Folie à deux: il disturbo psicotico condiviso in bambini e adolescenti

Il Disturbo Psicotico Condiviso (folie à deux) consiste nel trasferimento di credenze deliranti da un caso primario a uno o più secondari

ID Articolo: 193137 - Pubblicato il: 27 maggio 2022
Folie à deux: il disturbo psicotico condiviso in bambini e adolescenti
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L’interazione tra la vulnerabilità genetica e l’impatto di vivere con un adulto che soffre di un disturbo psicotico sembra essere centrale nel disturbo psicotico condiviso.

 

La descrizione del disturbo psicotico condiviso

Messaggio pubblicitario  I disturbi psicotici comprendono principalmente sintomi come deliri, allucinazioni, pensiero e linguaggio disorganizzati che indicano perdita di contatto con la realtà (APA, 2013). Il Disturbo Psicotico Condiviso (DPC), o folie à deux, è stato descritto per la prima volta nel 1877 e consiste nel trasferimento di credenze deliranti e/o comportamenti anormali da un caso “primario” (induttore) a uno o più “secondari” (indotto/i). Di solito si verifica in una persona o in un gruppo di persone (spesso in famiglia) che sono legate a un individuo con disturbo delirante o con schizofrenia (Vigo et al., 2019).

I tassi di incidenza del disturbo sono bassi, tra l’1,7 e il 2,6% (WHO, 1992). Molti casi, però, sono probabilmente sottodichiarati e quindi sottodiagnosticati, motivo per cui la sua reale prevalenza rimane difficile da stimare.

In letteratura si trovano diversi casi di folie à deux in famiglia, specialmente di delirio condiviso tra genitori e figli (Ilzarbe et al., 2015). Spesso, bambini e adolescenti coinvolti nel disturbo psicotico condiviso, adottano le credenze deliranti dei loro caregiver al fine di assicurare una coesistenza pacifica tra tutti i membri della famiglia (Vigo et al., 2019).

Il disturbo psicotico condiviso tra ambiente e genetica

I contributi genetici e ambientali di questo disturbo non sono ancora chiari. I primi studi si sono maggiormente concentrati sulle relazioni instaurate dalle persone coinvolte. Alcuni fattori di rischio possono essere: la presenza di un membro della famiglia dominante, relazioni familiari dipendenti e ambivalenti, frequenti crisi familiari, violenza domestica, comportamenti violenti e isolamento sociale (Gralnick, 1942; Tseng, 1969). Altri studi si sono focalizzati sulla storia psichiatrica e sulle comorbidità dei soggetti coinvolti. Molti hanno sottolineato un’alta prevalenza di schizofrenia in questa popolazione e un’elevata presenza di comorbilità psichiatrica nei soggetti indotti, concludendo che una predisposizione genetica alla schizofrenia o a disturbi psicotici fosse necessaria nello sviluppo della psicosi condivisa (ad es., Scharfetter, 1970; Silveira & Seeman, 1995). Così, le circostanze psicosociali potrebbero rappresentare un innesco di un episodio psicotico transitorio in un paziente vulnerabile ad alto rischio di psicosi.

Per meglio comprendere gli aspetti ancora poco chiari legati a questa patologia in bambini e adolescenti, una revisione sistematica di Vigo e colleghi (2019) si è concentrata sulla condizione della folie à deux nelle famiglie con minori di 18 anni, tenendo in considerazione il rischio genetico familiare associato e i fattori di rischio ambientale. I risultati hanno dimostrato che nella maggior parte delle famiglie con bambini e adolescenti coinvolti nella folie à deux vi era un’alta prevalenza di isolamento sociale, che poteva potenzialmente rafforzare la relazione patologica tra le persone coinvolte. Inoltre, molti di questi giovani non hanno contatto con un adulto sano all’interno della famiglia, elemento che è stato riportato in precedenza da Rutter e colleghi (1974) come un fattore protettivo. Nonostante l’isolamento sociale in queste famiglie sia stato ampiamente descritto in letteratura (ad es, Berner et al., 1986), rimane ancora poco chiaro se esso rappresenti una causa o una conseguenza della condizione. Una possibile spiegazione potrebbe essere che le famiglie che hanno sviluppato sintomi psicotici possono essere più sospettose, come tratto predisponente, e quindi meno propense a stabilire relazioni esterne.

