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Acceptance and commitment therapy per il Disturbo Ossessivo Compulsivo

L'ACT ha ottenuto una considerevole attenzione da parte dei professionisti della salute mentale per gestione e trattamento del Disturbo ossessivo-compulsivo

ID Articolo: 185120 - Pubblicato il: 13 maggio 2021
Acceptance and commitment therapy per il Disturbo Ossessivo Compulsivo
Messaggio pubblicitario SFU 2020
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A seguito del riscontrato peggioramento generale dei sintomi DOC in soggetti che già presentavano la diagnosi (Prestia et al., 2020), e a seguito delle molte ricerche riguardanti le terapie di terza ondata, andiamo ad analizzare, nello specifico, l’utilizzo della Acceptance and Commitment Therapy (ACT) per trattare il Disturbo Ossessivo-Compulsivo. 

 

Messaggio pubblicitario Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è uno dei disturbi mentali più comuni e debilitanti ed ha una prevalenza internazionale dell’1,1- 1,8%. Il disturbo si caratterizza per la presenza di ossessioni, ovvero pensieri, impulsi o immagini ricorrenti, persistenti e indesiderati e di compulsioni, ossia tutti quei comportamenti o azioni mentali che vengono messi in atto allo scopo di regolare, ridurre o neutralizzare le ossessioni e di controllare l’ansia a esse associata. Molte persone che soffrono di DOC riconoscono la natura irragionevole e la qualità ripetitiva dei propri pensieri e comportamenti, nonostante ciò, però, riportano un’incapacità nel resistervi e questo comporta inevitabilmente una ripercussione significativa sulla qualità di vita di queste persone. Il disturbo infatti provoca un notevole distress personale e una compromissione nel funzionamento accademico, lavorativo e interpersonale. Il decorso del disturbo, se non trattato, è solitamente cronico, con tassi di remissione spontanea negli adulti molto bassi (American Psychological Association, 2013).

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) e in particolar modo l’utilizzo della tecnica dell’esposizione in vivo con la prevenzione della risposta (ERP) è il trattamento di prima scelta raccomandato per il disturbo ossessivo-compulsivo (Abramowitz, Taylor & McKay, 2009; Olatunji, Davis, Powers & Smits, 2013), sia da sola che in combinazione con la terapia farmacologica basata sugli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRIs) (Romanelli, Wu, Gamba, Mojtabai & Segal, 2014). Nonostante una comprovata efficacia dei trattamenti cognitivo-comportamentali per il DOC, sussistono diverse limitazioni e problematiche, al di là dell’impatto clinico, per coloro che accedono alle cure: il 25-30% dei clienti introdotti all’ERP rifiuta il trattamento, si ritira prematuramente interrompendo la terapia (Ong, Clyde, Bluett, Levin & Twohig, 2016) o non aderisce alle istruzioni raccomandate e non porta a termine i compiti di esposizione previsti (Foa et al., 2005). All’individuo viene infatti richiesto di confrontarsi sistematicamente con triggers situazionali o stimoli mentali temuti che provocano le ossessioni senza mettere in atto alcun comportamento preventivo o protettivo e questo in parte spiega il rifiuto e l’avversione del cliente a proseguire la terapia. Inoltre l’ERP, associata o meno a interventi cognitivi, si configura come un trattamento intensivo che richiede molto tempo, in media 27.4 ore di contatto diretto col terapeuta in aggiunta alle dozzine di ore previste per lo svolgimento dei compiti prescritti per il cliente (Abramowitz et al., 2009). Va in aggiunta considerato come vi sono altri fattori intervenienti che contribuiscono a complicare il quadro e a influenzare la prognosi del trattamento: la motivazione del cliente, la presenza di condizioni di comorbilità come disturbi d’ansia e disturbi depressivi (Ruscio, Stein, Chiu & Kessler, 2010), la marcata inflessibilità psicologica del cliente e il ruolo delle interpretazioni maladattive riguardanti l’importanza e il significato dello stimolo ossessivo (il bisogno percepito di controllare i pensieri, l’importanza data ai pensieri e la responsabilità personale dei pensieri) (Ong et al., 2020).

