EFT-NOVEMBRE-2022

Il suicidio assistito nei pazienti psichiatrici: una revisione sistematica

I pazienti psichiatrici che hanno ottenuto o richiesto il suicidio assistito avevano spesso una sintomatologia grave con comorbidità psichiatriche e fisiche

ID Articolo: 195634 - Pubblicato il: 19 ottobre 2022
Il suicidio assistito nei pazienti psichiatrici: una revisione sistematica
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La prima revisione sistematica con l’obiettivo di identificare e descrivere i dati disponibili relativi ai pazienti che hanno ricevuto o richiesto l’eutanasia o il suicidio assistito (pEAS) è stata condotta da Calati e colleghi nel 2020.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA  Nei Paesi Bassi, in Belgio, in Lussemburgo e in Svizzera, l’eutanasia o suicidio assistito (EAS) non è limitata ai pazienti con malattie organiche, ma anche a pazienti psichiatrici. Per esempio, nei Paesi del Benelux, la “sofferenza insopportabile” dovuta a condizioni mediche (somatiche o mentali) che “non possono essere alleviate” è tra i requisiti di ammissibilità per ottenerla (in assenza di ragionevoli alternative). In effetti, il dolore psicologico/mentale può diventare intollerabile e presenta substrati neuroanatomici sovrapponibili a quelli del dolore fisico (Eisenberger, 2012).

Nei paesi in cui questa procedura è consentita, le persone che la richiedono sono in progressivo aumento. Un’indagine condotta su 1456 medici ha rilevato che il 2% di tutte le richieste proveniva da pazienti psichiatrici (Van der Heide et al., 2012), e questa stima sembra destinata a crescere.

Malattia mentale e suicidio assistito

Nonostante il suicidio assistito per persone con malattie mentali sia una pratica limitata, la sua crescente frequenza solleva preoccupazioni etiche e legali (Lopez-Castroman, 2017), in particolare a causa dell’assenza di criteri di ammissibilità specifici o aggiuntivi per i pazienti psichiatrici. Infatti, il requisito di ammissibilità della sofferenza mentale insopportabile è una condizione comunemente sperimentata anche dai pazienti psichiatrici a rischio di suicidio (Ducasse et al., 2018).

La prima revisione sistematica con l’obiettivo di identificare e descrivere i dati disponibili relativi ai pazienti psichiatrici che hanno ricevuto o richiesto l’eutanasia o il suicidio assistito (pEAS) è stata condotta da Calati e colleghi nel 2020. Lo studio, inoltre, ha cercato di descrivere i punti eticamente salienti che emergono dalla letteratura empirica su questo argomento.

Ciò che questa revisione ha dimostrato è che, come già anticipato, l’eutanasia o il suicidio assistito per pazienti psichiatrici (pEAS) è in progressivo aumento nei Paesi in cui è consentita. Nei Paesi Bassi, la percentuale di pEAS è aumentata dal 6,8% all’8,7% nel periodo 2013-2017. In Belgio, la pEAS è aumentata dallo 0% al 2,2% nel periodo 2002-2013. Per quanto riguarda la Svizzera, il tasso di pEAS è del 2,1%.

Complessivamente, i pazienti che hanno ricevuto la pEAS erano per lo più donne (70-77%), presentavano almeno due disturbi psichiatrici (56-97%) o comorbilità medica (22-23%). Solo in Belgio la maggior parte (71%) aveva una sola diagnosi.

Nei Paesi analizzati, i disturbi dell’umore erano la diagnosi principale (55-71%), seguiti dai disturbi di personalità (50-64%). In una serie di casi provenienti dal Belgio è stata riscontrata un’alta percentuale di disturbi dello spettro autistico.

Non è un caso che i pazienti psichiatrici che hanno ottenuto o richiesto il pEAS avevano spesso una sintomatologia particolarmente grave, con un alto tasso di comorbidità psichiatriche e fisiche; è noto che le comorbilità sono particolarmente frequenti in coloro che tentano li suicidio, soprattutto nei tentativi reiterati (Blasco-Fontecilla et al., 2016). Inoltre, è stato riportato il ruolo del dolore fisico nei pensieri e nei comportamenti suicidari (Calati et al., 2017).

