Oltre il mito della maternità ideale
È sufficiente fare una ricerca online o sfogliare un qualsiasi testo sulla maternità, per trovare una miriade di informazioni su gravidanza, parto, post-partum, sulle montagne russe emotive e sul profondo cambiamento identitario che molte donne- e spesso anche i loro partner- attraversano durante e dopo la nascita di un figlio. Molto meno, invece, si parla dei retaggi culturali, delle credenze radicate e dei falsi miti che continuano a plasmare queste esperienze, influenzando aspettative, vissuti e perfino il modo in cui la collettività interpreta la maternità.
In alcune società contemporanee, esiste ancora una visione idilliaca della maternità: “Dio non poteva essere dappertutto, così ha creato le madri…”– così recita un famoso proverbio ebraico, dipingendo l’amore materno come incondizionato, infinito, inesauribile, paragonabile all’amore di un Dio.
La realtà, però, dimostra che la maternità non è solo Paradiso.
Maternità: tra crisi, ruolo e retaggi culturali
La nascita del primo figlio comporta il passaggio dalla diade coniugale alla triade familiare; la famiglia, dunque, entra nella seconda fase del suo ciclo di vita che vede i genitori impegnati nella gestione del nuovo arrivato. A ciò, segue la ridefinizione di ruoli e compiti che implicano l’accesso ad un nuovo mondo che impone un costante apprendimento e un profondo adattamento al nuovo. Questi cambiamenti sono ancora più impegnativi per le neomamme (Carvalh e coll; 2017). L’acquisizione e la pratica del ruolo di madre è un processo complesso che prevede, in primis, la ridefinizione del proprio Sè (sul piano fisico, mentale ed emotivo), l’assunzione di responsabilità, la riorganizzazione della propria vita mentale e materiale. La strada che ogni madre percorre in questo cammino complesso, a volte è più lineare, altre volte più ripida, specialmente quando la donna, invece che da fattori di protezione (supporto sociale, per fare un esempio), è circondata da fattori di rischio (relazione di coppia conflittuale, assenza di supporto sociale, ecc).
Dunque, è necessario smentire l’idea per cui la maternità è una condizione assolutamente appagante. Maternità è innanzitutto crisi, nel senso positivo e negativo del termine.
Tuttavia, a causa dei retaggi culturali, dei luoghi comuni, delle leggende e dei falsi miti che rappresentano la maternità come un giardino dell’Eden, per una mamma può non essere semplice parlare delle difficoltà che si incontrano nella gestione dei figli. “Ma perchè ti lamenti! È tuo figlio! Chi vuoi che lo cresca?” Queste sono alcune delle frasi che una donna potrebbe sentire, se provasse a lamentarsi della stanchezza, delle difficoltà che la genitorialità comporta. È come se per la società, la maternità, come la curiosità, fosse donna: proprio per la potenza generatrice femminile, pare che la maternità debba essere attribuita alla donna ad ogni costo. Generare però, non significa soltanto procreare a livello biologico. Generatività è creare, dar vita a qualcosa, sia esso un figlio o un suo equivalente a livello simbolico (Scabini, lafrate; 2019).
Falsi miti sulla maternità
Dunque, esistono falsi miti sulla maternità? Assolutamente sì.
Primo tra tutti, il falso mito del sacrificio assoluto. Certo, diventando genitori, soprattutto durante i primi mesi del postparto è funzionale “mettersi da parte”; tuttavia, dimenticare e perdere se stessi, a lungo andare può essere logorante. Il mito del sacrificio non perdona frasi egoistiche del tipo “Lo faccio per me”. È un mito che genera messaggi impliciti che incitano le donne a lasciare il lavoro in cambio di maggiore tempo a disposizione per i figli, trascurare gli interessi, le amicizie o il rapporto di coppia, o ancora a sentirsi in colpa. A tal proposito, Massimo Recalcati, all’interno del suo capolavoro “Le mani della madre”, ci ricorda quanto sia maligna la maternità che sacrifica la donna nel nome assoluto della madre.
La seconda leggenda sulla maternità è quella per cui l’istinto materno è insito in ogni donna che, dunque, può comprendere da subito il proprio bambino. In realtà, ogni mamma impara a conoscere gradualmente i propri figli, così come si fa con qualsiasi persona che si incontra per la prima volta. Il primo trimestre del periodo del postparto, infatti, è un processo di conoscenza reciproca tra madre e figlio, i quali, nonostante si siano già “conosciuti” durante la gravidanza, si incontrano soltanto dopo il parto.
Al terzo posto, si colloca la credenza per cui una madre che allatta tiene più al suo bambino rispetto ad una madre che non allatta. Per quanto allattare i propri figli possa essere un’esperienza unica durante la quale si è concretamente in simbiosi l’un l’altra (il bimbo si nutre di latte, la madre si nutre di amore), per molte donne allattare può essere faticoso, se subentrano problematicità che possono rendere l’allattamento doloroso e che possono spingere la madre ad optare per il latte artificiale. Nutrire il proprio figlio con la formula, e non con il proprio latte, non significa amarlo di meno.
