Adolescenza adottiva e devianza

Episodi avversi pre adozione possono aumentare la probabilità di comportamenti devianti tra adolescenti adottati ma altri fattori possono entrare in gioco

ID Articolo: 188950 - Pubblicato il: 05 novembre 2021
Adolescenza adottiva e devianza
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Diversi studi hanno indagato la relazione tra problemi comportamentali e ragazzi adolescenti adottati.

Antonio Albanesi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi, San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario L’adolescenza è identificata come forse il più critico dei periodi del ciclo di vita: questo perché rappresenta un fondamentale momento di transizione, che porta con sé enormi cambiamenti fisici, psicologici e sociali, spesso estremamente difficili da accettare o da comprendere per i ragazzi che li affrontano. Da un lato, infatti, l’adolescente percepisce di non essere più un bambino: il ragazzo si trova ad affrontare nuovi doveri e responsabilità, le persone cambiano nei suoi confronti e le aspettative riposte in lui si trasformano. A questo si aggiunge il fatto che le relazioni che hanno caratterizzato il suo mondo affettivo per tutta la vita si modificano radicalmente. Dall’altro, risulta per loro molto difficile sentirsi “completamente” adulti: in parte perché non possiedono ancora i mezzi e le competenze sufficienti, ma soprattutto perché non sanno come muoversi in un mondo nuovo, in cui nessuno risparmia critiche e giudizi. Inoltre, il loro corpo muta rapidamente e spesso i ragazzi fanno molta fatica ad accettare le loro nuove forme. Questo certo non contribuisce a farli sentire a loro agio nella loro “nuova veste di adulto”. Se aggiungiamo il fatto che la società si sta evolvendo sempre più in fretta e che anche gli adulti, talvolta, si trovano senza i mezzi per accompagnare i loro figli (o allievi) in questa transizione, possiamo mettere la ciliegina sulla torta (Pianfetti, G. 2017)

Il ruolo dell’aggressività negli adolescenti adottati e non adottati

Alcune revisioni meta-analitiche e sistematiche hanno concluso che gli adolescenti adottati mostrano una vasta gamma di difficoltà nei domini cognitivi, comportamentali, emotivi e interpersonali (Van den Dries e colleghi, 2009; Van Ijzendorn e colleghi, 2005). Sembra che questi tipi di problemi li mettano ad alto rischio di sviluppare problemi di salute mentale, in particolare problemi comportamentali esternalizzanti, rispetto ai loro coetanei non adottati (Askeland e colleghi, 2017; Barroso e colleghi, 2017). Tuttavia, anche se le esperienze avverse prima dell’adozione possono aumentare la probabilità che gli adolescenti adottati sviluppino problemi di aggressività, solo alcuni studi si sono concentrati specificamente sul dominio dell’aggressività negli adolescenti adottati (Torres-Gomez e colleghi, 2018). Uno studio recente ha esaminato gli effetti delle norme genitoriali e dell’attaccamento sicuro sull’aggressività, valutando il contributo distinto di madri e padri in un campione di adolescenti adottati e non adottati (Juffer, van Ijzendorn e Palacios, 2011). I risultati qui hanno supportato il suggerimento di un effetto diretto dei comportamenti coercitivi paterni sull’aggressività degli adolescenti, mentre l’effetto della coercizione materna era mediato dall’attaccamento sicuro. Questo modello è valido sia per le ragazze che per i ragazzi adottati e non. Estendendo i risultati precedenti circa la mediazione di attaccamento alla genitorialità e all’aggressività, i risultati mostrano l’importanza di valutare separatamente le fasi della prima e tarda adolescenza per una migliore rappresentazione delle differenti dinamiche evolutive durante l’adolescenza. Inoltre, lo studio conferma le relazioni predette tra accettazione/coinvolgimento e rigore/imposizione, come osservato in studi in Spagna con altri indicatori, estendendo quindi l’esistenza di un’aggressività multidimensionale (Gallarin e Alonso-Arbiol, 2012).

