Metacognizione nei disturbi d’ansia e nei disturbi depressivi: analisi comparativa delle tipologie delle credenze e del loro ruolo nel mantenimento di questi disturbi

Metacognitizione e psicopatologia: una delle caratteristiche principali dei disturbi quali ansia e depressione è la presenza di pensieri ripetitivi negativi

ID Articolo: 181961 - Pubblicato il: 15 febbraio 2021
Metacognizione nei disturbi d’ansia e nei disturbi depressivi: analisi comparativa delle tipologie delle credenze e del loro ruolo nel mantenimento di questi disturbi
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Le modalità di pensiero ripetitivo maggiormente studiate, e che alla lunga provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale, sono il rimuginio e la ruminazione, innescati e tenuti attivi da credenze metacognitive. Essi sottendono pattern emozionali come ansia e depressione.

Andrea Coluccia – OPEN SCHOOL, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca Mestre

 

Messaggio pubblicitario Ad alcune persone succede di restare invischiate in meccanismi di ricorsività del pensiero, come rimuginio e ruminazione, innescati e tenuti attivi da credenze metacognitive. Nonostante siano spesso indicativi di alcuni disturbi, come ansia e depressione, le persone ritengono che questi stili di pensiero, ripetitivi e persistenti, siano spesso positivi e utili ad affrontare eventi problematici, senza riuscire a soffermarsi sulla loro pericolosità e incontrollabilità, ovvero sulla loro natura negativa.

La metacognizione è un concetto complesso che in clinica è stato definito da diversi autori, tra cui Semerari (1999), Wells e Purdon (1999).

Il primo la definisce come l’insieme delle abilità che ci consentono di riconoscere i propri ed altrui stati mentali, riflettere su di essi e saperli padroneggiare. Da Wells e Purdon (1999) invece non è vista come abilità o funzione, bensì come l’insieme dei fattori che governano la valutazione, il monitoraggio e il controllo delle cognizioni. Tali fattori si possono dividere in credenze, esperienze e strategie.

Wells spiega tale concetto servendosi di una metafora: in un concerto, l’orchestra che lo esegue comprende diversi strumenti e musicisti e, affinché il tutto risulti armonico, sono necessari una partitura e un direttore. La metacognizione rappresenta sia la partitura che il direttore, nonché la cognizione sulla cognizione, o più semplicemente il “pensiero sul pensiero”. Il significato di metacognizione, attraverso le teorie e gli studi che lo hanno trattato, è diventato maggiormente ampio ed integrato, ribadendo come possa rappresentare una vasta gamma di abilità. Alla luce di ciò, diviene una chiave interpretativa per diverse problematiche che tendono a presentarsi sia in età evolutiva sia in età adulta come i disturbi depressivi e i disturbi d’ansia.

Il ruolo delle credenze metacognitive nella ricorsività del pensiero

Quando si parla di credenze metacognitive o metacredenze si fa riferimento alle informazioni rispetto al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping utilizzate. Esse rappresentano le conoscenze che le persone hanno della propria mente, dei suoi prodotti (pensieri ed emozioni) e delle sue funzioni (attenzione e memoria) (Wells, 2000). Queste conoscenze, che possono essere di natura esplicita o implicita, costituiscono la guida per l’elaborazione delle informazioni e quindi per la reazione ai propri stati interni.

Le credenze metacognitive hanno un ruolo preponderante nei meccanismi di ricorsività del pensiero, grazie alla tendenza dell’individuo a considerarli sia negativamente che positivamente. Le persone ansiose credono, ad esempio, che il rimuginio sia utile per risolvere una situazione problematica o per anticiparne le conseguenze; ne soffrono tuttavia, anche perché sono convinte che non sia possibile interromperlo, percependolo come un automatismo al di fuori del proprio controllo.

Lo stesso meccanismo si applica per la ruminazione: le persone che sviluppano un disturbo depressivo e che tendono a utilizzare questo stile di pensiero, nutrono delle credenze metacognitive positive circa la ruminazione stessa, rispetto cioè alla sua utilità come strategia di regolazione emotiva, di pianificazione di azioni volte alla soluzione di un problema e di riflessione sulle cause di un evento passato o sul proprio stato d’animo.

Le credenze metacognitive negative comprendono l’incontrollabilità, la pericolosità, l’importanza e il significato attribuito ai pensieri o alle emozioni: “se sono in ansia, allora sono davvero in pericolo”, ad esempio, nel caso dei disturbi d’ansia; “se ho pensieri di questo tipo, sono una persona orribile e non piacerò mai a nessuno”, nel caso dei disturbi depressivi. Da Wells e Matthews (1994) e da altri autori successivamente, questi stili di pensiero sono considerati determinanti nel persistere di emozioni negative, motivo per cui molte persone restano imprigionate in un vortice di sofferenza emotiva.

Questi aspetti spiegano la concatenazione di passaggi che portano al mantenimento di certi disturbi, soprattutto di carattere ansioso e depressivo.

