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La luce oltre la siepe

Sarà possibile dopo la pandemia da Covid-19 e le sue conseguenze vedere la vita sotto una nuova luce e scoprire nuovi significati in cio che ci circonda?

ID Articolo: 181878 - Pubblicato il: 11 febbraio 2021
La luce oltre la siepe
Messaggio pubblicitario SFU 2020
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Molte azioni, come ad esempio il nostro rapporto con un tempo sempre più accelerato, e comportamenti volti al soddisfacimento di bisogni non essenziali vanno rivisti e forse definitivamente abbandonati. Questa operazione è difficile e dolorosa, soprattutto per noi occidentali, ma non è impossibile da realizzare.

Introduzione

Messaggio pubblicitario Il titolo di questo articolo riprende quello di un romanzo di Harper Lee, To kill a mockingbird, che in italiano è stato tradotto con Il buio oltre la siepe (2019).

Sin dai primi vagiti di questo maledetto organismo submicroscopico denominato Sars-Cov-2, che tra le caratteristiche delle forme viventi ha solo la capacità di riprodursi (e non è nemmeno capace di farlo da solo! Per riprodursi ha bisogno di infettare un organismo ospite e riprogrammarlo per costringerlo a produrre copie di se stesso. Diciamo che più che un essere vivente è una macchina microscopica capace solo di moltiplicarsi), siamo stati invitati a mettere in atto una serie di comportamenti igienico sanitari per evitare le nefaste conseguenze della sua propagazione (Dcpm del 4 marzo 2020). Con il passare del tempo e la persistenza del virus nella nostra vita, tre di queste misure (utilizzo costante della mascherina, distanziamento fisico ed igiene delle mani) si sono rivelate delle vere e proprie prescrizioni, confermate puntualmente nei successivi decreti. Al momento, sembrano avere qualche possibilità di radicarsi nella nostra vita quotidiana e diventare delle abitudini, dei “comportamenti acquisiti” che vanno a modificare precedenti comportamenti e/o abitudini e a creare nuove abilità. L’abitudine è una tendenza a ripetere determinati atti e a rinnovare determinate esperienze; la ripetizione frequente dell’atto ne permette il consolidamento (Treccani). Con il termine abituazione s’intende invece un tipo di apprendimento molto semplice che consiste nel riconoscere da parte di un soggetto che un dato stimolo è innocuo e di conseguenza viene ignorato e diminuisce la risposta neurale (Kandel, 2010).

L’apprendimento di una nuova abilità richiede la ripetizione, talvolta fino al punto di trasformarsi in un rituale. […] Molte delle nostre abitudini implicano la ripetizione e il rituale. (Lally et al. (2010), studiando i processi di formazione dell’abitudine, sottolineano l’importanza della ripetizione costante del comportamento in contesti specifici per un lungo periodo di tempo, rilevando una tempistica media di 66 giorni. Questo dato assume importanza a livello motivazionale, laddove ci si aspetti di ottenere cambiamenti consistenti in periodi più brevi. Gli autori hanno inoltre rilevato che omettere saltuariamente il comportamento non compromette l’intero processo.)  […] Tuttavia, una volta che il comportamento è diventato abituale, si sedimenta nelle regioni cerebrali controllate dal sistema dopaminergico. (Panksepp, 2014, pag. 121)

Anche se

[…] L’immaginazione attiva può facilitare e raffinare la performance, è la pratica nell’esecuzione di una sequenza procedurale a renderla parte del nostro apparato ben oliato di abitudini motorie. Tipicamente raffiniamo l’esecuzione di nuove abilità senza pensarci sopra. Pensare a quello che si sta facendo, infatti, disturba effettivamente l’esecuzione. (ibidem, pag. 230)

Le molte abitudini quotidiane ci permettono di economizzare le nostre risorse cognitive in modo tale che il processo di elaborazione delle informazioni si velocizzi notevolmente. Come detto, l’abitudinarietà comporta l’automatismo del processo e una scarsa influenza delle intenzioni del momento sull’emissione del comportamento (Gardner, 2012); Mandar et al. (1999) ipotizzano l’esistenza di un vero e proprio circuito neuronale dell’abitudine.

