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Alzheimer: nuove frontiere e il ruolo dello psicologo nella cura del malato e nel supporto alla famiglia

La gestione dell'Alzheimer per il malato e la sua famiglia è difficile. Quali sono le novità su diagnosi e cura? Quale ruolo può ricoprire lo psicologo?

ID Articolo: 187298 - Pubblicato il: 02 settembre 2021
Alzheimer: nuove frontiere e il ruolo dello psicologo nella cura del malato e nel supporto alla famiglia
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L’Alzheimer, una delle forme più comuni di demenza, è una malattia ad esordio senile, cronica e degenerativa ed ha una prognosi sfavorevole. Lo psicologo ha un ruolo importante nella prevenzione della malattia, nella cura del malato e nel sostegno alla sua famiglia.

 

Il morbo di Alzheimer è una delle forme più comuni di demenza.

Messaggio pubblicitario  L’Alzheimer, una delle forme più comuni di demenza, è una malattia ad esordio senile, cronica e degenerativa ed ha una prognosi sfavorevole in quanto la morte del malato sopraggiunge in un arco temporale di 4-6 anni. La progressione di questo morbo causa lesioni multiple del tessuto cerebrale (a meno delle aree adiacenti al solco centrale che sono solitamente risparmiate) che determinano il costante aggravamento delle sindromi tipiche: l’amnesia (perdita di memoria), l’afasia (carente capacità di formulare e comprendere i messaggi verbali), l’alessia (perdita della capacità di leggere), l’agnosia (difficoltà di orientamento, di riconoscere persone o luoghi e stimoli di varia natura), l’aprassia (difficoltà di compiere movimenti o azioni comuni come ad esempio usare una posata per mangiare e /o vestirsi) e la logoclonia (ripetizione continua e insensata di frammenti d parole). È possibile distinguere 3 stadi della malattia che hanno una durata variabile con possibilità di sovrapposizione. Nel primo stadio diventano evidenti i deficit intellettuali, la persona è ripetitiva nell’esprimersi, tende a perdere gli oggetti e a smarrirsi, ma resta ben conservata l’affettività. Nella seconda fase si aggravano le sindromi, il malato può avere deliri e allucinazioni e perde autonomia fino ad avere bisogno di un’assistenza continua. Nella terza fase le condizioni psicopatologiche si aggravano fino a giungere ad un completo impoverimento e alla totale perdita delle funzioni simboliche.

Non esiste un esame specifico per diagnosticare il morbo di Alzheimer

La diagnosi del morbo di Alzheimer avviene attraverso un percorso che si sviluppa nel tempo e può richiedere visite mediche (esame generale, neurologico, valutazione neuropsicologica e psichiatrica) e l’esecuzione di accertamenti clinici/strumentali (TAC, risonanza magnetica, PET, elettroencefalogramma, puntura lombare). In ogni caso, non è possibile arrivare a una certezza (ciò è possibile solo con autopsia post mortem identificando le placche amiloidi nel tessuto cerebrale) e, soprattutto, non è possibile una diagnosi precoce. Al riguardo, gli esiti di una recente ricerca (Serra et al, 2021) pubblicati Journal of Alzheimer’s Disease lasciano, però, intravedere nuove opportunità. Secondo gli esperti, infatti, la riduzione della funzionalità dei network che collegano l’area tegmentale ventrale (una delle aree cerebrali in cui è prodotta la dopamina che è un importante neurotrasmettitore) alle restanti aree del cervello potrebbe segnalare un maggior rischio di manifestare la malattia e consentire l’avvio di percorsi terapeutici finalizzati a rallentarne l’aggravamento.