Nel corso degli ultimi anni si è sviluppato un crescente interesse nell’esaminare ulteriori opzioni di trattamento dei disturbi mentali e sono state introdotte diverse nuove tecniche psicologiche classificate sotto il termine ombrello “terapie di terza ondata”. Queste ultime, a differenza delle terapie cognitive tradizionali, abbandonano i tentativi di cambiare i contenuti, la forma e la frequenza dei pensieri indesiderati e delle emozioni, mentre si focalizzano sulle funzioni delle cognizioni e sulla consapevolezza e accettazione degli eventi mentali. L’Acceptance and Commitment therapy (ACT) ricade nel dominio della “terza ondata” e ha ottenuto una considerevole attenzione da parte dei professionisti della salute mentale per la gestione e il trattamento del DOC (Hayes, 2004).

L’ACT fu introdotta per la prima volta da S. Hayes e le tecniche terapeutiche che la caratterizzano sono guidate dal paradigma filosofico chiamato “functional contestualism”, il cui sviluppo origina da un programma di ricerche sul linguaggio e sulla cognizione chiamato “Relational Frame Theory” (RTF; Hayes, Strosahl & Wilson, 2011). Uno dei contributi della ricerca sull’RTF è quello di aver messo in risalto il modo in cui i processi cognitivi consentano di attribuire funzioni e significati anche a stimoli ambientali dei quali non si ha avuto esperienza diretta. Per cui, ad esempio, se una persona con un DOC da contaminazione esperisce “lo sporco” come pericoloso, tutto ciò che è simile allo “sporco” acquisirà la funzione di “pericoloso”, in modo tale da far sì che molti stimoli ambientali arbitrari acquisiscano la funzione di “spaventoso e pericoloso” con una conseguente attivazione dell’ansia, nonostante la persona non abbia mai avuto a che fare con essi (Dougher, Hamilton, Fink & Harrington, 2007; Twohig, 2009).

Nonostante una grande utilità offerta dalle abilità cognitive di questo tipo, come ad esempio la possibilità di risparmiare energia mentale e di prevedere gli eventi, è anche vero che queste possono diventare limitanti se divengono troppo prevalenti e rigide. Questo perché un individuo che si fa guidare soltanto dalle contingenze cognitive non riesce ad adattare il proprio comportamento a quelle ambientali, anche nel caso in cui queste ultime dovessero cambiare. Questo processo si può osservare nel DOC, nel quale le contingenze cognitive sono molto diverse da quelle del mondo reale. In tale disturbo l’individuo è così influenzato dalle credenze circa la pericolosità e il bisogno di controllo delle esperienze interne negative da mettere in atto un comportamento protettivo reiterato e disfunzionale, volto ad alterare la forma e la frequenza dei pensieri, al di là di qualunque possibile disconferma proveniente dall’ambiente (Twohig, 2009).

L’approccio dell’ACT è quello di mirare al contesto funzionale entro cui hanno luogo gli eventi mentali, senza considerare il loro contenuto, così da lasciare che i pensieri esistano nella stessa forma, ma intervenendo sull’effetto che questi hanno sul comportamento e di conseguenza sulla qualità di vita (Hayes, Villatte, Levin & Hildebrandt, 2011).