L’epidemia che ci ha investito ci obbliga a cambiare abitudini e pensieri e a rinunciare, sia a livello individuale sia a livello collettivo, a molte routine, e ciò richiede uno sforzo mentale enorme (di Diodoro, 2020). A questi mutamenti è necessario fornire una risposta adattativa anche da parte delle nostre comunità che

[…] devono iniziare a cambiare per adattarsi alle mutate circostanze esterne. Al centro di questa risposta non può non esserci uno sforzo cooperativo che ci deve spingere tutti a fare ciascuno la propria parte. (Pelligra, 2020)

La distanza

La distanza è un concetto fisico che, nel caso dell’essere umano, assume anche implicazioni psicologiche che ben si ritrovano nelle due espressioni colloquiali di uso quotidiano come “mantenere le distanze” o “avvicinarci” ad una persona. Si parla poi anche di “prendere le distanze” da una situazione o da una persona. Ma che significato ha la distanza nella nostra vita sia in termini fisici sia psicologici? Ciascuno di noi ha i propri spazi e li rappresenta in maniera specifica, stabilendo un preciso grado di distanza fisica nelle proprie relazioni sociali; si parla anche di uno spazio vitale individuale. La prossemica è quella disciplina che studia il significato che assume la distanza nel comportamento sociale dell’uomo, quella che l’individuo frappone tra sé e gli altri e tra sé e gli oggetti, e quindi, più in generale, il valore attribuito da gruppi sociali, diversi culturalmente o storicamente, al modo di porsi nello spazio e di organizzarlo.

Il modello delle distanze interpersonali, elaborato da E. T. Hall (1969) e ripreso da E. Goffman (1971), individua quattro tipologie di distanza:

  1. Intima (0 – 45 cm): spazio che può essere condiviso solo da persone con cui si ha un rapporto molto intimo e affettivo (un familiare o il partner).
  2. Personale (45 – 120 cm): nel mondo occidentale rappresenta la distanza ideale per buona parte delle interazioni, e coincide con la distanza necessaria per una stretta di mano. Solitamente indica che tra i due interlocutori esiste un rapporto di amicizia e confidenza.
  3. Sociale (120 – 300 cm): viene adottata da due persone che intrattengono un rapporto formale (colloqui di lavoro o trattative importanti).
  4. Pubblica (oltre 3 m): viene adottata nelle conversazioni in pubblico in cui è praticamente impossibile interagire con il singolo (comizi o spettacoli).

Queste distanze non si misurano soltanto con i centimetri che separano una persona dall’altra, ma anche dai gesti, tono di voce e posizione adottata. Williams e Bargh (2008) sostengono che le rappresentazioni percettive e motorie della distanza fisica influiscano sui pensieri e i sentimenti delle persone. Ciò significa che la sfera affettiva di una persona dipende anche dalla distanza fisica con gli altri.

La distanza spaziale è l’unica esperibile direttamente tramite i sensi (Lakoff & Johnson, 1980; Boroditsky, 2000) e permette lo sviluppo nell’infanzia di tutte le altre forme di distanza più astratte e complesse, come ad esempio, il tempo.

Distanziamento fisico, attaccamento e dolore sociale

Il distanziamento fisico (il passaggio obbligato da una distanza intima o personale ad una sociale) – erroneamente detto “sociale” -, imposto dal Covid-19 e che purtroppo è ancora necessario, può essere assimilato al concetto di «sospensione» o «epochè» culturale così come l’ha concettualizzato Remotti.

Le sospensioni culturali vengono definite come situazioni di interruzione, di immobilizzazione, di non intervento, o di perdita e deterioramento di processi culturali. In base alla loro programmabilità possono essere classificate in: (a) intenzionalmente organizzate e (b) subite. (Tarallini & Bello, 2020, pag. 157)

Nel primo caso rientrano i periodi di vacanza o riposo, nel secondo le conseguenze di un fenomeno esterno all’individuo come l’attacco sferrato dalla pandemia al nostro tessuto sociale.

