EFT-NOVEMBRE-2022

Insegnare agli studenti con DSA (2020) a cura di Fabbri, Rossi e Tironi – Recensione

'Insegnare agli studenti con DSA' crea un equilibro tra linguaggio scientifico e comune, avendo ben chiaro il vissuto di chi affronta un DSA

ID Articolo: 190222 - Pubblicato il: 18 gennaio 2022
Insegnare agli studenti con DSA (2020) a cura di Fabbri, Rossi e Tironi – Recensione
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Insegnare agli studenti con DSA si presenta fruibile e ben ordinato nei contenuti e la lettura è resa agevole da esempi illustrati o veri e propri elaborati di individui con DSA portati come esempi.

 

A mio figlio Elia

La digrafia è la contraddizione dei motivi estetici della scrittura. Le sgrammaticature e il disordine dei modi espositivi tendono, per categoria mentale, ad imputare la scarsa diligenza: è un adulto o un bambino?

È la tonalità nostalgica di non poter allinearsi alle prescrizioni della didattica convenzionale che fa vivere l’alunno nel palpitio di una dimensione che non gli appartiene: ne assorbe la statica atmosfera.

(Claudio Lombardo).

Messaggio pubblicitario MASTER DSA I bambini sono a contatto, più degli adulti, con paure interiori legate al riconoscimento delle proprie caratteristiche, pertanto, qualsiasi istituzione, non dovrebbe rappresentare la bufera bellica che spiana e livella le individualità. Quando ciò avviene è il ‘campo di concentramento’ della formazione, quasi estinto grazie ai progressi sul piano scientifico.

Pertanto, oggi possiamo parlare al plurale riferendoci ‘alle dimensioni scolastiche’ che rimandano a differenti dimensioni di insegnamento, di formazione, di educazione e via dicendo. Tutto questo al fine di ottemperare ad una visione più ampia e generale, come quella che riguarda i ‘Principi Fondamentali’ della Costituzione Italiana dove determinati ostacoli possono impedire la libertà e l’eguaglianza e, quindi, il pieno sviluppo della persona.

Quanto scritto risulta frequente nella realtà dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA).

Cosa sono i DSA

I DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) sono una sindrome che viene definita come una specifica difficoltà da parte del soggetto ad apprendere. Questo disturbo cronico può modificarsi in base all’età, al contesto o alle richieste ambientali e si evidenzia maggiormente nella scuola primaria e secondaria di primo grado.

La sua prevalenza appare maggiore nella scuola primaria e secondaria di primo grado (ISS, 2011, pp. 7-8). Qualsiasi tentativo di far vivere ai bambini o ragazzi ore scolastiche più ‘saporite’ viene racchiuso in progetti, studi e approfondimenti, nonché di impegno divulgativo, come quello riferito al libro Insegnare agli studenti con DSA, che tenta con successo di creare un equilibro tra linguaggio scientifico e linguaggio comune, avendo, nello stesso tempo, ben chiaro il vissuto di chi affronta il disturbo dell’apprendimento.

Sostanzialmente, quando ci si trova di fronte a una certificazione attestante un Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), la prima naturale e ovvia reazione di un docente, ma anche di un genitore e dell’alunno stesso, è: «E adesso, che si fa?» Evidente è la questione: come tradurre le indicazioni cliniche in programmazione didattica? Come adattare un protocollo clinico senza calpestare l’individualità dell’alunno?

Quali sono i DSA

Il PARCC (Panel di Aggiornamento e Revisione della Consensus Conference, 2011) riconosce:

  • la dislessia: difficoltà nella correttezza e nella rapidità della lettura;
  • la disortografia: difficoltà nella conversione di suoni in rappresentazione ortografica, e.g. confondere la N e la M o la F e la V e anche la P e la B, etc.);
  • La digrafia (*);
  • la discalculia: disturbo nelle abilità di calcolo (e.g. dalle strategie di calcolo a mente al calcolo scritto).

I DSA si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana (Legge del 10 ottobre 2010, n. 170).

Pur interessando abilità diverse, i disturbi sopra descritti possono coesistere in una stessa persona (ciò che, tecnicamente, si definisce «comorbilità»), ad esempio, il disturbo del calcolo può presentarsi in isolamento o in associazione (più tipicamente) ad altri disturbi specifici. La comorbilità può essere presente anche tra i DSA e altri disturbi di sviluppo (disturbi di linguaggio, disturbi di coordinazione motoria, disturbi dell’attenzione) e tra i DSA e i disturbi emotivi e del comportamento (MIUR, 2011, p. 5).

In ultima analisi c’è da prendere in considerazione che, nel momento in cui l’alunno con DSA mostra particolare tenacia caratteriale e riesce nell’intento di risolvere o assolvere un problema – o un impegno dove, per sua condizione, non eccelle -, quale sarà il costo cognitivo? Quali saranno le probabilità di riuscita o fallimento? Quali saranno i rischi per la sua autostima?