Una madre è sempre felice, e non si pente e stanca mai di esserlo, perché la maternità è una condizione di per sè appagante: questo è un altro falso mito sulla maternità. Una madre non è una macchina da guerra e, così come una batteria, quando è scarica, ha bisogno di ricaricarsi. L’idea per cui una madre è sempre felice e carica come una super-eroina, può portare una donna a credere che ci sia qualcosa di sbagliato in lei, qualora non riesca ad affrontare determinate situazioni, perché “tutte le madri ce la fanno benissimo”. Purtroppo queste aspettative sono irrealistiche perché non tengono conto che diventare madri è un cambiamento di vita pieno di incognite e di difficoltà difficilmente prevedibili (Epis; 2020).
Altra credenza è quella per cui ogni madre, non appena vede il proprio bimbo per la prima volta, se ne innamora perdutamente. E se non fosse così per tutte le mamme? Come può sentirsi una donna che non si innamora, a prima vista, del proprio bambino?
“Il senso di colpa che molte neo-madri esperiscono di fronte alla propria esausta imperfezione, almeno rispetto a un modello irrealistico di madre sorridente e sempre felice di mettere i bisogni dei loro figli davanti ai propri, è uno degli inneschi principali della depressione post partum” (Ferrari; 2018)
L’istinto materno è un mito. La donna che è in grado di intuire e soddisfare all’istante ogni esigenza del suo bambino, e di fare tutto da sola, è un mito. Molte madri scoprono i sentimenti di affetto e amore verso i loro bambini dopo qualche settimana dalla nascita, altre hanno difficoltà nel tirar fuori l’amore materno (Roseth e coll; 2018). Così come esistono genitori che riescono ad amare i loro bimbi non ancora nati, a costruire già durante la gravidanza un attaccamento prenatale, allo stesso modo ci sono genitori che fanno fatica ad innamorarsi dei propri figli. Piano piano, il contatto con il bambino può aiutare a sviluppare l’amore materno; tenere, coccolare, parlare, portare, fare il bagno, nutrire e dormire con i loro bambini aiuta a promuovere sentimenti di “legame” e a sviluppare una connessione emotiva con il bambino. Molte donne, dal momento in cui scoprono che una nuova vita sta crescendo dentro sé stesse, riescono a creare un forte legame emotivo con il feto; altre invece fanno più fatica, per cui possono sentirsi sbagliate o in colpa nel non esternare l’amore per i figli, così come le altre mamme. In quest’ultimo caso, dunque, sperimentando una relazione molto più distaccata con il nascituro, possono addirittura dubitare di poter svolgere il ruolo materno e di volere davvero il bambino. Il legame tra mamma e figlio, dunque, può anche non crearsi in maniera istantanea; sono molte, infatti, le modalità con cui le madri si “affezionano” ai loro bambini. Ci sono madri che, fin dalla gravidanza, riescono a creare un attaccamento prenatale con i loro bambini, e madri che necessitano di più tempo per innamorarsi dei propri figli.
Abbandonare i miti per vivere la maternità in modo autentico
Sistemi di credenze, mitologie e magie, costruzioni che altro non sono che forme di controllo ideate dagli uomini, possono portare ad interpretare la realtà in maniera differente dal reale. Sono necessari nuovi modelli per pensare al passaggio alla maternità o “matrescenza”, intesa come transizione evolutiva alla maternità. Proprio come un neonato transita all’infanzia, e un fanciullo transita all’adolescenza, e in questa transizione non dovrebbero essere ostacolati da interferenze, ogni donna dovrebbe transitare verso la maternità senza nessuna intromissione. Le donne hanno bisogni biologici, ormonali ed emotivi unici durante il periodo perinatale e tali bisogni sono troppo spesso minacciati da false credenze. Comprendere e rispondere alle convinzioni, alle credenze e agli atteggiamenti delle donne durante il periodo perinatale, dovrebbe essere un obiettivo importante della politica internazionale sulla salute della maternità; questo perché l’espressione “assistenza centrata sulla donna” riflette non soltanto gli aspetti fisiologici della maternità, ma anche quelli psicologici, psicosessuali e psicosociali. Il benessere psicosociale delle donne, è ora considerato altrettanto importante del suo benessere fisico.
Alla luce di quanto sopra descritto, cosa si potrebbe fare per abbattere le false credenze che spesso abbattono le mamme?
La soluzione potrebbe essere: PARLARNE.
La credenza più preziosa da diffondere sulla genitorialità potrebbe essere che ciò che davvero conta, in un genitore, è l’intenzione di fare bene: impegnarsi a dare il meglio di sé con le risorse e il tempo disponibili. Per una mamma e un papà, prendersi cura di sé non dovrebbe essere un’eccezione, ma una regola: concedersi del tempo, vedere gli amici, fare sport, divertirsi. Solo così la genitorialità può diventare un’esperienza autenticamente significativa e unica.