EFT-NOVEMBRE-2022

La parola, il corpo e la macchina (2022) di G.M. Ruggiero – Recensione

"La parola, il corpo e la macchina" (2022) di G.M. Ruggiero è un interessante libro sulla psicoterapia con un taglio più epistemologico che storico

ID Articolo: 193367 - Pubblicato il: 09 giugno 2022
La parola, il corpo e la macchina (2022) di G.M. Ruggiero – Recensione
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L’incontro con “La parola, il corpo e la macchina” di G. M. Ruggiero è stato molto stimolante: ho letto il libro in pochi giorni e, mano a mano che leggevo, mi sono annotato diverse cose che mi hanno colpito e che provo qui a riassumere.

 

Messaggio pubblicitario MASTER DSA Questo è un libro sulla psicoterapia con un taglio più epistemologico che storico: costituisce idealmente una lettura da affiancare alla “Storia critica della psicoterapia” di Foschi e Innamorati (che viene citata più volte nel libro), sia per il taglio differente che per l’approfondimento dettagliato delle varie vicissitudini del movimento cognitivo-comportamentale, che nel libro di Foschi e Innamorati era trattato più sinteticamente.

Il punto di partenza è un paradosso: l’essere umano è descritto metaforicamente come una macchina e la psicoterapia come il repertorio di conoscenze e tecniche che dovrebbe permetterci di ripararlo come si fa con una macchina, appunto. Ma, per citare l’autore: “chi pretenderebbe di aggiustare un’auto parlandoci?” o, provando a tradurre: come si aggiusta una metafora?

Provo a seguire la sollecitazione: il presupposto di questa premessa è la convinzione che alla regolazione degli stati mentali immateriali corrisponda una modificazione della materia o del funzionamento degli ingranaggi, perché se un cambiamento non avviene nella materia, non è scientificamente fondato. Quindi quella che sembrava una metafora si fa carne, sangue e ingranaggi nella ricerca di un correlato anatomo-fisiologico dell’intervento psicoterapeutico, almeno nelle aspirazioni.

A questo punto c’è un altro passaggio logico: la “macchina” non è qualcosa su cui noi possiamo operare direttamente, ma ci serviamo di una sorta di mediatore che fa il lavoro per noi e che noi possiamo guidare o istruire: la “mente”.

La percezione emotiva dei bisogni e la pianificazione dei comportamenti sono i due parametri che ogni modello psicoterapeutico ha utilizzato per descrivere il funzionamento della mente e la teoria della malattia e della cura.

I diversi modelli psicoterapeutici differiscono tra loro per il livello di complessità della mente e per la scelta selettiva dei bisogni la cui insoddisfazione rende ragione della sofferenza; un discorso a parte va fatto per i modelli costruttivisti o esistenziali, rivolti non a un bisogno prevalente, ma al sistema che regola i bisogni e che può essere più o meno rigido: la sofferenza può essere quindi ascritta alla frustrazione di un bisogno ritenuto principale oppure come costitutiva dell’esistere e dell’impossibilità di soddisfarli tutti contemporaneamente.

Un’altra osservazione preliminare è che, in questa lettura del percorso epistemologico delle psicoterapie, è fondamentale inserire i modelli terapeutici nel milieu filosofico che li ha accolti: quello tedesco (o, per usare una fortunata definizione, “continentale”) con la prevalenza di un’istanza teoretica di conoscenza e penetrazione del reale, e quello anglosassone dove prevalgono pragmatismo e utilitarismo.

L’autore passa in rassegna dapprima il mondo psicoanalitico, partendo da Freud e dal suo modello, che da un lato ha una struttura di tipo meccanico-idraulico, quindi compatibile con la metafora della macchina, ma che è tenuto insieme dall’assunto a priori che il “guasto” sia correlato a cause inconsce e che la terapia consista nel renderle nuovamente consce.

Nella psicoanalisi freudiana il bisogno frustrato è quello sessuale, che nell’evoluzione della psicoanalisi viene affiancato o sostituito dal bisogno di amore/vicinanza affettiva.