L’uomo, come gli altri primati, presenta delle disposizioni o tendenze biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva che regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva. Queste tendenze, che nel comportamento presentano una certa variabilità individuale, sono dei veri e propri algoritmi per l’elaborazione dell’informazione sociale. Sono denominate Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) e

[…] possono essere concepiti come moduli specializzati in funzioni essenziali per la sopravvivenza e per la vita sociale, ciascuno dei quali è funzionalmente indipendente da ciascun altro. […] Ogni modulo di questo tipo, una volta attivato, organizza le funzioni mentali e la condotta nella direzione della meta del corrispondente sistema motivazionale, fino a che tale meta non è raggiunta o abbandonata. A quel punto, in funzione dei cangianti contesti ambientali o dei mutevoli bisogni corporei e relazionali, un diverso sistema motivazionale interviene in genere a organizzare, in direzione di una nuova meta, comportamento, emozioni e contenuti cognitivi. (Liotti, 2011, pp. 66-67)

Nell’uomo sono presenti almeno cinque SMI (detti anche limbici) che operano prevalentemente al di fuori della coscienza: attaccamento, accudimento, agonistico, sessuale e cooperazione paritetica. Ognuno di questi sistemi presenta un preciso attivatore e una specifica meta (Liotti, 2005). Il sistema motivazionale più interessante per le nostre riflessioni è quello dell’attaccamento che è attivato dalla fatica, dal dolore, dalla paura, dalla solitudine, dalla vulnerabilità e volendo esprimere le sue regole

[…] nel linguaggio umano, suonerebbero più o meno così: «Quando ti trovi in difficoltà avvicinati ad un membro conosciuto del tuo gruppo sociale che ti appaia più forte e più saggio di te». (ibidem, pag. 49)

Ed è proprio l’alterazione dei meccanismi dell’attaccamento – come ad esempio il contatto fisico -, dovuta al confinamento e al distanziamento fisico imposto dal Covid-19, che produce notevoli sofferenze emotive, poiché per gli esseri umani l’appartenenza sociale è un bisogno fondamentale che riveste un ruolo importante nella costruzione della nostra identità sociale. A tale proposito, i neuroscienzati hanno coniato il termine di dolore sociale per indicare quel tipo di sofferenza che si verifica in condizioni di isolamento, esclusione sociale o di perdita. Il dolore sociale può risultare emotivamente stressante tanto quanto quello fisico perché entrambi reclutano le stesse aree cerebrali (Eisenberger, 2012).

Da un punto di vista evoluzionistico, l’idea che la mancanza di legami sociali sia dolorosa ha senso. Come mammiferi, gli esseri umani nascono relativamente immaturi, senza la capacità di nutrirsi o di badare a se stessi e si affidano quasi completamente ad una persona che si prenda cura di loro. A causa di questo prolungato periodo, il sistema di attaccamento sociale – che promuove il legame sociale – potrebbe essersi sovrapposto al sistema del dolore fisico, prendendo in prestito il segnale del dolore stesso per indicare quando le relazioni sociali sono minacciate, promuovendo così la sopravvivenza. In altre parole, nella misura in cui la separazione da un caregiver rappresenti una minaccia così grave per la sopravvivenza, essere “feriti” da esperienze di separazione sociale può essere un modo adattivo per prevenirle. (ibidem, pag. 126)

Portano a simili conclusioni i risultati delle ricerche di Morese e collaboratori (2019) che, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (Fmri), hanno dimostrato che il supporto sociale può alleviare le conseguenze negative dell’esclusione sociale. Nello specifico, il tocco delicato di una persona cara sembra avere il potere di diminuire sia le emozioni negative sia l’attivazione delle aree cerebrali coinvolte nell’esperienza dolorosa (è talmente importante accarezzarsi, toccarsi ed abbracciarsi, soprattutto quando si è sofferenti e malati, che in alcune Residenze Sanitarie Assistite (RSA) dell’Italia del Nord sono state allestite le “stanze degli abbracci.” In queste stanze, gli ospiti possono abbracciare i propri familiari senza correre il rischio del contagio da Covid-19 – ANSA). Inoltre, lo studio fornisce prove di neuroimaging sul fatto che le esperienze di sostegno sociale possano modulare le regioni del cervello reclutate durante il dolore sociale ed eventualmente responsabile per codificare la valenza negativa e l’intensità dell’esperienza emotiva. Morese et al. ritengono che

