Le cause e le funzioni del pianto nel disturbo borderline di personalità

Per approfondire le conoscenze sul pianto, uno studio ha confrontato un gruppo di pazienti borderline, con il cluster C e un gruppo di controllo

ID Articolo: 194398 - Pubblicato il: 31 agosto 2022
Le cause e le funzioni del pianto nel disturbo borderline di personalità
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Uno studio di Peter e colleghi del 2019 ha avuto come obiettivo quello di esaminare la frequenza del pianto, la propensione al pianto in situazioni positive e negative, la consapevolezza dell’impatto delle lacrime sugli altri, il grado di controllo sul pianto e l’inibizione del pianto in un gruppo di pazienti con disturbo borderline di personalità.

 

Le emozioni nel disturbo borderline di personalità

Messaggio pubblicitario La letteratura scientifica ha spesso dimostrato che i pazienti con disturbo borderline di personalità (DBP) sono emotivamente instabili e iper-reattivi (Lobbestael e Arntz, 2015). Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), include tra i criteri per una diagnosi di DBP, un’instabilità affettiva marcata, caratteristica distintiva dei pazienti con tale disturbo (APA, 2013). La teoria biosociale postula che la disregolazione delle emozioni nel DBP include un’elevata sensibilità agli stimoli emotivi, delle reazioni emotive insolitamente forti, un’insorgenza frequente di diverse emozioni contemporaneamente e problemi nell’identificazione delle emozioni (Linehan, 1993). Tale instabilità emotiva spesso si riflette in alcuni comportamenti come un’elevata tendenza al pianto, sebbene gli studi abbiano trovato risultati discordanti su questo argomento: non tutti sono riusciti a dimostrare che i pazienti con disturbo borderline di personalità presentano un aumento delle risposte psicofisiologiche alle immagini negative (Domes et al., 2009); altri studi self report hanno suggerito che i pazienti borderline non presentano una maggiore reattività emotiva rispetto ad un campione non clinico (Kuo et al., 2016). Diversi autori, però, hanno riportato un livello più elevato di emozioni spiacevoli nei pazienti con DBP, rispetto a un gruppo di controllo clinico (Stein, 1996). Levine e colleghi (1997), applicando tecniche di induzione delle emozioni, hanno osservato una maggiore iper-reattività e una maggiore intensità delle emozioni negative nei pazienti con disturbo borderline di personalità.

I significati e le funzioni del pianto

Il pianto emotivo umano è concettualizzato come la fuoriuscita di lacrime dall’apparato lacrimale in assenza di qualsiasi irritazione degli occhi, spesso accompagnata da vocalizzazioni, singhiozzi e aumento dell’attività di alcuni muscoli facciali (Patel, 1993). La fuoriuscita di lacrime avviene infatti solo negli esseri umani in risposta a eventi emotigeni positivi o negativi, poiché hanno un impatto considerevole sulla percezione del bisogno di sostegno e sulla disponibilità a fornire assistenza e conforto a livello automatico e pre-attentivo (Vingerhoets e Bylsma, 2016).

Alcuni autori hanno ipotizzato che il pianto umano avesse una funzione intra-individuale e una inter-individuale (Vingerhoets e Bylsma, 2016). La prima fa riferimento agli effetti che una persona può avere tramite il pianto, ovvero il recupero emotivo o l’esperienza di miglioramento e sollievo dell’umore che può seguire il pianto (Frey e Langseth, 1985), sebbene alcuni sostengano che non sempre il pianto porti a un miglioramento dell’umore ma che è più probabile che i benefici derivino da reazioni positive delle persone che assistono. In questo caso si tratta invece di funzioni inter-individuali, come evidenziato dalla teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1980) che sottolinea come il pianto sia un appello dei bambini alla madre o ad altri caregiver per ottenere la loro presenza e attenzione. Il pianto degli adulti svolgerebbe quindi la funzione di inibire gli impulsi aggressivi di coloro che osservano e di stimolare l’empatia e i comportamenti pro-sociali come risposte di cura o protezione, facilitando il legame sociale (Gračanin et al., 2018). Talvolta, però, il pianto può suscitare nell’altro rabbia e aggressività, se è considerato inappropriato o manipolativo.

Messaggio pubblicitario  Oggi i dati suggeriscono che le differenze individuali nella tendenza al pianto dipendono dall’età, dal sesso, dalla personalità, dalle condizioni neurologiche e dalla psicopatologia. Un attaccamento ansioso e l’empatia, per esempio, sono associati ad un aumento della frequenza del pianto; diversamente accade per un attaccamento evitante che sembra invece diminuirla (Laan et al., 2012).

Il pianto nel disturbo borderline di personalità

Per approfondire le conoscenze e le funzioni del pianto, uno studio di Peter e colleghi del 2019 aveva come obiettivo quello di esaminare la frequenza del pianto, la propensione al pianto in situazioni positive e negative, la consapevolezza dell’impatto delle lacrime sugli altri, il grado di controllo sul pianto e l’inibizione del pianto, confrontando un gruppo di pazienti borderline, un gruppo di pazienti con disturbo di personalità appartenenti al cluster C (Cluster C-PD) e un gruppo di controllo non clinico. Gli autori ipotizzavano che i pazienti con DBP riportassero una frequenza di pianto più elevata rispetto ai gruppi di confronto a causa degli elevati livelli di nevroticismo e un’elevata comorbilità con i disturbi depressivi; avessero una maggiore propensione al pianto in situazioni negative per la loro ipersensibilità emotiva per i segnali negativi; avessero maggiori difficoltà nel controllare il pianto e una maggiore inibizione, per i problemi di regolazione emotiva caratteristici dei borderline; infine, che avessero una maggiore o minore consapevolezza e propensione al pianto in situazioni positive. 141 soggetti suddivisi nei tre gruppi sono stati reclutati e sono state sottoposte loro alcune misure per valutare la propensione, la frequenza, la consapevolezza dell’impatto interpersonale del pianto e l’inibizione e il controllo. I risultati mostrano che, i pazienti con DBP, rispetto al gruppo non clinico, hanno una frequenza di pianto più elevata, nonostante la predisposizione al pianto e il modo in cui gestiscono le lacrime siano simili tra i gruppi. Inoltre i pazienti borderline hanno una minore consapevolezza dell’influenza del pianto sugli altri probabilmente a causa della scarsa capacità di leggere adeguatamente le situazioni sociali. Questo risultato mette in discussione l’idea che il pianto nel gruppo borderline sia manipolativo; sembra invece più plausibile che a questi pazienti manchi la consapevolezza di come il loro pianto venga percepito. Contrariamente alle aspettative non sono emerse differenze significative nella frequenza tra i pazienti del Cluster C-PD e i pazienti DBP: a causa dell’iperreattività emotiva di questi ultimi, ci si aspettava una frequenza e una profondità del pianto più elevate che sono risultate invece uguali al Cluster C-PD.

 

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