I risultati supportano un modello di mediazione parziale in cui l’accettazione/coinvolgimento di entrambi i genitori prevedeva l’attaccamento sicuro nei loro confronti e dove la coercizione/imposizione del padre e l’attaccamento sicuro materno predicevano l’aggressività dell’adolescente. Questi risultati sono un po’ diversi da quelli trovati da Gallarin e Alonso-Arbiol (2012) per la tarda adolescenza, dove l’attaccamento sicuro mediava pienamente la relazione tra genitorialità e aggressività. Caratteristiche idiosincratiche delle fasi adolescenziali possono spiegare questa differenza. Nella tarda adolescenza, le ragazze e i ragazzi possiedono sufficienti capacità cognitive ed emotive per integrare sia le norme disciplinari che affettive nella rappresentazione dell’attaccamento sicuro. Quindi, l’attaccamento farebbe da intermediario tra la norma genitoriale della coercizione/imposizione e quella dell’accettazione/implicazione. A differenza della tarda adolescenza, la prima adolescenza non ha tali capacità cognitive e la maturità emotiva per poter integrare le diverse sfaccettature delle regole genitoriali nella loro rappresentazione dell’attaccamento sicuro. Questi adolescenti più giovani sarebbero in grado di distinguere le interazioni affettive e coercitive con i genitori, come esempio di pensiero concreto o ragionamento “bianco e nero”. Questa idea si riflette nell’approccio della struttura di mentalizzazione, il cui sviluppo è sostenuto da modelli interni funzionanti alla base dell’attaccamento. La mentalizzazione è intesa come un tipo di abilità immaginativa per percepire e interpretare il proprio comportamento e quello degli altri in termini di stati mentali intenzionali (cioè desideri, sentimenti, bisogni, e obiettivi). Come tale, i cambiamenti sono identificati nella fase evolutiva dell’adolescenza. La ricerca ha dimostrato che le capacità di mentalizzazione migliorano con l’età, essendo migliori nella tarda rispetto che nella prima adolescenza (Gallarin, Torres-Gomez e Alonso-Arbiol, 2021). Pertanto, è sensato pensare che le capacità di mentalizzazione basate sull’attaccamento degli adolescenti più grandi, consentono loro una posizione più riflessiva per comprendere e integrare le due dimensioni delle norme di educazione genitoriale che sono alla base degli stati mentali dei genitori. Da ciò si può dedurre che l’attaccamento sicuro non medi tra le variabili coercizione/imposizione e aggressività in questa fase adolescenziale. Tuttavia, la ricerca futura dovrebbe testare questo tentativo di spiegazione in un campione congiunto di adolescenti precoci e tardivi.

La previsione di un’associazione più diretta di norme paterne (vs. materne) nell’aggressività, è stata parzialmente corroborata dall’effetto diretto della variabile coercizione/imposizione relative ai padri. Tuttavia, i risultati mostrano anche un’interessante mediazione non prevista di attaccamento materno nel rapporto tra la variabile accettazione/coinvolgimento e la variabile aggressività che non è stata osservata nel modello di Gallarin e Alonso-Arbiol (2012) sulla tarda adolescenza. Questi risultati sono congruenti con la precedente divisione dei ruoli di genere trovata nella genitorialità e nell’attaccamento. Come hanno osservato alcuni autori (Koehn e Kerns, 2018) nella loro meta-analisi, esiste un’associazione più forte tra l’attaccamento sicuro degli adolescenti e la genitorialità reattiva nelle madri, mentre i padri sembrano svolgere un ruolo di autorità. Di conseguenza, nello studio condotto in Spagna, l’affettività delle madri è stata più rilevante nel predire l’aggressività durante la prima adolescenza, mentre l’effetto del padre è stato direttamente associato a comportamenti coercitivi. Pertanto, i risultati sembrano essere in linea con un modello di genere tradizionale sulla distribuzione delle funzioni genitoriali, vale a dire, madre legata all’affettività e il padre associato all’autorità; la minore capacità dei ragazzi più giovani di integrare entrambi gli elementi, rafforza la percezione di questa divisione dei ruoli. Al contrario, i tardi adolescenti sono più capaci di integrare la genitorialità legata all’affetto e alle regole coercitive, così come riescono ad integrare diversi aspetti delle esperienze di attaccamento in un’unica organizzazione complessiva dell’attaccamento dovuta al consolidamento della fase di pensiero operativo formale e alle capacità di mentalizzazione aumentate. Inoltre, negli adolescenti più grandi, le risorse riguardanti l’affetto variano sia in funzione dell’importanza che assume il gruppo dei pari sia all’aumento delle figure di attaccamento.