I teorici cognitivisti sostengono infatti come i pensieri con un contenuto ossessivo siano comuni tra le persone, ma coloro che soffrono di DOC hanno un modo diverso di porsi e di reagire a questi pensieri: questi ultimi vengono trattati in maniera letterale, come se fossero dei fatti e dei pericoli concreti e vengono utilizzati per fornire un motivo che muove eccessivamente all’azione. Tale processo è conosciuto come “fusione cognitiva” (Hayes, Srosahl & Wilson, 1999). Per questo motivo chi soffre di DOC ricorre al cosiddetto “evitamento esperienziale”, ovvero il fenomeno che si verifica quando una persona è riluttante a rimanere in contatto con le proprie esperienze interne negative (emozioni, pensieri, ricordi, sensazioni) e prende provvedimenti al fine di alterare tali eventi e il contesto che li genera (Hayes, Wilson, Gifford, Follette & Strosahl, 1996). Tale evitamento può essere sia passivo, ovvero un certo stimolo o situazione viene evitato del tutto, oppure attivo, ovvero il soggetto si impegna in comportamenti ritualistici per diminuire il distress (Hannan & Tolin, 2005). Nel protocollo ACT il paziente viene indirizzato alla comprensione di come ciò che fa la differenza non è l’avere o meno determinati pensieri, ma come ci si rapporta ad essi: la messa in atto di comportamenti protettivi e controllanti ha infatti l’effetto paradossale di esacerbare la frequenza, l’intensità e la salienza delle esperienza interiori percepite negativamente. L’ACT ha dunque lo scopo di favorire la defusione cognitiva e l’accettazione esperienziale, al fine di aiutare il paziente a creare un nuovo modo di relazionarsi e di rispondere ai pensieri ossessivi e alle emozioni di ansia, semplicemente accettandoli per quello che sono, ovvero pensieri ed emozioni (Twohig, Hayes, & Masuda, 2006).

L’ACT aspira a incrementare la flessibilità psicologica del paziente, ovvero la capacità di stare in contatto col momento presente, consapevole delle proprie esperienze psicologiche così come si presentano, allo scopo di impegnarsi nelle azioni che permettono alla persona di raggiungere obiettivi importanti e significativi (Hayes, Luoma,Bond, Masuda & Lillis, 2006). I pazienti sono dunque incoraggiati a battersi per vivere la vita che desiderano, nonostante la presenza delle ossessioni, le quali vengono riformulate come “semplici pensieri che vanno e vengono” (Philip, & Cherian, 2020).

Il modello dell’ACT prevede sei processi attraverso i quali il paziente viene sollecitato al cambiamento: Accettazione, Defusione, Sé come contesto, Consapevolezza del momento presente, Valori e Azioni impegnate.

Adesso andremo a vedere, più nello specifico, i sei pilastri dell’ACT, cercando di fornire esempi pratici.

Twohig (2009) presenta il caso di Caroline, donna con un disturbo ossessivo-compulsivo; sperimenta ossessioni e autocritiche e si impegna in compulsioni, come evitare le persone, fare pugni o cerchi con le braccia o con le dita o mordersi la lingua come strategia di controllo e pensa o dice determinate cose per tenere al sicuro le persone.

Nell’ottica ACT, un buon risultato clinico sarebbe quello in cui Caroline è in grado di sperimentare le sue ossessioni e la sua ansia solo come pensieri e sentimenti; non dovrebbe impegnarsi in attività che vanno ad alterarne il contenuto.

Partiamo, quindi, dal primo pilastro: l’accettazione implica che le esperienze interiori si verifichino senza regolarle o controllarle, allo stesso modo di quando ci troviamo ad accogliere in casa un ospite indesiderato (Dèttore, Giaquinta, & Pozza, 2019): potrebbe non piacerci davvero, ma possiamo trovare un modo per convivere con lui senza che ci sia una guerra costante. Il target dell’accettazione è l’evitamento. Caroline si impegna in una notevole quantità di evitamento, cognitivo e comportamentale: si sforza di non sperimentare le sue ossessioni e di calmarsi dopo averle pensate ed evita situazioni che potrebbero innescarle. Dato che solitamente le compulsioni sono inefficaci sul lungo termine a diminuire le ossessioni, e visto che è probabile che più il paziente cerca di lottare contro le ossessioni e più queste diventano frequenti e intense, il terapeuta potrebbe indagare questo aspetto e chiedere in che modo la paziente cerca di regolare i suoi pensieri e come questa regolazione influisce sulla qualità della sua vita. Una volta che Caroline si rende conto che non può controllare le sue ossessioni e che i tentativi di farlo sono un problema, il terapeuta propone, come obiettivo del trattamento, i tentativi di controllo, in questo modo:

Terapeuta: ti faccio un esempio di quello che sta accadendo. Stai giocando a basket contro le tue ossessioni per la maggior parte del tempo. C’è qualcosa, però, di ingiusto nel gioco: tu stai giocando contro una squadra di professionisti e ovviamente la tua squadra non va bene, i punti sono sbilanciati, non vincerai mai. Vuoi continuare a giocare perché sembra che se vinci questa partita, le ossessioni si fermeranno e così potrai andare avanti a fare tutte le cose che per te sono importanti.

