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Il ruolo del pensiero negativo ripetitivo nell’insorgenza del declino cognitivo

Il pensiero negativo ripetitivo, un processo costituito da rimuginio e ruminazione, potrebbe contribuire al rischio di declino cognitivo

ID Articolo: 186386 - Pubblicato il: 29 giugno 2021
Il ruolo del pensiero negativo ripetitivo nell’insorgenza del declino cognitivo
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L’indagine longitudinale di Marchant et al. (2020) ha testato l’ipotesi del debito cognitivo, indagando la relazione tra stile di pensiero negativo ripetitivo, declino cognitivo e misure di neuroimaging.

 

Messaggio pubblicitario La demenza di Alzheimer (AD) è una patologia neurologica che nelle fasi iniziali si caratterizza per l’aggregazione di beta amiloide e proteine tau iperfosforilate a livello cerebrale (Jack et al., 2018), con peggioramento della memoria (Bäckman et al., 2005; Wilson et al., 2011).

Essendo la degenerazione progressiva, è necessario identificare i fattori di rischio modificabili associati ai biomarcatori, così da poterli prendere di mira nella prevenzione della patologia.

La depressione (Diniz et al., 2013) e l’ansia (Gimson et al., 2018), fattori di rischio per il declino cognitivo e l’AD, secondo l’ipotesi del “debito cognitivo” non agiscono indipendentemente, bensì condividono uno stile di pensiero negativo e ripetitivo (RNT) (Trick et al., 2016).

Il pensiero negativo ripetitivo, chiamato anche cognizione perseverante, è un processo misurabile e modificabile costituito da rimuginio e preoccupazioni rivolte al futuro, oltre che ruminazioni verso il passato (Gu et al., 2015; Watkins et al., 2011).

Nonostante la sua implicazione nell’insorgenza dei marcatori neurobiologici dell’AD (amiloide e tau) non sia stata ancora esaminata, l’RNT potrebbe contribuire al rischio della demenza. Infatti, ricerche precedenti associano il rimuginio ad un carico di amiloide più elevato negli individui con declino cognitivo (Miebach et al., 2019; Verfaillie et al., 2019).

L’indagine longitudinale di Marchant et al. (2020) ha testato empiricamente l’ipotesi del debito cognitivo, indagando tra anziani cognitivamente sani, la relazione tra stile di pensiero negativo ripetitivo e marcatori di demenza di Alzheimer, come declino cognitivo e misure di neuroimaging di beta amiloide e tau. Inoltre, ha esaminato il ruolo dei sintomi depressivi e ansiosi nell’insorgenza di tali marcatori.

292 partecipanti a elevato rischio di demenza ma senza compromissioni (coorte PREVENT-AD), sono stati sottoposti a valutazioni cognitive, mentre ad un gruppo di 113 è stata analizzata la presenza dell’amiloide e della tau con tomografia a emissione di positroni (PET).

Ulteriori dati di 68 adulti, cognitivamente sani ma con declino cognitivo soggettivo (coorte IMAP+), sono stati analizzati mediante PET.

Il pensiero ripetitivo e le modalità con cui venivano cognitivamente affrontate le esperienze negative, sono stati valutati mediante il Perseverative Thinking Questionnaire, PTQ; Ehring et al., 2011).

I partecipanti hanno anche compilato misure di depressione (ad es. Geriatric Depression Scale, GDS; Greenberg, 2019) e di ansia (ad es. Geriatric Anxiety Inventory, GAI; Pachana et al., 2007), oltre che essersi prestati a valutazione cognitiva globale (ad es. Repeatable Battery for Assessment of Neuropsychological Status, RBANS; Randolph et al., 1998).

In un periodo di 48 mesi, elevati livelli di RNT si associavano ad un declino più rapido della cognizione globale, della memoria immediata e ritardata.

Inoltre, in entrambe le coorti, l’RNT si associava ad elevati livelli di tau nella corteccia entorinale e ad amiloide cerebrale globale, al netto di predittori noti di deposizione di amiloide, come età, lo stato APOE ɛ4 (proteina coinvolta nella malattia di Alzheimer) e la funzionalità cognitiva (Jansen et al., 2015).

Sebbene sintomi depressivi ed ansiosi correlavano con il declino cognitivo e l’RNT, entrambi non si associavano alla deposizione dei biomarcatori relativi alla demenza di Alzheimer (amiloide e tau), mostrandosi maggiormente implicati nell’insorgenza di una forma di declino correlato all’età o non specifico della demenza.

Messaggio pubblicitario D’altra parte l’RNT può essere un marker più preciso per l’AD. Infatti, il pensiero negativo ripetitivo, si associava al rischio di insorgenza dell’Alzheimer, essendo l’unico predittore del peggioramento della memoria episodica e della cognizione globale, entrambi domini correlati alla demenza (Bäckman et al., 2005; Gainotti et al., 2014; Silva et al., 2013). Coerentemente, indagini precedenti riscontravano prestazioni cognitive peggiori in adulti con elevata ruminazione e preoccupazione (de Vito et al., 2019; Whitmer & Gotlib, 2013)

La presenza dello stress potrebbe spiegare l’associazione tra l’RNT, beta amiloide e tau. Infatti, il pensiero ripetitivo, oltre ad associarsi ad indicatori precisi, come elevata pressione sanguigna e cortisolo (Ottaviani et al., 2016), è un marker comportamentale che può attivare cronicamente la risposta fisiologica allo stress, aumentando la vulnerabilità all’AD.

Questa indagine empirica volta a testare l’ipotesi del debito cognitivo, ha mostrato prove di una relazione tra l’RNT, declino cognitivo, carico di beta amiloide e tau, in anziani cognitivamente sani.

Sebbene non sia chiaro se la diminuzione dell’RNT riduca il rischio di AD, certamente le ruminazioni e le preoccupazioni possono essere modificate mediante terapia cognitivo comportamentale (Watkins et al., 2011) o interventi basati sulla consapevolezza (Gu et al., 2015), apportando enormi benefici al paziente.

Una volta erogati questi trattamenti, sarebbe di estrema importanza clinica valutarne l’esito in termini di variazioni dei marcatori cognitivi associati all’Alzheimer, così da arginare il rischio di insorgenza della patologia.

 

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