Jung e Adler, in modi differenti, abbandonano il paradigma medico meccanicistico ed esplorano spazi incerti: il primo quello dell’ombra e del sacro, il secondo quello dell’affermazione di sé. Entrambi, proprio perché meno interessati al modello medico, non tratteggiano una teoria organica, ma lasciano più domande che risposte e tracciano vie che altri percorreranno (spesso senza riconoscerne il debito).

Gli sviluppi della psicoanalisi seguono alcune linee evolutive:

  • il passaggio dalla priorità del bisogno di soddisfazione sessuale a quella del bisogno di contenimento emozionale: questo cambio di paradigma è ben esplicitato nelle celebre frase di Fairbairn “la libido non è la ricerca del piacere ma la ricerca dell’oggetto”;
  • l’addomesticamento della psicoanalisi ad opera di Winnicott;
  • le contaminazioni con il mondo della ricerca (Bowlby) fino a lambire i lidi del cognitivismo con la mentalizzazione (Fonagy).

Viene quindi descritta con pennellate impressionistiche ed evocative la svolta relazionale, come una successione di storie (biografie e modelli) che alla fine acquistano un senso compiuto e formano una gestalt nell’opera di Mitchell.

L’autore passa poi a tratteggiare la nascita e lo sviluppo del cognitivismo nelle sue varie declinazioni, fratture epistemologiche ed evoluzioni. Il punto di partenza è, anche qui, epistemologico: dall’interesse verso l’hardware, si passa a quello per il software. Seguendo la nostra metafora iniziale, noi non ci occupiamo più della macchina dal punto di vista meccanico, ma lavoriamo ad un livello cognitivo: il modello è quello dell’intelligenza artificiale. I punti di forza sembrano essere lampanti: da un lato i modelli che nascono da questi presupposti sono verificabili secondo i parametri dell’Evidence Based Medicine, dall’altro in alcuni casi sono talmente specifici da poter essere manualizzabili.

Viene descritto nel dettaglio il percorso umano e professionale di Beck e il suo modello incentrato sugli schemi cognitivi come programmi da sistemare, poi si passa ad Ellis e alla REBT, nella quale non si interviene a monte sullo schema cognitivo disasdattivo, ossia sull’errata conoscenza di sé, ma solo sull’inferenza disfunzionale valutativa alla base della sofferenza, con un approccio maieutico.

Messaggio pubblicitario  A questo cognitivismo “forte”, fa quasi subito da controcanto un cognitivismo con un’altra epistemologia. Ossia quello costruttivista: qui la metafora della macchina inizia a mostrare dei limiti, l’essere umano viene descritto come immerso in un flusso di significati e in una realtà che crea (almeno in gran parte) da sé. Il sé diventa narrativo, così come i sintomi. Il pantheon filosofico è capeggiato da Vaihinger e Husser ed è comune a quello delle terapie esistenziali ed esperienziali.

Il legame con il cognitivismo classico sembra labile e a tratti opportunistico, nel senso che i vari approcci costruttivisti beneficeranno dell’aura di scientificità del cognitivismo “classico” pur non avendo apportato elementi propri significativi nell’ambito della ricerca.

Nel costruttivismo possiamo individuare alcune correnti principali:

  • un costruttivismo radicale (Guidano), che si caratterizza per la teorizzazione di un sé narrativo e per un approccio all’essere umano di natura più speculativa e filosofica che psicologica;
  • un costruttivismo moderato (Liotti, Bara, Dimaggio) che si caratterizza per concepire il sé come  relazionale (dialogando con la psicoanalisi relazionale), per la centralità del trauma come organizzatore psicopatologico (dialogando con psicoanalisti come Broomberg) e per l’apertura agli approcci corporei;
  • un costruttivismo razionale (Kelly, Sassaroli, Mancini) per il quale il sé è definito dalla presenza di costrutti personali bipolari più o meno rigidi correlati a particolari stili di conoscenza e di attaccamento.

