Il Modello della Cascata Emotiva come spiegazione della co-occorrenza tra Disturbi alimentari e Condotte Autolesive

Disturbi alimentari e autolesività non suicidaria avrebbero alti tassi di co-occorrenza. Uno studio ha cercato di indagare meglio la relazione tra i due

ID Articolo: 190858 - Pubblicato il: 18 febbraio 2022
Il Modello della Cascata Emotiva come spiegazione della co-occorrenza tra Disturbi alimentari e Condotte Autolesive
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I disturbi alimentari (DA), rappresentano una delle principali cause di mortalità tra gli adolescenti e i giovani adulti. Un’altra problematica che si sta diffondendo sempre più, soprattutto tra i giovani, è l’Autolesività non Suicidaria (Non-Suicidal Self-Injury; NSSI). Questo fenomeno si presenta spesso in comorbilità con altri disturbi mentali, inclusi i disturbi alimentari 

 

Messaggio pubblicitario In particolare, per questa fascia d’età, la diagnosi di Anoressia Nervosa mantiene il primato per tasso di mortalità rispetto ad ogni altro disturbo mentale (Dalle Grave & Calugi, 2021).

Un’altra problematica che si sta diffondendo sempre più, soprattutto tra i giovani, è l’Autolesività non Suicidaria (Non-Suicidal Self-Injury; NSSI). Questo fenomeno si presenta spesso in comorbilità con altri disturbi mentali, inclusi i disturbi alimentari (Islam et al., 2015). Infatti, si stima che circa il 10% dei giovani sani metta in atto tali condotte. La percentuale aumenta drasticamente, variando dal 40% all’80% in una popolazione di adolescenti che presentano disturbi psichici (Varela-Besteiro et al., 2017). Si è inoltre riscontrato che avere una storia clinica pregressa di l’autolesività non suicidaria possa essere precursore di tentativi di suicidio, e sia correlato ad un aumento del rischio di morte a seguito di tali tentativi (Andover & Gibb, 2010).

Poiché sia i disturbi alimentari che l’autolesività non suicidaria danneggiano il funzionamento corporeo e sono associate ad un aumento del rischio di cronicizzazione e morte, rappresentano un serio rischio per la salute pubblica. Per questo motivo, la messa in atto di entrambi i comportamenti contemporaneamente è ancora più preoccupante (Claes & Muehlenkamp, 2014).

La comorbilità tra disturbi alimentari e condotte autolesive

Studi empirici hanno dimostrato come i disturbi alimentari e i comportamenti di autolesività non suicidaria si presentino spesso in comorbidità nella popolazione clinica (Zelkowitz & Cole, 2019). Infatti, in una revisione sistematica sull’argomento, è stato riscontrato che la percentuale di pazienti affetti sia da disturbi alimentari che da autolesività non suicidaria varia dal 13.6% al 68.1% (Svirko & Hawton, 2007). La prevalenza di autolesività non suicidaria sembra maggiore in pazienti con Bulimia Nervosa (BN) o in pazienti con Anoressia Nervosa (AN-BP) con abbuffate/condotte eliminatorie piuttosto che nell’Anoressia Nervosa di tipo restrittivo (AN-R) (Svirko & Hawton, 2007). Inoltre, i pazienti con sintomatologia DA di tipo bulimico purgativo sembrano mettere in atto condotte autolesive utilizzando più di un metodo rispetto a pazienti con altri tipi di disturbo alimentare (Muehenkamp et al., 2011). Un’analisi più recente stima che la prevalenza dell’autolesività non suicidaria nei soggetti con una diagnosi di disturbo alimentare sia del 27.3% e concorda con la letteratura precedente che tale dato sia più alto in pazienti con BN rispetto a quelli con AN-R (Cucchi et al., 2016).

Una delle possibili spiegazioni agli alti tassi di co-occorrenza, sta nel considerare il fenomeno dell’autolesionismo come uno spettro, in cui sia l’autolesività non suicidaria che i disturbi alimentari possono essere inclusi. Infatti, l’autolesionismo può essere definito come un insieme di metodi di auto danneggiamento sia diretti che indiretti, come ad esempio: l’autolesività non suicidaria, tentativi di suicidio, abitudini alimentari particolari, fumo e abuso di alcool o di sostanze psicoattive (St. Germain & Hooley, 2012). A prima vista, comportamenti come l’eccessivo introito di cibo, le condotte eliminatorie e la diminuzione della quantità di cibo assunta possono sembrare molto diversi da atti di autolesività diretta come tagli, bruciature e tutte le condotte categorizzate come autolesività non suicidaria, o da azioni suicidarie. Nonostante ciò, nella ricerca si sono notate alcune similarità di tipo concettuale tra atti di autolesività indiretta (incluse condotte alimentari disfunzionali e disturbi alimentari) e condotte di l’autolesività non suicidaria (Zelkowitz & Cole, 2019).

Inoltre, a causa del forte grado di sovrapposizione tra i due disturbi, che portano comunque
ad un danneggiamento fisico alla persona, è probabile che vi sia anche un’eziologia sottostante comune e che condividano alcuni fattori a livello epidemiologico e socioculturale (Svirko & Hawton, 2007).