La percentuale maggiore di donne è un dato interessante poiché, seppure in linea con i dati di frequenza dei tentativi di suicidio tra i due generi, riporta numeri opposti alle stime di prevalenza dei decessi per suicidio (dovuto anche al fatto che gli uomini utilizzano mezzi più letali provocandosi la morte; Bachmann, 2018).

Una spiegazione a questo dato potrebbe risiedere nel fatto che il pEAS possa essere preso in considerazione dalle donne nel tentativo di porre fine alle loro vite, dato che è un mezzo letale. Infatti, nello studio che confronta i suicidi assistiti e non assistiti in Svizzera, il tasso di suicidi non assistiti era più alto negli uomini che nelle donne, mentre il tasso di suicidi assistiti era simile in entrambi i sessi.

Messaggio pubblicitario MASTER DSA  Altre spiegazioni potrebbero risiedere nella preponderanza delle donne con diagnosi di depressione (Hyde & Mezulis, 2020), una delle principali diagnosi che hanno ricorso all’pEAS, oppure alle diverse aspettative e norme sociali in relazione alla mascolinità tradizionale (Moller-Leimkuhler, 2003), che potrebbero non essere associate alle rappresentazioni relative al suicidio assistito. Questi soggetti sono notevolmente simili ai soggetti che si tolgono la vita per suicidio “tradizionale”. Infatti, la psicopatologia, in particolare i disturbi dell’umore e della personalità, e le malattie fisiche concomitanti sono tra i fattori che influenzano il rischio di suicidio (Turecki & Brent, 2016).

Le caratteristiche cliniche di suicidio e suicidio assistito

Date le caratteristiche cliniche che si sovrappongono a quelle dei suicidi non assistiti, il rischio attuale potrebbe essere quello di convertire i suicidi “tradizionali” in pEAS o di aumentare la mortalità per suicidio dando accesso a metodi letali ai pazienti.

Le persone che muoiono a causa di malattie mediche e che ricevono l’eutanasia o suicidio assistito tendono a essere persone dotate di autodeterminazione, capacità di scelta e controllo; i pazienti psichiatrici nella fase acuta della loro malattia potrebbero non avere queste caratteristiche (American Association of Suicidology, 2017), e questo potrebbe rappresentare un grave problema, dato che è consentita in presenza di “sofferenze insopportabili” e in assenza di alternative ragionevoli.

Lavorare sulla sofferenza psicologica insopportabile è un obiettivo per la prevenzione del suicidio nella pratica quotidiana della psicoterapia.

Ci troviamo di fronte a un paradosso: la “sofferenza psicologica insopportabile” è un criterio richiesto per l’eutanasia o suicidio assistito e al tempo stesso è considerato un fattore che può invalidare la capacità individuale di autodeterminazione e di controllo, rendendo impossibile per i pazienti essere eleggibili per l’eutanasia o suicidio assistito. La presenza di un’intensa sofferenza mentale in pazienti con una condizione psichiatrica/psicologica potrebbe limitare la loro capacità di prevedere alternative praticabili e potrebbe indurre il desiderio di morire.

Inoltre, un paziente può percepire la propria sofferenza insopportabile come irrimediabile, ma in realtà alcuni correlati della sofferenza, ad esempio problemi economici o di accesso alle risorse, potrebbero cambiare nel tempo (Verhofstadt et al., 2017). La questione della sofferenza irrimediabile/irreversibile deve essere considerata anche in relazione all’alta percentuale di pazienti che non desiderano più morire e/o ritirano la richiesta di pEAS, indicando la possibile natura transitoria della sofferenza mentale insopportabile e la sua complessità (Caceda et al., 2017).

In conclusione, anche se la psicopatologia non implica automaticamente la mancanza di capacità mentale del paziente, è molto probabile che influenzi il suo processo decisionale o aumenti il rischio di incapacità. Riflettere e comprendere se e in quali condizioni la pEAS possa essere accettata per le persone con disturbi psichiatrici rimarrà un elemento cruciale in questo ambito.

 

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