I comportamenti devianti negli adolescenti adottati

La letteratura ha individuato diversi studi che hanno indagato la relazione tra problemi comportamentali e ragazzi adolescenti adottati. Ad esempio, Miller e colleghi (2000) suggeriscono che i genitori adottivi possono essere più sensibili alle disfunzioni psicologiche e avere maggiori probabilità di ottenere servizi clinici per i loro figli adottivi. I genitori adottivi possono anche essere più consapevoli dei servizi clinici in quanto risultato del processo di adozione e di eventuali consulenze ricevute. In particolare, esiste un corpo di ricerca significativo in letteratura che suggerisce che gli individui adottati sono ad alto rischio di sviluppare una psicopatologia, in particolare, problemi di condotta. Una meta-analisi condotta da Wierzbicki (1993) ha esaminato 66 studi pubblicati che confrontavano i partecipanti adottati con i loro coetanei non adottati su sette domini di funzionamento. Sebbene non furono riscontrate differenze significative sui livelli dei disturbi internalizzanti (attribuibili a cause interne), delle anomalie neurologiche o delle caratteristiche psicotiche, i partecipanti adottati mostrarono rappresentazioni significativamente maggiori nei campioni clinici, livelli significativamente più alti nei disturbi esternalizzanti (attribuibili a cause esterne) e nei problemi scolastici, nonché una gravità generale significativamente maggiore rispetto ai partecipanti non adottati. Altri ricercatori suggeriscono invece che gli studi riferenti alti livelli di problemi comportamentali tra gli individui adottati, sono stati spesso condotti utilizzando un campione clinico di individui adottati, e che i risultati non sono generalizzabili all’intera popolazione adottata (Smith, 2001). Molti altri studi che suggeriscono che gli individui adottati possano avere un rischio maggiore di sviluppare problemi comportamentali, basano i loro risultati sull’elevata rappresentanza degli individui adottati nei contesti clinici (Kotsopoulos e colleghi, 1988). Mentre gli individui adottati costituiscono circa l’1% – 2% della popolazione adolescente degli Stati Uniti, rappresentano l’8,7% – 21,2% degli adolescenti in trattamento con ricovero e l’1,1% – 7,5% dei pazienti ambulatoriali (Haugaard, 1998). Anche se i ricercatori hanno concluso che gli adolescenti adottati sono generalmente sovrarappresentati tra coloro che ricevono un trattamento psicologico, non sono d’accordo riguardo le influenze che determinano la maggiore prevalenza. C’è un corpo di ricerca in crescita che suggerisce esista una maggiore prevalenza per il semplice fatto che potrebbe essere in parte dovuta alla maggiore disposizione a cercare assistenza psicologica tra genitori adottivi (Miller e colleghi, 2000). Ad esempio, Stams e colleghi (2000) hanno esaminato le differenze relative ai problemi comportamentali nei partecipanti adottati e non adottati attraverso le valutazioni delle madri e degli insegnanti. In quel caso non furono trovate differenze statisticamente significative tra i due gruppi su nessuno dei domini misurato attraverso le valutazioni degli insegnanti. Al contrario, le madri delle ragazze adottate riportarono in modo significativo un comportamento più aggressivo e problemi comportamentali esternalizzanti rispetto alle madri delle ragazze non adottate; ancora, le madri dei ragazzi adottati riportarono invece problemi significativamente maggiori in ogni ambito misurato tranne problemi di pensiero, rispetto alle madri dei ragazzi non adottati. Questi risultati sostengono l’ipotesi che le persone che scelgono di adottare bambini possano essere più sensibili a cambiamenti comportamentali rispetto ai genitori biologici.

Messaggio pubblicitario Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che l’alto rischio di sviluppare una psicopatologia degli individui adottati sia relativo a problemi di abbandono irrisolti, confusione di identità e pensieri sulla nascita dei genitori (Hollingsworth, 1998; Feigelman, 1997; Smith, 2001). Nel momento in cui gli individui adottati raggiungono la fase adolescenziale, iniziano a diventare più consapevoli delle differenze fisiche tra loro e i loro genitori adottivi, innescando ulteriori fantasie sui genitori naturali (Silin, 1996).

“Se un tale problema è fondamentale per la crescita dell’adottato, allora tale ricerca dell’identità e il turbamento si manifesterebbero attraverso una condotta più disfunzionale rispetto al non adottato, in quanto l’adottato passa direttamente dall’infanzia all’età adulta” (Feigelman, 1997).

La soddisfazione per l’adozione, o la soddisfazione della famiglia, è un possibile fattore protettivo che ha ricevuto poca attenzione in letteratura. Grotevant e colleghi (2001) hanno esaminato la compatibilità tra i partecipanti adottati e i genitori adottivi per un periodo di otto anni come segnalato dai genitori adottivi. Dopo aver classificato le famiglie in cinque gruppi che vanno da coerentemente compatibile a coerentemente incompatibile, i ricercatori hanno osservato che i punteggi dei problemi comportamentali aumentavano al diminuire della compatibilità.