Fino a qui, i vari modelli incontrati condividono i presupposti da cui è partito l’autore, ossia fondamentalmente la centralità del costrutto di mente (prevalentemente inconscia nella psicoanalisi, conscia nelle varie declinazioni del cognitivismo) come sede dell’intervento psicologico e come centro di comando dell’individuo. Ma questo modello non è accettato implicitamente da tutti: il primo modello forte che si pone al di fuori della mente è proprio il Comportamentismo: secondo questo modello la mente è una “scatola nera” della quale non possiamo sapere nulla e non ha senso occuparsi. L’unico oggetto di studio sono i comportamenti e solo su questi si può intervenire. Un aspetto interessante è il concetto di “rinforzo disfunzionale”: il fatto cioè che un sintomo, se persiste, ha dei meccanismi di rinforzo e conseguentemente ha un’utilità per il sistema. Questa concezione funzionalista getta un ponte con la concezione del sintomo come adattamento creativo della terapia della gestalt.

La messa in discussione della centralità della mente ha investito anche il cognitivismo, in quella che è nota come terza ondata della CBT: il presupposto di questi modelli è che i pensieri non sono tanto utili in sé, ma solo per le loro conseguenze. Se nella psicoanalisi e nel cognitivismo era centrale conoscere “cosa” (cause inconsce o pensieri disadattivi), qui è centrale il come, in due direzioni: top down (come gli stati mentali regolano altri stati mentali) e bottom up (come il lavoro sul corpo ha un effetto regolativo sul piano emotivo e cognitivo). L’obiettivo qui non è un particolare bisogno, ma la fluidità del processo.

Infine l’autore affronta il tema delle terapie umanistiche, esperienziali e corporee: gruppo eterogeneo, accomunato dalla concezione organismica dell’essere umano (o, per dirla in termini fenomenologici, dal suo essere nel mondo come “corpo vivo”) e da un’epistemologia di tipo fenomenologico-esistenziale. Qui la metafora della macchina mostra dei limiti, in quanto il presupposto di tutti questi vari modelli è la caratteristica dell’essere umano di esistere prima di essere (tant’è che, leggendo il libro, la prima immagine che mi è venuta in mente pensando ad una macchina antropomorfizzata, e che mi ha accompagnato piacevolmente per tutta la lettura, è quella di Herbie, il maggiolino dotato di autocoscienza di un vecchio film della Disney).

All’interno di questo insieme di modelli le differenze sono più accentuate di quanto non sembri dal libro: c’è un gruppo di terapie più marcatamente di matrice esistenziale (Rogers, May, Perls), un filone di derivazione più marcatamente psicodinamica (Berne), uno collegato a Reich (Lowen e Perls, terapia sensomotoria, molto collateralmente EMDR).

Viene riconosciuta l’importanza di Rogers nell’aver codificato per primo le caratteristiche di un buon impianto relazionale (anche se per lui non era solo una premessa, ma di per sé il principale mediatore terapeutico). Viene anche acutamente riconosciuto un legame tra Gestalt e funzionalismo comportamentale (tant’è che più di qualcuno ha definito la gestalt come comportamentismo fenomenologico). Vengono infine rilevati i principali limiti di questi approcci, come il problema della riproducibilità degli interventi e della ricerca sull’efficacia, anche se per la verità ci sono interessanti tentativi di superamento, come ad esempio quello di Leslie Greenberg.

Il libro si conclude con un’amara e intellettualmente onesta riflessione sullo stato della ricerca in psicoterapia: all’età dell’oro della riproducibilità tecnica delle psicoterapie in modelli standardizzati e manualizzati, segue la constatazione scientificamente dimostrata che i principali fattori che correlano con l’efficacia terapeutica sono quelli aspecifici o “relazionali” (termine ambiguo che assume nel nostro campo una polisemia talmente vasta da renderlo quasi inutilizzabile). Ma ovviamente questa, come si intuisce dalla lettura delle conclusioni, non può essere che una constatazione provvisoria di una storia che ha ancora molta strada da fare.

 

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Bibliografia

  • Ruggiero, G., M. (2022). La parola, il corpo e la macchina. Alpes Editore 
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