Gli effetti del sostegno sociale emotivo sull’esperienza del dolore sociale assomigliano ai risultati riportati sul dolore di natura fisica (Coan et al., 2006; Younger et al., 2010). […] Inoltre, per la prima volta, abbiamo dimostrato che questo effetto può essere diverso a seconda del tipo di supporto ricevuto. I nostri risultati evidenziano molte caratteristiche comuni al dolore sociale e al dolore fisico, dall’uso di parole simili (ad es., mi sento ferito, provo un forte malessere, dolore) ai meccanismi biologici. (Morese et al., 2019 pp. 633-643)

Un recente studio osservazionale, condotto da ricercatori della UCL e della York University del Canada (Jones et al., 2021), ha scoperto che il modo in cui il cervello neonatale elabora uno stimolo nocivo (un’iniezione medica dolorosa) è influenzato dal tipo di contatto che il bambino ha con la madre. In particolare, essere tenuti a contatto pelle a pelle riduce l’elaborazione cerebrale di livello superiore in risposta al dolore. Anche se però non è possibile confermare se il bambino senta effettivamente meno dolore, i risultati di questa ricerca rafforzano l’importante ruolo del contatto tra i genitori ed i loro neonati.

Fin qui le caratteristiche della nostra specie che rendono possibile, anche se complicato e doloroso, l’adattamento alle misure di contenimento della pandemia, passiamo ora ad esplorare le risorse disponibili per provare ad affrontarla.

Cooperazione ed altruismo

Messaggio pubblicitario Ormai ci sono pochi dubbi che anche il comportamento umano sia il prodotto dell’evoluzione ed è altrettanto chiaro che l’essere umano, a differenza di altri animali, trasmetta l’informazione di generazione in generazione soprattutto attraverso il linguaggio e l’apprendimento culturale; quest’ultimo risulta essere

[…] cumulativo (ereditabile) e produce differenze culturali. La diversità e l’ereditabilità creeranno automaticamente pressioni sulla selezione, sia nel caso di ereditabilità genetica sia nel caso di ereditabilità culturale. (Cortina & Liotti, 2017, pp. 24-25)

Il concetto di altruismo è uno dei rompicapo degli scienziati sin dai tempi di Darwin e vari sono stati i tentativi di spiegare il perché un animale si trovi a procurare benefici ad un altro pagandone il prezzo. Gli studiosi hanno individuato tre tipologie di comportamento altruistico negli animali: la selezione parentale (aiutare a sostenere la sopravvivenza e il successo riproduttivo dei familiari); l’altruismo reciproco che Trivers (2013) indica come il vantaggio di aiutare altri animali con i quali non si è imparentati come se ci fosse la certezza di esserne in seguito ripagati. In questo modo i vantaggi si bilancerebbero. Il terzo tipo di altruismo è detto mutualismo, quando due animali cooperano per raggiungere un obiettivo che porta contemporaneamente vantaggi ad entrambi. La caccia cooperativa ne è un esempio poiché

[…] due animali che cooperano possono essere in grado di uccidere una preda ben più grossa di quanto sarebbero capaci di fare da soli. (Dunbar et al. 2012, p. 33)

Per quanto riguarda gli esseri umani,

[…] il sistema cooperativo paritetico è attivato dalla percezione di obiettivi che, anziché configurarsi come risorse limitate per l’accesso alle quali è necessario competere, appaiono ai due individui interagenti come meglio perseguibili attraverso un’azione congiunta. (Liotti & Farina, 2014, pag. 30)

Come può essere osservato già in bambini di 18 mesi (Tomasello, 2009), gli esseri umani forniscono aiuto spontaneo ad estranei in difficoltà o si prendono cura di malati e disabili senza alcuna aspettativa di reciprocità. Questa disponibilità verso altri membri della propria specie con i quali non vi sia una stretta relazione genetica non si riscontra in nessun’altra specie (Cortina & Liotti, 2014).