Influenze genetiche e ambientali sul comportamento antisociale

Una considerevole ricerca si è concentrata sull’obiettivo di spiegare l’eziologia del comportamento antisociale. In particolare, è stato studiato in maniera estesa il ruolo delle influenze familiari. Le influenze familiari disfunzionali come la psicopatologia nei genitori (Robins, 1966), gli stili genitoriali coercitivi (Patterson, Reid e Dishion, 1992), gli abusi fisici (Dodge, Bates e Pettit, 1990) e i conflitti familiari (Norland, Shover e colleghi, 1979) sono stati dimostrati essere significativamente correlati con il comportamento antisociale. Spesso, queste variabili sono state considerate facenti parte delle influenze ambientali e la possibilità che esse possano riflettere anche influenze genetiche, non è stata molto considerata. In particolare, in uno studio condotto da Rhee e Waldman nel 2002, gli autori hanno effettuato una meta analisi su 51 studi riguardanti i gemelli e l’adozione al fine di stimare la rilevanza delle influenze genetiche e ambientali sul comportamento antisociale. Ebbene, i risultati furono che la grandezza delle influenze familiari era più bassa negli studi sull’adozione genitore-figlio rispetto sia agli studi sui gemelli che alle adozioni di fratelli. L’operatività, il metodo di valutazione, il metodo di determinazione della zigosità (la zigosità è il grado in cui entrambe le copie di un cromosoma o di un gene hanno la stessa sequenza genetica; in altre parole, è il grado di somiglianza degli alleli in un organismo) e l’età, funsero da moderatori significativi sull’importanza delle influenze genetiche e ambientali nel comportamento antisociale, ma non si evidenziarono differenze significative sulla rilevanza delle influenze genetiche e ambientali per maschi e femmine.

In un altro studio condotto da King e colleghi nel 2009, gli autori hanno esaminato le influenze genetiche e ambientali dell’alcolismo dei genitori sul comportamento disinibito della progenie, confrontando un campione di adolescenti adottati e non adottati cresciuti in famiglie in cui, almeno un genitore, aveva una storia di dipendenza da alcol rispetto a quelli cresciuti in famiglie senza storia di alcolismo. I risultati emersi furono diversi. Innanzitutto, gli effetti della storia di dipendenza da alcol dei genitori erano condizionati dallo stato di adozione, in modo tale che una storia di dipendenza da alcol dei genitori fosse associata a livelli più elevati di disinibizione solo quando gli adolescenti erano biologicamente legati ai genitori accuditori. Questa scoperta suggerisce che l’associazione tra una storia di dipendenza da alcol dei genitori e la disinibizione comportamentale della prole è in gran parte attribuibile alla trasmissione genetica piuttosto che ambientale. Inoltre, è stato scoperto che la dipendenza da alcol dei genitori era associata a livelli elevati nella prole biologica di una varietà di indicatori di disinibizione comportamentale, e non solo all’uso di alcol o altre sostanze. Questi risultati implicano che ciò che viene trasmesso geneticamente è una tendenza generale verso il comportamento di disinibizione, che si estende attraverso l’uso di sostanze, i tratti della personalità, gli atteggiamenti e i comportamenti. Questi risultati rafforzano le ricerche precedenti, che hanno stabilito un fattore esternalizzante altamente ereditabile che collega i disturbi mentali che hanno in comune tratti comportamentali disinibiti. Gli autori sostengono anche la tesi secondo cui il comportamento disinibito, antisociale e l’uso di sostanze siano espressioni variabili di una vulnerabilità comune e generale. Inoltre, gli studiosi hanno ottenuto alcune prove sull’abuso di alcol da parte dei genitori come fattore di rischio ambientale condiviso. Un nuovo contributo della presente indagine è stata la capacità degli autori di vivisezionare le influenze ambientali e familiari dagli effetti genetici. Le loro analisi sull’esposizione all’abuso di alcol da parte dei genitori tra gli adottati ha fornito un test diretto dell’effetto ambientale di esporre un bambino a un genitore accuditore con problemi di alcol, mostrando come l’esposizione all’abuso di alcol da parte dei genitori fosse associato a una probabilità sostanzialmente maggiore di avere consumato alcol negli adolescenti adottati. Le probabilità di aver usato alcol erano circa quattro volte maggiori tra gli adottati esposti all’abuso di alcol da parte dei genitori rispetto ad adottati che non erano similmente esposti. In sintesi, l’esposizione all’abuso di alcol da parte dei genitori durante la propria vita ha rappresentato un fattore di rischio ambientale per il consumo di alcol negli adolescenti adottati. Tuttavia, nessuno degli altri effetti dell’esposizione dei genitori sulla disinibizione della prole fu significativo. Ciò è in contrasto con una storia di dipendenza da alcol in un genitore imparentato biologicamente, che ha conferito una vulnerabilità generalizzata, in gran parte genetica, al comportamento disinibito nella prole adolescenziale, che era indipendente dall’esposizione diretta ai genitori con problemi di alcol.

 

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