Caroline: come devo fare per batterle quindi? Ho provato molte cose per controllare le mie ossessioni, come rassicurarmi, evitare situazioni, acquistare libri, andare su internet e anche lavorare con una precedente terapia, ma sono sempre lì e stanno peggiorando. 

Terapeuta: c’è un altro gioco a cui la maggior parte delle persone non fa attenzione, simile al primo gioco, ma diverso. Questo gioco, innanzitutto, è giusto: la tua squadra gioca contro un’altra squadra brava quanto te. Un’altra cosa importante è che invece di giocare per il controllo delle tue ossessioni, giochi per la qualità della vita. E se il nostro lavoro insieme non fosse aiutarti a vincere la partita, ma aiutarti a smettere di giocare? (Twoigh, 2009, p. 22).

Ci sono molti modi per aumentare l’accettazione delle ossessioni: uno è lasciare che il paziente interagisca con il pensiero difficile (per esempio: sono una persona terribile). Il terapeuta può chiedere di scrivere il pensiero su un pezzo di carta, lo tiene e dice alla paziente di non lasciare che il pensiero la tocchi. Caroline tenderà le mani per impedire al foglio di toccarla; i due spingeranno avanti e indietro l’”ossessione”. Successivamente il terapeuta getta il foglio nel grembo di Caroline e le chiederà di lasciarlo lì. A questo punto il pensiero sta toccando la paziente in entrambe le situazioni. Quale delle due richiede più impegno e attenzione? (Twoigh, 2009, pp. 22-23). A questo diventa più chiaro il contrasto tra lottare e accettare quel determinato pensiero.

La defusione, invece, serve per rapportarsi ai pensieri in modo nuovo, in modo che abbiano un impatto e un’influenza minore, siano meno importanti e vengano presi meno “alla lettera”. Essere fusi cognitivamente, infatti, significa vivere in maniera dicotomica, in cui i pensieri vengono vissuti come “giusti/sbagliati” o “buoni/cattivi”.

Caroline è fusa cognitivamente, ha poca consapevolezza delle sue ossessioni come pensieri privi di significato verbale, sperimenta le sue ossessioni come eventi letterali, concreti, è spaventata sia dal pensiero che dagli effetti di questo. Per diminuire la fusione cognitiva, si dovrebbe creare una relazione terapeutica in cui le ossessioni vengano trattate per quello che sono, ovvero pensieri ed emozioni, non cose reali. Il terapeuta tratta le ossessioni e compulsioni come degli eventi separati, che si legano solo nella mente della paziente.

C: mi sento come se causassi miseria e morte ovunque vada. Pensi che io stia causando danni a chi mi sta intorno?

T: guarda come la tua mente va via di nuovo. Ringrazia la tua mente per quel pensiero (Twoigh, 2009, p. 23).