Panoramica del libro Insegnare agli studenti con DSA

Il libro si presenta fruibile e ben ordinato nei contenuti. Quello che rende maggiormente agevole la lettura sono gli esempi illustrati o i veri e propri elaborati di individui con DSA portati come esempi – il tutto connesso alle descrizioni sul disagio percepito dei bambini con DSA, come nel caso della disgrafia di Matilde: «Mentre tutti gli altri bambini scrivono le cose di storia, io non faccio niente. La maestra scrive al posto mio. Sono lenta a scrivere e, quando devo copiare dalla lavagna, trovo già che è stato cancellato. Non riesco a rileggere quello che ho scritto; i miei compagni mi ripetono: «Chi non riesce a leggere la sua scrittura è un asino di natura» (MIUR, 2013, p. 2).

Nella discalculia di Paolo si fa riferimento ad un’altra vicenda personale: «Sai dirmi quanto fa 6×7?», egli risponde: «Se vuoi sapere subito il risultato devi venire a scuola mia, dove ti potranno rispondere velocemente tanti bambini. Se vuoi sapere da me quanto fa 6×7, devi aspettare un po’ di tempo.»

Messaggio pubblicitario Ma abbiamo anche interessanti testimonianze di chi, da adulto, ripercorre la sua esperienza e il suo vissuto scolastico: «Credo che il trauma più grande per un dislessico sia quando a scuola, all’improvviso, si trova di fronte a un’immagine di sé del tutto opposta a quella che aveva fino a quel momento. Allora non sa più chi è. Diventa confuso. Io volevo essere invisibile. Volevo diventare inesistente. La maestra mi rimproverava e faceva commenti che non posso definire cattivi, erano piuttosto di stupore… ma ciò bastò perché l’immagine che avevo di me cambiasse di punto in bianco: prima ero buona e brava, ora non lo ero più, ero qualcosa di profondamente sbagliato.»

Un altro aspetto interessante del libro è certamente il punto di vista dell’insegnante: «il miglior sistema compensativo è un buon docente inclusivo»: l’inclusione è un termine che rimanda alla creazione di ‘relazioni’ equilibrate all’interno del gruppo monitorando il processo dell’insegnamento, nonché proponendo azioni didattiche rispondenti ai bisogni di ciascuno membro. Per relazioni non si intende solamente lo ‘spirito di corpo’ della classe bensì ‘accogliere’ gli alunni nell’area delle proposte del docente (Gli strumenti dispensativi e compensativi sono misure e strumenti che sostengono nelle difficoltà l’alunno con DSA o con altri Bisogni Speciali facilitando il compito di apprendimento).

Doverose anche le considerazioni sul numero di «falsi positivi» distinguendo così le ‘difficoltà scolastiche’ dai disturbi dell’apprendimento. Mentre le difficoltà di apprendimento possono essere superate, il disturbo, avendo una base costituzionale, resiste ai trattamenti messi in atto dall’insegnante e persiste nel tempo, pur potendo presentare notevoli cambiamenti (MIUR, 2013, p. 2). (A questo scopo risultano molto importanti gli ultimi due capitoli del libro «Dalla diagnosi al Piano Didattico Personalizzato» e «La valutazione»).

Il quadro si complica se pensiamo che, quotidianamente, a scuola, si incontrano numerosi alunni con tanti tipi diversi di difficoltà scolastiche, che spesso sono la conseguenza di un insieme di fattori che riguardano tanto lo studente quanto il contesto entro il quale vive e si trova a operare e che influiscono sugli esiti scolastici: il contesto socio-culturale di appartenenza, il clima familiare, alcune carenze emotive, diversi problemi comportamentali, la qualità dell’istituzione scolastica e dei metodi didattici adottati. Proprio questi punti risultano fondamentali poiché possono influire negativamente sopprimendo le risorse del bambino o, di contro, permettendo che, le stesse risorse, possano spontaneamente ‘emergere’. (Un seme attecchisce se il terreno possiede determinate caratteristiche: adeguata percentuale di sabbia, limo, argilla, aria, azoto, etc., allo stesso modo accade nell’ambiente dell’alunno).

Questo è uno dei principali motivi delle ricadute emotive come conseguenza diretta delle continue difficoltà scolastiche, anzi, spesso ai servizi della Sanità gli alunni con DSA giungono inizialmente per i disturbi somatici (le cosiddette fobie scolari), che talvolta rappresentano la punta dell’iceberg della sintomatologia clinica.

Conclusioni

In definitiva il libro abbraccia una grande panoramica di argomenti per evitare che il potenziale degli individui con DSA (come frequentemente avveniva in passato) si traduca in una ‘impotenza funzionale’. Se fino a qualche anno fa si chiedeva uno sforzo estremo, quasi tiranno, allo stile cognitivo e di apprendimento del DSA, oggi è l’intero ‘sistema’ (scuola, famiglia, centri di formazione e varie istituzioni come quelle lavorative), con la sua flessibilità, ad accogliere e sostenere differenti stili di cognizione e apprendimento che, nel tempo, possono configurarsi come ‘sinergie’ e, dunque, progresso sociale!

 

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Bibliografia

  • Fabbri, C., Rossi, V. & Tironi, C. (a cura di) (2020). Insegnare agli studenti con DSA. Erickson.
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