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Il momento del pasto nella demenza: strategie utili per una migliore qualità di vita

Nella demenza il pasto è un’attività complessa che, se non adeguatamente supportata, può far sperimentare all'anziano un senso di fallimento e inadeguatezza

ID Articolo: 182558 - Pubblicato il: 02 marzo 2021
Il momento del pasto nella demenza: strategie utili per una migliore qualità di vita
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Nel caso della demenza il pasto è, inoltre, un’attività complessa che se non adeguatamente supportata può far sperimentare all’anziano un senso di fallimento e inadeguatezza (Berg, 2013). Esso richiede riconoscimento, memoria procedurale e pianificazione.

 

Messaggio pubblicitario Il Disturbo Neurocognitivo Maggiore (DNC) è una patologia acquisita, progressiva e irreversibile che aggravandosi porta alla perdita dell’autonomia funzionale e a uno stato di completa dipendenza. La persona con demenza, negli stadi più avanzati, ha la necessità di essere assistito in tutte quelle attività di base un tempo automatiche come ad esempio mangiare. Queste perdite sono spiegate dalla presenza di deficit cognitivi, in particolare funzioni esecutive e memoria procedurale, dalla tipologia di assistenza erogata, che il più delle volte tende a sostituire l’anziano anziché facilitarlo, e da una serie di modificazioni sensoriali che ostacolano la vita quotidiana dell’assistito.

Tenuto conto di quanto uno stato di dipendenza possa incidere fortemente sulla qualità di vita della persona, risulta fondamentale preservare le abilità residue del malato attraverso un modello di cura centrato sulla persona e programmi di riabilitazione delle attività di base, come il Procedural Memory Training (PMT; Zanetti et al., 1997). A ciò si aggiunge ovviamente una buona conoscenza della patologia e in particolare dei deficit visivi ad essa associati in modo da poter organizzare un ambiente che risponda ai bisogni dell’anziano e che sia il meno ostacolante possibile.

Il pasto: un’attività complessa

Il momento del pasto fa parte della routine di ognuno di noi, avviene in maniera quasi automatica e risponde ai nostri bisogni fisiologici. Esso è altamente significativo, infatti non riguarda la semplice assunzione di cibo ma è soprattutto un momento di socializzazione. È un’occasione di prossimità fisica che permette di mantenere un senso di comunanza e appartenenza, promuovendo legami di conoscenza.

Nel caso della demenza il pasto è, inoltre, un’attività complessa che se non adeguatamente supportata può far sperimentare all’anziano un senso di fallimento e inadeguatezza (Berg, 2013). Esso richiede riconoscimento, memoria procedurale e pianificazione. Date le difficoltà attentive della persona con demenza, è innanzitutto essenziale assicurare un ambiente tranquillo e ordinato, privo di distrazioni e possibilmente silenzioso (un accorgimento è, ad esempio, spegnere la televisione). È indicato anche semplificare la tavola, riducendo le posate al minimo indispensabile, presentando pochi stimoli ma significativi.

Il modello di cura centrato sulla persona durante il pasto

Nella pratica di assistenza è auspicabile la messa in atto di un approccio di cura centrato sulla persona (Kitwood, 1997), fondamentale per la preservazione della personhood (= essere Persona) del malato e della sua qualità di vita. Secondo Tom Kitwood ciò è possibile tramite interazioni positive e il soddisfacimento dei bisogni dell’anziano (conforto, identità, inclusione, attaccamento, essere occupati). In particolare è bene riconoscere ed evitare la cosiddetta Psicologia Sociale Maligna, ovvero quell’insieme di interazioni svalutanti attuate inconsapevolmente che minano i bisogni dell’anziano aumentandone i disturbi del comportamento.

Spesso il caregiver tende a sostituirsi all’anziano velocizzando le attività e contribuendo alla perdita dell’automatismo di certe azioni. È necessario, quindi, rendere i caregiver consapevoli delle conseguenze di questa tipologia di lavoro e indirizzarli verso modalità che invece mirano a tutelare le abilità residue. Un esempio è il Procedural Memory Training, un intervento di stimolazione cognitiva che, sfruttando tecniche di modificazione del comportamento, agisce sulla memoria procedurale al fine di ricostruire le sequenze motorie indispensabili per l’attività oggetto di addestramento.

Infine, per sostenere la personhood dell’assistito e renderlo il meno passivo possibile, è importante prendere in considerazione i suoi gusti, le sue abitudini e dargli possibilità di scelta.