Rimuginio e ruminazione alla base dei disturbi depressivi e ansiosi

Le modalità di pensiero ripetitivo maggiormente studiati, e che alla lunga provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale, sono il rimuginio e la ruminazione. Essi sottendono pattern emozionali come ansia e depressione.

Il rimuginio è principalmente legato all’ansia; è caratterizzato dalla presenza ciclica di una serie di pensieri considerati incontrollabili e intrusivi, focalizzati su contenuti catastrofici di possibili eventi futuri. Esso diviene un elemento di mantenimento tanto più difficile da eliminare quanto più la persona ha metacredenze positive, come pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepararsi al peggio, o riduca la probabilità che accada l’evento temuto.  Coloro che rimuginano sono inclini a sentirsi poco capaci di poter controllare gli eventi incerti, per questo utilizzano il rimuginio come strumento mentale per anticipare e controllare il possibile verificarsi di un evento futuro temuto.

Borkovec (1994) mette in evidenza che il non riscontrare le conseguenze temute finisce per determinare, tuttavia, il rinforzo di tale processo di pensiero.

La ruminazione è principalmente legata alla depressione, è caratterizzata da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative (Ruggiero & Sassaroli, 2013).

Messaggio pubblicitario E’ una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo (Nolen-Hoeksema, 1991), rivolto al passato e legato alla perdita di qualcosa di importante. Inizialmente la persona rumina perché crede che possa servire a gestire una serie di accadimenti negativi, quindi la considera un metodo efficace per controllare la propria tristezza.

Secondo Wells (2009) questa strategia peggiora nel tempo l’intensità dello stato d’animo negativo, induce ad un maggiore abbassamento dell’umore, fino al crearsi di una distorsione negativa della percezione di sé stessi, ma anche dell’ambiente circostante, contribuendo quindi all’amplificazione dei pensieri negativi automatici.

I pensieri ruminativi diventano la causa della comparsa della depressione, del suo mantenimento e del suo aggravamento.

Principali tipologie di metacredenze nel mantenimento di ansia e depressione

Secondo la terapia metacognitiva dei disturbi psicologici, nel mantenimento delle sintomatologie ansiogene e depressive, vi sono principalmente due tipi di credenze metacognitive: le credenze esplicite e le credenze implicite.

Le credenze esplicite o dichiarative sono quelle che possono essere espresse verbalmente: “se mi preoccupo tanto può venirmi un attacco di cuore” oppure “se mi focalizzo tanto su una situazione di pericolo riuscirò ad evitare un danno”.

Questa tipologia di credenze tende ad essere particolarmente presente nei disturbi d’ansia rappresentando un significativo fattore di mantenimento, che si manifesta attraverso “il circolo vizioso dell’ansia”.

Le credenze esplicite hanno un ruolo attivo nella rappresentazione di situazioni catastrofiche che alcuni individui pensano potrebbero capitare in futuro, divenendo in seguito elementi di rimuginio che rafforzano la presenza del disturbo, e tendono a innescarsi la maggior parte delle volte in modo del tutto automatico (Wells, 2008).

Secondo Mancini (2010) e molti terapeuti, nei disturbi d’ansia si innesca un altro tipo di ragionamento, anch’esso automatico, che si attiva in seguito alla valutazione di un evento vissuto come minaccioso chiamato Better Safe than Sorry, ovvero ‘Meglio allarmarsi che non allarmarsi affatto’ e il cui scopo è quello di evitare errori di sottovalutazione del pericolo, e pertanto viene privilegiata la focalizzazione dell’ipotesi di pericolo, e che finisce per rinforzare lo stato patologico.

Le credenze implicite o procedurali rappresentano invece degli stili di pensiero che portano le persone ad influenzare le proprie esperienze di vita presenti e future, utilizzando una valutazione negativa delle situazioni passate.

Queste credenze metacognitive fanno sì che la persona reagisca negativamente alla sofferenza, di natura spesso depressiva, cronicizzando il tema doloroso, ovvero lo stato mentale doloroso, appreso nella storia di vita e che è considerato intollerabile: ad esempio “se mi è successa questa cosa così brutta, è normale che stia così male ed è giusto che nessuno mi voglia bene”.

Costituiscono un circolo negativo, ripetitivo e rimuginativo di pensieri (Repetitive Negative Thinking) che si autoalimenta e rafforza la sintomatologia per due motivi: esso è erroneamente concepito come un piano funzionale di fronteggiamento dei propri problemi, oppure è ritenuto incontrollabile, più forte della stessa volontà esecutiva ( Wells, 2004).

Sindrome cognitivo attentiva nei disturbi d’ansia e depressivi

Una delle caratteristiche principali dei disturbi psicologici come ansia e, soprattutto, depressione, è che il pensiero ripetitivo negativo (nelle forme di rimuginio o ruminazione) viene percepito come difficile da controllare e tendenzialmente produce prospettive distorte della realtà che alimentano stati d’animo negativi.

