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Storia di un fantasma (2017) di D. Lowery – Recensione in chiave psicologica del film

'Storia di un fantasma' è un film sul fluire del tempo. Il senso del tempo che passa è ipnotico e l’immagine del fantasma che osserva si fa inquietante

ID Articolo: 184812 - Pubblicato il: 05 maggio 2021
Storia di un fantasma (2017) di D. Lowery – Recensione in chiave psicologica del film
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Il film Storia di un fantasma è una lunga e pacata riflessione sull’essenza del tempo. La scelta del fantasma – lenzuolo appare fin da subito vincente: rimanda lo spettatore all’immaginario infantile e alla dimensione del ricordo: il fantasma protagonista un’entità vulnerabile che sa di non potere più esistere e si attacca al ricordo di una vita che è stata.

 

Messaggio pubblicitario Storia di un Fantasma è un film del 2017 scritto e diretto dal regista statunitense David Lowery apparso sugli schermi nella piattaforma Netflix.

Casey Affleck, nel ruolo del protagonista, dà vita a un personaggio unico e struggente: C. scomparso prematuramente in un incidente stradale ritorna nei luoghi a lui cari in vita nelle sembianze di un fantasma.

L’idea iniziale era già stata solcata nel film Ghost con Patrick Swayze e Demi Moore del 1990, anche qui il protagonista maschile ritorna dopo la morte come fantasma a fianco dell’amata.

Tuttavia i due film sono completamente diversi, seppur simili nell’idea. Se in Ghost c’era un dialogo e un’interazione fra lei vivente e lui fantasma, qui, in Storia di un Fantasma il protagonista non ha alcuna possibilità di contatto con la compagna.

Lei dopo poco scompare dalla scena del film per lasciare spazio ad altri personaggi secondari che, come altri fantasmi, compaiono e scompaiono in una galleria di ritratti che si susseguono.

Storia di un Fantasma non è un film horror, è un film drammatico di carattere esistenzialista, costruito magistralmente su lunghi piano sequenza, ritmi lenti e dialoghi asciutti.

Il film è minimale, intimo, elegante, sussurrato; la pellicola è interamente girata nel formato 4:3, che rimanda alla suggestione vintage dei filmati di famiglia; il low key soffuso e lievemente desaturato cattura abilmente i tremolii del dolore del protagonista.

Il fantasma della pellicola è atipico per il cinema: si tratta del fantasma di halloween che nell’iconografia si riconosce per il lenzuolo con i buchi per gli occhi.

Il film è una lunga e pacata riflessione sull’essenza del tempo e su cosa significhi il tempo per un fantasma. La scelta del fantasma – lenzuolo appare fin da subito vincente: rimanda lo spettatore all’immaginario infantile e alla dimensione del ricordo: il fantasma protagonista un’entità vulnerabile che sa di non potere più esistere e si attacca al ricordo di una vita che è stata. Della vita che non gli appartiene più rimane un silenzioso spettatore.

L’analogia con la condizione depressiva è forte: chi la vive percepisce uno scollamento distanziante e alienante dal mondo dei “vivi”, sperimenta una desertificazione nella percezione degli affetti e vede improvvisamente preclusa la possibilità di accedere al dialogo con la vita.

La dimensione pulsante della vita è soppiantata dal quella della sopravvivenza: il protagonista sopravvive al ricordo di ciò che egli è stato e sopravvivere alla perdita di Sé diventa una condanna atemporale.

Etimologicamente la parola “spettro” si vicina etimologicamente a quella di “spettatore”.

La radice comune dal latino dal lat. spectrum «visione, fantasma» derivato di specĕre che significa guardare, osservare.

Messaggio pubblicitario Il fantasma è uno spettro e uno spettatore della vita che gli è appartenuta e da cui è inesorabilmente separato. Divenire lo spettro di sé stesso è la condizione in cui il Sé viene alienato. La frattura tragica che si crea tra il Sé e il mondo interrompe la continuità del Sé, che cessa di essere ponte fra esperienza passata e possibile futuro: nella condizione depressiva il futuro perde ogni vitalità e la speranza si appiattisce in un eterno ed inesorabile presente.

Questo è anche un film sul fluire del tempo e di come il tempo continui a fluire anche quando non ci saremo più.

Il senso del tempo che passa è ipnotico, e l’immagine del fantasma ferito e che osserva, incapace di comunicare o dare conforto, diventa sempre più inquietante e splendida.

Nonostante l’assenza di un viso e delle espressività facciale, il linguaggio e anche la fisicità hanno intensa forza comunicativa nel tradurre il senso di struggente desolazione.

Stephen King scrisse nella recensione del romanzo horror di Peter Straub del 1979 Ghost Story:

Noi tutti abbiamo bisogno delle storie di fantasmi, perché – di fatto – noi siamo fantasmi.

Probabilmente quanto scritto da King si adatta anche al film di Lowery, che non è un film horror, a meno che non si consideri tale l’orrore di una solitudine infinita.

Il film apre una riflessione profonda sui temi universali legati alla perdita: l’impotenza, l’incapacità di fare o dire, non sentirsi visti e pertanto sentire di non vivere.

Questo è quanto accade in alcune forme di derealizzazione, tipiche delle forme depressive: la sensazione di scollamento da Sé, dai propri pensieri e dal proprio ambiente porta a guardare, a sé e alla propria vita, come alla scena di un film: in un’atmosfera onirica e surreale l’ancoraggio con la realtà e gli affetti si perde.

Come in una sorta di congelamento emotivo, un muro di vetro separa sé dal mondo circostante con cui svanisce ogni connessione emotiva.

Il soggetto vive in un eterno presente dove anche la dimensione del tempo appare distorta: il passato si riattualizza in un eterno presente e il presente entra in una dimensione storica di atemporalità ed eterno.

L’effetto che ne consegue è quello di una vita vissuta da spettatore nell’impossibilità di intraprendere qualsiasi azione incisiva sul presente; il soggetto si trova relegato in una distanza e in un silenzio che desertificano il mondo affettivo. Esso perde progressivamente aderenza nei confronti nella realtà e si dispiega in una dimensione puramente onirica.

Montale in una sua poesia parla di questa condizione: solo l’essere visti e guardati dall’Altro consente di esistere, è la relazione con l’Altro che conferisce senso al sé e all’esistenza, la perdita della relazione relega in una condizione di non esistenza.

Il primo gennaio
So che si può vivere
Non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai
nessuno
l’ha veduto.
(…)

Eugenio Montale

 

STORIA DI UN FANTASMA – Il trailer del film:

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