Per quanto riguarda il contributo genetico, gli induttori hanno presentato tassi più alti di storia psichiatrica rispetto agli indotti, con diagnosi prevalente di schizofrenia (disturbo che mostra un’alta ereditarietà), ma nessuna differenza nella storia psichiatrica familiare; dovrebbe essere preso in considerazione che gli indotti sono spesso parenti di primo grado degli induttori, che nella maggior parte dei casi hanno ricevuto una diagnosi finale di disturbo dello spettro schizofrenico.

Messaggio pubblicitario  Alla luce di quanto riportato, emergono ancora due domande chiave: gli indotti avrebbero sviluppato sintomi psicotici anche senza un contatto intimo con gli induttori? E ancora, i giovani con disturbo psicotico condiviso dovrebbero essere considerati soggetti con alto rischio di sviluppare la schizofrenia in futuro? È importante sottolineare che gli studi sui giovani ad alto rischio genetico di psicosi hanno riportato probabilità più alte di sviluppare psicosi rispetto alla popolazione generale (Myles‐Worsley et al., 2007), ma non tutti i giovani che fanno parte di queste famiglie (esposti a fattori di stress ambientale e portatori di vulnerabilità genetica) sviluppano sintomi psicotici. L’interazione tra la vulnerabilità genetica e l’impatto di vivere con un adulto che soffre di un disturbo psicotico sembra dunque essere centrale nella folie à deux. Distinguere gli effetti genetici da quelli ambientali in questi casi può aiutare a prevenire lo sviluppo di psicosi nelle persone più giovani che sono a rischio.

Inoltre, in contrasto con la letteratura precedente che ha dimostrato che le donne erano più spesso soggetti indotti (ad es, Silveira & Seeman, 1995), i risultati di questa revisione hanno mostrato che nei casi di delirio condiviso che coinvolgevano bambini e adolescenti, le donne sembrano essere per lo più induttori. Questo risultato può essere dovuto alla tendenza osservata per le famiglie monoparentali ad essere capeggiate da una donna (Silveira & Seeman, 1995) o alla relativa vulnerabilità dei bambini e dei giovani rispetto alle loro madri.

Il trattamento del disturbo psicotico condiviso

In conclusione, per quanto concerne il trattamento, studi precedenti raccomandavano la separazione fisica come trattamento di elezione (Mentjox et al., 1993). Tuttavia, nella revisione condotta da Layman e Cohen (1957) comprendente 140 casi di folie à deux, in un solo caso l’indotto si è ripreso spontaneamente dopo la separazione, coerentemente con altre revisioni più recenti, dove è stato mostrato che la separazione dal caso primario era un trattamento insufficiente (Arnone et al., 2006). Questo risultato è supportato anche dalla revisione qui presentata, che non mostra alcuna associazione statistica tra remissione dei sintomi e separazione. Quando sono coinvolti bambini o adolescenti, è opportuno tenere in considerazione che la separazione potrebbe addirittura essere traumatica (Drucker & Shapiro, 1982).

Mentjox e colleghi (1993) suggeriscono che l’intervento dovrebbe concentrarsi sulla separazione psicologica, piuttosto che fisica, promuovendo l’indipendenza tra i diversi membri e tenendo conto delle caratteristiche individuali delle persone coinvolte. Un approccio che coinvolge interventi psicologici può essere più adatto per i bambini e i giovani che presentano principalmente sintomi psicotici nel contesto della folie à deux.

 

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Bibliografia

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