Secondo Wells (2000), questa modalità di funzionamento viene definita Sindrome Cognitivo-Attentiva (cognitive attentional syndrome o CAS) che consiste in una modalità disfunzionale per elaborare le informazioni e comprende stili di pensiero perseveranti (per esempio rimuginio e ruminazione), ipermonitoraggio attentivo (per esempio  attenzione focalizzata sulle proprie sensazioni corporee o sul giudizio degli altri), comportamenti di rassicurazione o evitamenti e tecniche di controllo dei pensieri (per esempio distrazione o giustificazione). Questi processi costituiscono strategie personali che le persone adottano per affrontare le minacce percepite e sono sostenuti da una costante preoccupazione anticipatoria che qualcosa di brutto stia per succedere (Sassaroli, 2018).

La CAS è sostenuta dalle metacognizioni, ovvero “pensieri su pensieri” e dal momento che queste includono distorsioni metacognitive (rimuginio e ruminazione), disturbi come ansia e depressione si rafforzano nel tempo anziché essere transitori.

Nella depressione, infatti, i pensieri derivati dalla CAS tendono a sostenere l’umore negativo, in quanto una persona può pensare a tutte le passate situazioni in cui è apparsa inadeguata, oppure può monitorare ogni comportamento altrui che potrebbe anche solo ipoteticamente essere segnale di scarsa considerazione e affetto nei propri confronti.

Quando è innescata, quindi, la CAS diventa particolarmente problematica perché:

  • mantiene vivi i pensieri e le emozioni negative, rendendoli persistenti;
  • impedisce di modificare i pensieri negativi su di sé, ma al contrario li rinforza;
  • aumenta l’accesso di informazioni negative e con esso anche la frequenza dei pensieri negative su di sé.

D’altra parte, la componente di “monitoraggio della minaccia” della CAS fa sì che l’attenzione si focalizzi sulle principali fonti di pericolo risultando un fattore di mantenimento per i disturbi d’ansia.

Ciò rappresenta un problema in quanto accresce il senso soggettivo di pericolo, aumentando e rappresentando un fattore di mantenimento dell’emozione negativa e facendo sì che la persona vada in cerca di eventuali segnali minacciosi in modo ancora più scrupoloso, portando anche a disturbi di tipo ossessivo.

Wells (2008) evidenzia come focalizzare l’attenzione in tal modo abbia effetti molto negativi dal momento che inasprisce e perpetua la depressione, in quanto la persona tenderà a richiamare alla mente solo informazioni negative su di sè e sull’ansia, poiché i “preoccupati cronici” continueranno a preoccuparsi per mantenere uno stato di allerta che permetta loro di riuscire a cavarsela in futuro, rafforzando in tal modo le credenze metacognitive negative. La terapia metacognitiva, che sviluppa protocolli di intervento per il trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione, considera quindi, come maggiore aspetto problematico della CAS, le metacognizioni e le credenze metacognitive che vengono a crearsi, suggerendo delle forme di intervento specifiche e risolutive.

La terapia metacognitiva come nuova forma di intervento

La Terapia Metacognitiva (Metacognitive Therapy o MCT) è una forma di psicoterapia di recente sviluppo che ha introdotto un nuovo modo di concettualizzare e trattare i disturbi psicologici.  Questa terapia si pone come primo obiettivo di rimuovere la CAS, riportandola sotto il controllo cosciente, aiutando i pazienti con ansia e depressione a sviluppare nuovi modi di reagire ai pensieri negativi attraverso differenti e funzionali modalità di controllo dell’attenzione, modificando regole metacognitive controproducenti.

Per questo, la Terapia Metacognitiva agisce aiutando a rivalutare la natura stessa delle preoccupazioni, a prescindere dal loro contenuto e aiutando la persona a capire che tutte le preoccupazioni sono uguali e che la loro comparsa nella mente è solo un evento passeggero.  Di fatti, non significa che un pericolo sia imminente o probabile per il fatto stesso che ci è venuto in mente, per quanto riguarda i disturbi d’ansia, o che eventi negativi successi in passato debbano influire in modo persistente e significativo sugli stati d’animo e sui pensieri presenti, per quanto riguarda i disturbi depressivi.

Secondo Wells (2008), in tal modo la persona impara a relazionarsi in modo differente e più distaccato dai propri pensieri e dalle proprie preoccupazioni, così da:

  • Identificare innanzitutto pensieri ripetitivi negativi e credenze disadattive.
  • Mettere in dubbio l’utilità, l’importanza e il significato che viene dato ad essi, prendendo consapevolezza delle conseguenze a livello emotivo, di natura ansiosa e depressiva che finiscono per provocare e mantenere la sofferenza psicologica.
  • Sostituire questi pensieri e credenze con stili di pensiero più vicini alla realtà e più utili per raggiungere i propri obiettivi, emozioni più adattive, interrompendo così il circolo vizioso che mantiene ansia e depressione.

Le tecniche principali consistono in esercizi cognitivi, con cui il terapeuta aiuta il paziente a riflettere e riconoscere quali possono essere le strategie per regolare le proprie preoccupazioni e pensieri, interrompendo stili di pensieri e credenze non adattive, che tendono a mantenere e intensificare la sofferenza emotiva.

 

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