Esistono molti esercizi che supportano la defusione cognitiva: Caroline può essere aiutata a trattare i pensieri come una serie di cose diverse. Facciamo riferimento alla metafora dell’autobus (Hayes, Strosahl, & Wilson, 1999): il terapeuta aiuta la paziente a vedere se stessa come l’autista di un autobus che sta andando verso i suoi valori. Nell’autobus ci sono passeggeri che urlano e le dicono dove andare (ovvero le ossessioni); eppure l’autista fa quello di lavoro, sa dove deve andare. Oppure, l’esercizio dei pensieri letti a rallentatore o accelerati, dove la paziente sceglie il pensiero su cui lavorare. Lo scrive su un pezzo di carta e lo rilegge molto lentamente in modo prima ripetuto poi in modo veloce per tre minuti (nel mentre viene registrato). Dopodiché riascolta i due audio per vedere come reagisce la nostra mente (Dèttore, Giaquinta, & Pozza, 2019). Un ulteriore esercizio di consapevolezza è guardare le proprie ossessioni passare: alla paziente verrà chiesto di chiudere gli occhi e prestare attenzione alle sue esperienze interiori senza afferrare o respingere nessuna di esse. Guardare i pensieri e le sensazioni andare e venire come se qualcuno guardasse gli attori entrare e uscire da un palcoscenico, allo stesso modo di immaginarsi seduta sulla riva di un ruscello mentre appoggia sulle foglie depositate sull’acqua i propri pensieri, emozioni o sensazioni fisiche del momento e rimanere a osservarli scorrere, sempre per imparare a “lasciar andare” i pensieri (esercizio foglie sul ruscello; Dèttore, Giaquinta, & Pozza, 2019).

Il sé come contesto implica l’esistenza di una parte del sé che non cambia ed è sempre presente. Una parte del sé che va oltre i pensieri, le emozioni e le esperienze passate. Senza il sé come contesto, Caroline sperimenterà due processi problematici: risponderà alle sue ossessioni come se fosse definita da esse e cercherà di controllarle. La paziente potrebbe agire in modo coerente con il pensiero “sono una persona orribile”, evitando le persone per non danneggiarle o non cercando mai attività significative. Se Caroline sperimenta le sue ossessioni solo come pensieri, allora è in grado di non comportarsi in modo coerente con le stesse. Il terapeuta lavora per rafforzare la presenza del sé come contesto e per modellarlo come abilità, cercando di aiutare Caroline a vedere una separazione tra se stessa e le sue ossessioni. Per farlo, il terapeuta potrebbe rispondere al pensiero di Caroline (sono una persona orribile) dicendo: sei tu o hai il pensiero di essere una persona orribile?

Ci sono altri esercizi che possono essere fatti in questa fase, come l’esercizio della scacchiera (Hayes et al., 1999): il terapeuta aiuta la paziente a cercare di vedere se stessa come una scacchiera, con le ossessioni e le compulsioni come due squadre che giocano l’una contro l’altra sul tabellone, il quale non si preoccupa di quello che fanno le squadre, semplicemente tiene i pezzi. Il tabellone, infatti, non è influenzato dalle azioni dei pezzi o da chi vince la partita. L’esercizio serve per vedere le ossessioni come eventi che accadono dentro di sé piuttosto che come eventi che definiscono la persona. Se Caroline riuscisse a percepire una separazione tra le sue esperienze interiori e se stessa, allora riuscirebbe a non agire in base alle sue ossessioni. Esercizi di questo tipo mettono la persona in maggiore contatto con le contingenze del mondo reale.

Messaggio pubblicitario Per contatto con il momento presente si intende connettersi completamente con ciò che si sta facendo e vivendo, nel qui ed ora, senza lasciare spazio alla valutazione o al giudizio. In questo modo, Caroline riuscirebbe a descrivere ciò che le accade come: “sto provando queste sensazioni corporee… sto pensando questo…” Ciò è utile, inoltre, per fare defusione cognitiva, in quanto la paziente riuscirebbe a vivere il mondo così com’è invece che plasmato dalle proprie cognizioni. Il contatto con il momento presente ha delle somiglianze con altre pratiche di consapevolezza, come la Mindfulness. Nel caso di Caroline, lei non risulta presente nel qui ed ora, in quanto è preoccupata per le sue ossessioni, teme il suo pensiero e si sforza per evitare di controllarlo. In casi come questo, è consigliato il focus sull’attenzione al momento presente rispetto alle proprie esperienze interiori. Più la persona è a contatto con le proprie esperienze interiori, più efficace è l’esposizione e più efficace è la terapia (Abramowitz, 1996). Ecco un esempio di esercizio di consapevolezza: il terapeuta invita la paziente a chiudere gli occhi e la istruisce a prestare attenzione a diversi elementi della sua esperienza attuale, come le sensazioni corporee (ad esempio il respiro), i diversi suoni della stanza, i pensieri o le emozioni. Viene chiesto alla paziente di osservare questi eventi come se si stessero svolgendo di fronte a lei, come delle immagini su uno schermo. Viene chiesto di fare caso alla differenza tra notare i suoi pensieri come un processo in corso, oppure esserne consumata e trascinata da essi. Spesso i pazienti possono trovare questo tipo di esercizi rilassanti. Un esempio di un altro esercizio è quello che prevede che la paziente cammini fuori dalla stanza mentre dice ad alta voce tutti i suoi pensieri, qualunque cosa le passi per la testa, spostando, quindi, all’esterno quello che è il suo dialogo interiore: è una bella giornata; dovrei fare qualcosa riguardo alle mie ossessioni, e così via; questi pensieri non vengono né contestati né verificati, semplicemente vengono vissuti come qualsiasi altro evento.