La vista nel Disturbo Neurocognitivo Maggiore

Numerosi studi sottolineano l’incidenza di difficoltà visive in persone con demenza e la stretta relazione tra perdita sensoriale e perdita cognitiva (Mapstone et al., 2003). In particolare, le difficoltà visive sono state riscontrate soprattutto nella malattia di Alzheimer, non a caso infatti in questa patologia i deficit visuospaziali sono precoci e costituiscono spesso un campanello d’allarme. I principali deficit visivi emersi sono: ridotta sensibilità ai contrasti, alterazione del senso di profondità, campo visivo limitato e asimmetrico, percezione distorta dei rapporti spaziali, minore percezione di luce, minore capacità di percepire il movimento e difficoltà nella discriminazione dei colori (Shuren et al., 1993; Wijk et al., 1999; Neargarder et al., 2003; Kavcic et al., 2006).

Spesso le difficoltà visive comportano dispercezioni, ovvero interpretazioni erronee degli stimoli ambientali, e nel peggiore dei casi vere e proprie allucinazioni (Chapman et al., 1999).

È evidente la necessità di intervenire sull’ambiente, rendendolo protesico e armonioso, individuando ed eliminando tutti quei fattori che possono confondere l’anziano, come sostenuto dal modello Gentlecare (Jones, 1999).

Messaggio pubblicitario Nel caso del momento dei pasti, è utile apparecchiare la tavola tenendo conto delle difficoltà visive evidenziate. Ad esempio, data la scarsa capacità di discriminare i colori, viene suggerito di utilizzare dei piatti monocromatici in netto contrasto con la tovaglia e con il cibo. In particolare, sembra che l’utilizzo di piatti rossi aumenti del 25% l’assunzione di cibo (Dunne et al., 2004). Lo stesso principio vale per i liquidi, è consigliato aggiungere gocce di sciroppo o aranciata all’acqua per renderla più facilmente visibile e gradita. Inoltre, è altamente sconsigliato utilizzare tovaglie con ricami o disegni poiché potrebbero causare dispercezioni e distogliere l’attenzione del malato, causando affaccendamento dei casi più gravi (Berg, 2013).

Per concludere, il pasto è un momento fondamentale della giornata del malato con demenza, esso marca il tempo e divide la quotidianità in sequenze. Essendo la malnutrizione una frequente complicanza della demenza moderata-grave (Yildiz et al., 2015), è bene assicurarsi che il malato riceva il giusto apporto calorico e che il pasto venga svolto senza ostacoli. Per raggiungere questo obiettivo è opportuno prestare attenzione a tutte le variabili che possono incidere su questa attività di base, in particolare ambiente fisico e assistenza.

 

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Bibliografia

  • Berg, G. (2013). Il pasto con la persona con demenza. Edizioni Erickson: Trento.
  • Chapman, F. M., Dickinson, J., McKeith, I., & Ballard, C. (1999). Association among visual hallucinations, visual acuity, and specific eye pathologies in Alzheimer’s disease: treatment implications. American Journal of Psychiatry, 156(12), 1983-1985.
  • Jones, M. (1999). Gentlecare: Changing the experience of Alzheimer’s disease in a positive way. Hartley & Marks Publishers.
  • Kavcic, V., Fernandez, R., Logan, D., & Duffy, C. J. (2006). Neurophysiological and perceptual correlates of navigational impairment in Alzheimer’s disease. Brain, 129(3), 736-746.
  • Mapstone, M., Steffenella, T. M., & Duffy, C. J. (2003). A visuospatial variant of mild cognitive impairment: getting lost between aging and AD. Neurology, 60(5), 802-808.
  • Neargarder, S. A., Stone, E. R., Cronin-Golomb, A., & Oross III, S. (2003). The impact of acuity on performance of four clinical measures of contrast sensitivity in Alzheimer’s disease. The Journals of Gerontology Series B: Psychological Sciences and Social Sciences, 58(1), P54-P62.
  • Shuren, J., & Heilman, K. M. (1993). Visual field loss in Alzheimer’s disease. Journal of the American Geriatrics Society.
  • Wijk, H., Berg, S., Sivik, L., & Steen, B. (1999). Colour discrimination, colour naming and colour preferences among individuals with Alzheimer’s disease. International journal of geriatric psychiatry, 14(12), 1000-1005.
  • Yildiz, D., Pekel, N. B., Kilic, A. K., Tolgay, E. N., & Tufan, F. (2015). Malnutrition is associated with dementia severity and geriatricsyndromes in patients with Alzheimer disease. Turkish journal of medical sciences, 45(5), 1078-1081.
  • Zanetti, O., Binetti, G., Magni, E., Rozzini, L., Bianchetti, A., & Trabucchi, M. (1997). Procedural memory stimulation in Alzheimer’s disease: impact of a training programme. Acta Neurologica Scandinavica, 95(3), 152-157.
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