Il Modello della Cascata Emotiva come spiegazione per Disturbi Alimentari e autolesività

Uno dei modelli eziologici che potrebbe spiegare i meccanismi che sottendono entrambe le problematiche è il Modello della Cascata Emotiva (ECM; Selby & Joiner, 2009). Secondo questa teoria, strategie cognitive di regolazione emotiva (e.g. ruminazione o repressione di emozioni negative) sono collegate alla messa in atto di comportamenti disfunzionali, come abuso di alcol o sostanze stupefacenti, autolesività non suicidaria e sintomatologia bulimica. Infatti, secondo il Modello della Cascata Emotiva le strategie cognitive disfunzionali amplificano l’intensità delle emozioni negative, che a loro volta svolgono un ruolo trigger per l’aumento dei pensieri negativi, creando così un circolo vizioso (cascata emotiva). La messa in atto di comportamenti disfunzionali viene quindi percepita dal soggetto come uso di strategie di coping utili a distrarsi dai processi ruminativi e dall’affettività negativa (Cuesta-Zamora et al., 2021). Infatti, strategie come l’alimentazione sregolata (abbuffate, condotte eliminatorie, esercizio fisico compulsivo o restrizioni alimentari) e l’autolesività non suicidaria rappresentano azioni fortemente stimolanti e coinvolgenti, in grado di far distaccare il soggetto dalle intense emozioni negative del momento (Claes & Muehlenkamp, 2014). Benché il modello della cascata emotiva sia stato testato su entrambe le problematiche separatamente, ad oggi è presente solo uno studio che prenda in considerazione l’applicazione di questa teoria come possibile spiegazione per la co-occorrenza di disturbi alimentari e autolesività non suicidaria (Arbuthnott et al., 2015). I risultati dello studio supportano parzialmente il modello della cascata emotiva. Infatti, alla prima elicitazione di pensieri ruminativi, soggetti con una storia clinica di disturbo alimentare e autolesività non suicidaria mostravano un aumento delle emozioni negative e una diminuzione dell’intensità delle emozioni positive maggiore rispetto a quanto riportato dal gruppo di controllo. Tali cambiamenti però erano riscontabili solo nelle fasi iniziali di esposizione ai processi ruminativi, tendendo a livellarsi durante le successive elicitazioni (Arbuthnott et al., 2015). Inoltre, si è riscontrato che soggetti con una storia clinica di entrambi i disturbi mostravano cambiamenti maggiori nell’intensità delle emozioni provate rispetto a soggetti che presentavano solo una delle due condizioni. Tuttavia, non si è riscontrato alcun effetto di interazione tra i due comportamenti.

Messaggio pubblicitario Ciò suggerisce che disturbi alimentari e autolesività non suicidaria siano utilizzati dai soggetti in momenti diversi, per regolare emozioni diverse. In particolare, è possibile che l’autolesività non suicidaria sia utilizzata per regolare l’affettività negativa, mentre i disturbi alimentari siano utili per modulare l’affettività positiva (Arbuthnott et al., 2015).  Un’altra ipotesi avanzata dai ricercatori è che il contenuto della ruminazione che elicita comportamenti di l’autolesività non suicidaria sia diverso dal contenuto ruminativo che elicita condotte legate a disturbi alimentari. Se tale ipotesi venisse confermata, potrebbe essere utile per comprendere come, in soggetti con comorbilità di l’autolesività non suicidaria e disturbi alimentari, emozioni e stati mentali diversi possano elicitare comportamenti differenti. Ciò consentirebbe ai clinici di comprendere meglio le funzioni di ogni condotta per il soggetto, così da sviluppare piani di trattamento più efficaci (Arbuthnott et al., 2015).

Nonostante le conclusioni promettenti, lo studio presentava alcune limitazioni, quali ad esempio la mancanza di dati sulla frequenza con cui i soggetti mettessero in atto i comportamenti di autolesività non suicidaria e/o di disturbi alimentari, e l’assenza di informazioni sulla possibile messa in atto di altri comportamenti disfunzionali (e.g. abuso di alcool e sostanze stupefacenti). Pertanto, nonostante i risultati incoraggianti, sono necessarie ricerche future per comprendere meglio quanto il modello della cascata emotiva possa spiegare la messa in atto di entrambi i comportamenti, e quali possano essere altri fattori che influenzano il legame tra la ruminazione e la risposta emotiva in soggetti con disturbi alimentari e autolesività non suicidaria (Arbuthnott et al., 2015).

Altri modelli per spiegare la comordbilità tra Disturbi Alimentari e autolesività

Oltre al modello della cascata emotiva, anche altri modelli sono stati testati per spiegare l’insorgenza di autolesività non suicidaria e disturbi alimentari e per comprendere la loro co-occorrenza, quali ad esempio: il Four-Function Model (Nock & Prinstein, 2004), l’Experiential Avoidance (Chapman et al., 2006) e la possibilità di una percezione del dolore alterata (Muehlenkamp et al., 2012; Claes & Muehlenkamp, 2014). Ciononostante, la ricerca sui modelli eziologici esistenti risulta limitata e lacunosa e la maggior parte delle teorie sono testate solo su una delle due patologie. Per questo motivo, sono necessarie ricerche future per valutare l’applicabilità dei modelli esistenti ad entrambe le condizioni e determinare quanto siano valide nello spiegare l’eziologia dei disturbi in analisi. Ciò consentirebbe, quindi, lo sviluppo di un modello integrato che possa indicare ai clinici una via per identificare e mirare i fattori di mantenimento più forti di tali patologie, consentendo così lo sviluppo di trattamenti più efficaci (Claes & Muehlenkamp, 2014).

 


 

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