I valori sono il riflesso di ciò che è importante per la persona: che tipo di persona vuoi essere, che cosa ha valore e significato per te e per che cosa vuoi impegnarti in questa vita. I valori servono per tracciare la direzione della propria esistenza e motivano il soggetto a realizzare cambiamenti importanti. Caroline presenta valori sociali molti forti: ha a cuore i suoi amici e la famiglia e teme che il contatto con questi possa causare loro danni o addirittura la morte. Di fatto le sue ossessioni, prese alla lettera, le consentono di “fare la cosa giusta”, stando lontana da loro e proteggendoli. Nel momento in cui Caroline percepisce che lei non è un tutt’uno con i suoi pensieri, sarà in grado anche di capire che, nel tentativo di proteggere le persone a lei care, in realtà le perde.

Per indagare i valori del soggetto, si può chiedere semplicemente alla paziente qual è lo scopo del suo comportamento oppure come vorrebbe che fosse la sua vita.Questo tipo di discussione è utile per far sì che la paziente prenda consapevolezza rispetto al fatto che è possibile rendere meno importanti le ossessioni, cercando di indirizzare la propria vita verso il perseguimento di attività più in linea con i propri valori. In questo caso, l’esercizio di esposizione non ha come focus la riduzione dell’ansia o il controllo dell’ossessioni, bensì l’avvicinarsi ai suoi amici e alla famiglia.

Non si discute il contenuto delle ossessioni che Caroline porta in seduta, ma i costi che le servono per seguire queste ossessioni. Per discutere il ruolo che i valori hanno nel guidare il proprio comportamento è possibile dedicare intere sedute, le quali, solitamente, vengono effettuate dopo il lavoro sull’accettazione e sul contatto con il momento presente. Una volta che la paziente ha valutato quanto per lei siano importanti le varie aree che porta in seduta (ad esempio: amici, famiglia, occupazione), andrà a valutare quanto siano coerenti le sue azioni con i suoi valori. Infine, viene incoraggiata a discutere su ciò che le impedisce di seguire i suoi valori. Riuscirà a prendere consapevolezza del grande costo, anche in termini di energia, che usa per controllare e regolare le sue ossessioni a discapito di attività che per lei sono significative. Nell’ottica ACT, sono i valori a guidare le proprie azioni e non l’esperienza interiore.

L’ACT incoraggia a basare le azioni sui propri valori, ma non tramite un’azione qualsiasi. Ci vuole un’azione impegnata.

Caroline ha uno stile di vita piuttosto attivo; sebbene eviti alcuni contatti sociali, trascorre del tempo all’aria aperta. Si concentra in queste attività, però, a un livello e ad una qualità molto ridotti. Dopo che gli altri pilastri sono stati trattati, il terapeuta, insieme a Caroline, potrebbe lavorare per creare degli esercizi di impegno comportamentale settimanali che sono vicini ai valori della paziente. Ad esempio, Caroline potrebbe scegliere di parlare con un amico con cui non parla da un po’ di tempo, avendo una conversazione significativa senza lasciarsi andare in compulsioni, oppure potrebbe scegliere di non proteggere mentalmente le persone a lei care per una sola ora al giorno, in modo da praticare l’accettazione e la defusione.