Non esiste una cura per il morbo di Alzheimer

Nonostante lo stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche, ad oggi purtroppo non esistono farmaci in grado di fermare e far regredire il morbo di Alzheimer. I trattamenti disponibili, quindi, consentono, nelle fasi iniziali e nei casi gravi/moderatamente gravi della malattia, di contenerne i sintomi, onde poter assicurare al malato una migliore qualità della vita. La messa a punto di nuovi farmaci per la demenza è, tuttavia, un campo in grande sviluppo e nei laboratori di ricerca si sta lavorando a principi attivi che aiutino a prevenire, a rallentare l’Alzheimer oltre a a ridurne i sintomi. In particolare, recentemente alcuni ricercatori (Bourdenx et al, 2021) sono riusciti a sviluppare un farmaco sperimentale che, aumentando il numero dei recettori LAMP2A sui lisosomi (organelli che rappresentano il sistema digestivo della cellula in grado di degradare sia materiale proveniente dall’esterno della cellula sia componenti cellulari non più utili), è in grado di potenziare e rendere più efficiente la rimozione delle proteine difettose che si accumulano nel cervello. La somministrazione sperimentale di questo farmaco ad alcuni topi per circa 4-6 mesi ha consentito di preservare la funzione dei neuroni negli stadi avanzati della malattia, ottenendo un miglioramento della memoria, delle performance motorie e la riduzione di ansia e depressione.

La famiglia è la seconda vittima della malattia

Messaggio pubblicitario  La diagnosi di una malattia così complessa rappresenta una esperienza traumatica per la famiglia poiché una simile notizia si accompagna alla certezza di perdere il congiunto nel giro di pochi anni. Inoltre, la gestione del malato, oltre a richiedere una ridefinizione degli equilibri esistenti nel nucleo familiare, rende necessario un grande dispendio di risorse economiche e, soprattutto, psicofisiche. Quest’ultime nel tempo si logorarono, limitando il livello di resilienza familiare e dei singoli congiunti. In una condizione di grande fatica fisica, emotiva e mentale (Guide, 2013), quindi, l’aggravamento del quadro clinico del paziente può causare criticità nella capacità di gestione dello stress e far emergere problematiche fisiche (es. muscolo scheletriche a causa dello spostamento del malato), depressione e ansia (Lindeza et al, 2020), disturbi del sonno e Burnout (Jaafari et al, 2016). Per questo motivo, la famiglia viene considerata la seconda vittima della malattia e i caregiver familiari sono solitamente chiamati pazienti secondari invisibili (Brodaty et Donkin, 2009). Tale situazione non può essere sottovalutata e rende necessari sforzi importanti per individuare forme di assistenza domiciliare efficienti e efficaci (Walsh et al, 2020) per “alleggerire” il carico sostenuto dalla famiglia durante il decorso della malattia (Ashrafizadeh et al, 2021).

Lo psicologo ha un ruolo importante per la cura del paziente ed il supporto alla famiglia

Lo psicologo ha un ruolo importante nella prevenzione della malattia, nella cura del malato e nel sostegno alla sua famiglia. La prevenzione della malattia richiede interventi di psicoeducazione finalizzati a modificare i comportamenti e le abitudini rivolgendoli a uno stile di vita sano. In tale prospettiva, la pratica di una attività sportiva, l’igiene del sonno, il trascorrere del tempo all’aria aperta e un regime alimentare adeguato possono essere molto utili per mantenere un buon livello di benessere psicofisico. La cura della malattia richiede strategie che integrino competenze multi professionali. In tale quadro, lo psicologo può condurre terapie di riabilitazione che hanno lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del malato. Nello specifico, possono essere utili interventi mirati alla stimolazione cognitiva (che potenzia le funzioni mentali residue), la Rot o Reality Orientation Therapy (che cerca di mantenere il malato aderente alla realtà che lo circonda), la Validation Therapy (che cerca di capire i motivi del comportamento del malato), la musicoterapia (che riporta a galla con le emozioni le parole di una canzone o il suono di uno strumento), la psicomotricità (che aiuta il malato ad affrontare la propria disabilità con attività di movimento) e la Pet Therapy (che utilizza gli animali). Inoltre, è necessario sostenere la resilienza del nucleo familiare attraverso interventi che consentano di: migliorare la gestione dello stress e delle emozioni, di facilitare le dinamiche relazionali e sostenere i congiunti nel processo di ridefinizione degli equilibri esistenti nel nucleo familiare, aumentare la consapevolezza , l’autostima e la fiducia attraverso processi incentrati sul rafforzamento della gratitudine, della gentilezza e della compassione. In ultimo, è importante l’organizzazione di un follow up  che, in parallelo con i controlli a cui è sottoposto il paziente affetto dall’Alzheimer, permetta di monitorare le condizioni del/dei caregiver, onde poter prevenire/intervenire tempestivamente all’emergere di condizioni psicofisiche riconducibili ad un ambito clinico.

 

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