità del legame che nasce dalla condivisione di un limite fisico e temporale comune.
Estetica radicale: la necessità di tornare a sentire il mondo
Come possiamo, dunque, abitare le tecnologie digitali in modo funzionale?
Piuttosto che un rifiuto della tecnologia, il libro Il Sè digitale (2026) propone l’estetica radicale, un approccio basato sul recupero dell’aisthesis, ovvero la nostra capacità originaria di percepire il mondo attraverso i sensi. In un ambiente digitale progettato per essere fluido e privo di intoppi, questa prospettiva diventa una forma di resistenza. L’obiettivo è difendere la frizione dell’esperienza: quel margine di incertezza, lentezza e incomprensione che caratterizza ogni vero incontro umano. Mentre l’algoritmo tende a eliminare ogni ostacolo per rendere l’interazione efficiente e uniforme, l’estetica radicale ci invita a restare in contatto con ciò che è imprevedibile e non programmabile, restituendo al corpo il suo ruolo di filtro critico nei confronti della realtà digitale.
Riconoscere la tecnologia come uno strumento per potenziare le capacità umane, anziché come un sostituto delle relazioni dirette, rappresenta oggi una necessità. In ultima analisi, il saggio evidenzia che il valore di un’esperienza non dipende dalla precisione tecnica del mezzo digitale, ma dalla risposta fisica che essa genera nel soggetto. È proprio in questa dimensione sensoriale fatta di incertezze e di reazioni biologiche non pianificabili che si traccia il confine tra macchina e umano.