Gli esercizi di impegno, nell’ottica ACT, sono eseguiti tenendo conto dei valori scelti dal paziente ed è il paziente stesso a scegliere l’esercizio, non il terapeuta. Gli esercizi vengono strutturati in base al tempo o all’attività e non in base alla gravità delle ossessioni; il paziente viene istruito a praticare gli altri processi ACT mentre è impegnato nell’esercizio scelto.

Nel caso del DOC, il focus è quello di aumentare l’accettazione delle ossessioni e notarle per ciò che sono. Nella maggior parte dei casi, ciò si traduce in una riduzione del comportamento compulsivo, in quanto questo comportamento solitamente interferisce con i propri valori.

Il cambiamento di Caroline sarà lento, così come per qualsiasi altra modalità di trattamento, visto l’alto coinvolgimento nelle sue ossessioni. Ovviamente il terapeuta lavorerà con lei, soprattutto per essere presente nei momenti di paura e incertezza. Una volta che Caroline inizia a lavorare all’interno di un sistema non basato sul controllo emotivo, il cambiamento avverrà entro tempi brevi. Questo nuovo sistema risulterà per lei rinforzante, in quanto sarà in grado di fare cose che sono importanti per lei senza dover prendere il controllo delle sue ossessioni.

Infine, per quanto riguarda le evidenze preliminari per l’utilizzo dell’ACT nel DOC, queste sono derivate in primo luogo da studi su casi singoli o su un numero ristretto di partecipanti. Tali studi hanno permesso di evidenziare come l’ACT sia stata efficace nel ridurre alcuni sintomi del DOC, tra cui i pensieri inerenti all’arrecare danno agli altri, l’aver commesso un peccato, i rituali di lavaggio (Vakili & Gharraee, 2014), i rituali religiosi, i pensieri blasfemi (Lee, Ong, An & Twohig, 2018; Dehlin, Morrison & Twohig, 2013), le ruminazioni ossessive in presenza di un deficit intellettivo ( Brown & Hooper, 2009), le compulsioni di controllo, di accumulo e di pulizia (Twohig, Hayes & Masuda, 2006a) e le ossessioni riguardanti la propria salute e quella altrui (Izadi, Asgari, Neshatdust & Abedi, 2012). Vi sono anche evidenze che supportano l’uso dell’ACT per i disturbi correlati al DOC, come per la tricotillomania (Twohig & Woods, 2004), il disturbo da escoriazione (Twohig, Hayes & Masuda, 2006b) e l’uso compulsivo della pornografia (Twohig & Crosby, 2010). Nonostante le ovvie limitazioni, dovute alla ridotta numerosità dei campioni, questi studi hanno aperto la strada agli studi randomizzati e controllati (RCT), i quali hanno messo in risalto la maggiore efficacia dell’ACT nel trattamento del DOC quando comparata al training di rilassamento muscolare progressivo (Twohig et al., 2010), all’utilizzo della sola terapia farmacologica basata sugli antidepressivi (Baghooli,Dolatshahi, Mohammadkhani, Moshtagh & Naziri, 2014; Vakili, Gharaee & Habibi, 2015; Rohani et al., 2018) e alla terapia narrativa di gruppo e a quella della prospettiva temporale di gruppo (Esfahani,Kjbaf & Abedi, 2015).

Purtroppo vi sono ancora pochi studi che pongono a confronto l’efficacia dell’ACT con quella dell’ERP nel trattamento del DOC. Tra questi, uno ha mostrato come l’utilizzo dell’ACT non abbia incrementato gli esiti primari del trattamento quando aggiunta al classico intervento di ERP. D’altronde va considerato come l’azione combinata di questi due trattamenti per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo può migliorare l’accettabilità della terapia, l’impegno nei compiti di esposizione (l’ACT favorisce la disponibilità a esperire i pensieri ossessivi) e riduce i tassi di drop-out o di rifiuto dell’ERP, non solo senza attenuarne gli esiti ma probabilmente rafforzandoli (Twohig et al., 2018).

 

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