La riabilitazione cognitiva: dai presupposti neurofisiologici all’intervento clinico

Un deficit cognitivo genera la perdita di autonomia del soggetto, la cui qualità di vita si lega all'intraprendere un percorso di riabilitazione cognitiva

ID Articolo: 194441 - Pubblicato il: 05 settembre 2022
La riabilitazione cognitiva: dai presupposti neurofisiologici all’intervento clinico
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Il concetto fondamentale su cui si fonda la riabilitazione cognitiva, è che l’inattività porta alla perdita della funzione (Mazzucchi A. 1999; Bocardi M. 2014), quindi l’obiettivo clinico prioritario della riabilitazione è mantenere la funzione e di conseguenza l’autonomia del paziente corrispondente ad essa.

 

Ogni essere umano esercita continuamente le proprie funzioni cognitive per portare a termine qualsiasi tipo di compito. Quando si verifica, a seguito di un danno neuronale, una perdita più o meno grave della memoria, dell’attenzione o della capacità di ragionamento, funzioni che permettono di eseguire i vari compiti e di relazionarsi con il mondo, si parla di deficit cognitivo. Questo può riguardare una singola funzione, come ad esempio il deficit della sola capacità di memoria, definito deficit isolato, oppure può colpire più funzioni contemporaneamente, il deficit allora si definisce generalizzato (Denes G. et al. 2019).

La presenza di un deficit cognitivo di una certa gravità genera una perdita di autonomia del soggetto. Questi pazienti possono rimanere nella propria abitazione ma assai spesso vengono istituzionalizzati. In entrambi i casi la loro qualità di vita è legata alla possibilità d’intraprendere un percorso di riabilitazione cognitiva. Esistono alcuni presupposti neurofisiologici che rendono possibili gli interventi riabilitativi nel deficit cognitivo.

I presupposti neurofisiologici della riabilitazione cognitiva

Il sistema nervoso centrale possiede la capacità di modificare la propria organizzazione e funzione, questa capacità è detta plasticità cerebrale e permette al sistema nervoso di adattarsi alle richieste funzionali (Denes G. 2016).

Il cervello possiede alcuni neuroni capaci di attivarsi e prendere le funzioni di altri neuroni, quando questi ultimi subiscono un danno. Sono i neuroni della così detta riserva cognitiva che sono in grado di creare nuove connessioni neuronali, cioè dei percorsi alternativi ai percorsi danneggiati, attraverso i quali avviene l’elaborazione delle informazioni ( Chicherio C., Ludwig C., Borella E. 2012).

Il concetto fondamentale, su cui si fonda la riabilitazione cognitiva, è che l’inattività porta alla perdita della funzione (Mazzucchi A 1999; Bocardi M 2014).

È per questo motivo che l’obiettivo clinico prioritario della riabilitazione è mantenere la funzione e di conseguenza l’autonomia del paziente corrispondente ad essa. Le attività riabilitative che riguardano le funzioni di base della vita quotidiana, come ad esempio lavarsi e vestirsi, possono definirsi attività naturali, mentre altre attività come quelle eseguite nei laboratori potranno risultare per il paziente con deficit cognitivo, meno naturali ma a volte più stimolanti. La stimolazione può anche, in presenza di un deficit cognitivo, produrre la formazione di nuovi circuiti che possono contribuire ad aumentare, pur se di poco, la riserva cerebrale esistente (Woods B., Aguirre E., Spector A. E., Orrel 2012).

Riabilitazione cognitiva e motivazione del paziente

Messaggio pubblicitario Qualsiasi attività, compresa quella di tipo riabilitativo, non può essere svolta se la persona non è adeguatamente motivata (Mazzucchi A. 1999; Bocardi M.2014). Ogni azione l’essere umano compia richiede l’investimento di tempo ed energia e né l’uno né l’altra sono infinite. Questo è il motivo per cui, se non c’è un buon motivo per investire tempo ed energia in un’attività, questa non viene svolta dalla persona. Il risultato visibile del funzionamento di questo principio, nelle persone affette da deficit cognitivo, è dato dal fatto che se il malato non comprende il significato e quindi il motivo dell’azione avrà delle resistenze a svolgerla (Beck 1993). Inoltre si ritiene vantaggioso utilizzare, nei singoli progetti riabilitativi, come mezzo principale il “fare” poiché, in presenza di un deficit cognitivo, occorre usare un modo di ragionamento concreto (Associazione Italiana Terapia Occupazionale).

Tutti i concetti utilizzati debbono essere vicini alle conoscenze materiali del paziente, i concetti astratti possono essere capiti ed elaborati, ma quando questo risulta difficoltoso per il paziente, bisogna tradurre in termini concreti.

L’utilizzo della stimolazione e riabilitazione cognitiva si fonda sulla convinzione che gli interventi riabilitativi, possono promuovere effetti fisiologici positivi (Bernardi L., Sleight P., Bandinelli G. et al 2001). In alcuni casi è stato possibile dimostrare gli effetti fisiologici di alcuni interventi di tipo non farmacologico (Bernardi L., Sleight P., Bandinelli G. et al 2001). Anche se la dimostrazione scientifica non è sempre possibile per tutti gli interventi utilizzati in riabilitazione cognitiva, la spiegazione del perché un intervento riabilitativo non farmacologico può comunque generare degli effetti fisiologici positivi è legata al concetto che in ogni individuo le variabili fisiche, psichiche e sociali devono considerarsi racchiuse in un sistema complesso da trattarsi come un tutt’uno (Engel G. 1977)

 

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Bibliografia

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  • Castrucci L. (2021). La riabilitazione cognitiva nelle RSA: il modello Alteya. State of Mind ID Articolo: 189680
  • Chicherio C., Ludwig C., Borella E. (2012) La capacità di riserva – cerebrale e cognitiva nell'invecchiamento cognitivo. Giornale italiano di psicologia. May 39(2):315-339
  • Denes G.(2016) Plasticità cerebrale. Carrocci editore
  • Denes G.,Pizzamiglio L., Guariglia C. et al.(2019) Manuale di neuropsicologia. Normalità e patologia dei processi cognitivi. Zanichelli III ed.
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