Secondo Tomasello (2009), l’azione cooperativa si basa su un fine congiunto fra tutti i partecipanti e un impegno congiunto a perseguirlo insieme, con una mutua comprensione del fatto di condividere sia il fine sia l’impegno comune.

Avinum et al. (2011) hanno individuato un gene, denominato Avpr1a, che regolerebbe nel cervello gli ormoni legati ai comportamenti sociali, incluso l’altruismo e lo spirito cooperativo. Usando la tecnologia di risonanza magnetica che consente di raffigurare in immagini la nostra attività cerebrale, gli scienziati hanno osservato che ad ogni atto di generosità, il gene Avpr1a rilascia neurotrasmettitori simili alla dopamina, che producono una sensazione di benessere fisico. A questo proposito, ci sembra importante segnalare anche il ruolo significativo giocato dalla dopamina, non solo nel ricercare e produrre situazioni di piacere, ma anche nell’evitamento del dolore (Wenzel et al., 2018). Quindi l’azione cooperativa potrebbe configurarsi come una modalità con cui possa essere affrontata la percezione del dolore.

Apprendimento e neuroplasticità

L’apprendimento è il processo mediante il quale acquisiamo nuova conoscenza, e la memoria è il processo con il quale conserviamo nel tempo questa conoscenza. (Kandel, 1992, pag. 49)

[…] Merzenich e colleghi hanno dimostrato che le mappe corticali sono costantemente soggette a modifiche in base all’uso delle vie sensoriali. (ibidem, pag. 59)

La capacità del cervello di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta all’esperienza e all’esercizio viene denominata neuroplasticità; questo termine è stato coniato dal padre delle neuroscienze, Santiago Ramon y Cajal (1852-1934) che ha descritto i cambiamenti non patologici nella struttura cerebrale degli adulti.

Alla base dell’apprendimento e potenziamento delle capacità del cervello (nonché del recupero funzionale nelle lesioni) si trova un continuo rimodellamento delle sinapsi, o meglio di singoli neuroni che possono venire modificati durante le fasi dello sviluppo, come reazione a un trauma e durante l’apprendimento stesso.

L’idea che il cervello possa cambiare la propria struttura e funzione attraverso pensiero ed esercizio è, credo, il cambiamento più importante nella nostra visione del cervello da quando abbiamo abbozzato per la prima volta la sua anatomia di base e il funzionamento del suo componente, il neurone. (Doidge, 2018, pag. 9)

Kandel, premio Nobel per la medicina nel 2000, studiando il cervello di una lumaca di mare (l’Aplysia) ha dimostrato che l’apprendimento può attivare geni in grado di modificare la struttura neurale. L’Aplysia per attivare l’azione riflessa di protezione della sua branchia può contare su 24 neuroni sensitivi e 6 neuroni motori. Nonostante però questo semplice organo nervoso, se adeguatamente istruita, essa è in grado di imparare che quando riceve uno stimolo su una certa parte del corpo deve proteggere la branchia ritraendola. Sfruttando la semplicità del suo organo nervoso, i neuroscienziati sono riusciti a capire che lo stimolo ripetuto può attivare uno specifico gene che porta alla crescita di nuove connessioni tra il neurone sensoriale e quello motorio. Pertanto, il più importante meccanismo di plasticità è rappresentato dalla possibilità dei neuroni di modificare la loro capacità di comunicare l’uno con l’altro (Kandel, 1992; Kandel et al., 1994; Uff et. al. 2011; Siegel, 2013; Doidge, 2018; Edelman, 2018).

Edelman (2018), premio Nobel per la biologia nel 1972, nel formulare la cosiddetta teoria della selezione dei gruppi neuronali, sostiene che l’esperienza e l’interazione con l’ambiente producano nel neonato configurazioni sinaptiche individuali non riconducibili al dettato genetico, attraverso un lavoro selettivo di rafforzamento o indebolimento dei gruppi neurali funzionali ad una migliore risposta adattiva (questa teoria si fonda sul cosiddetto darwinismo neuronale (o neurodarwinismo), ossia sull’idea secondo la quale le funzioni cerebrali superiori sarebbero il risultato di una selezione che si attua sia nel corso dello sviluppo filogenetico di una data specie, sia sulle variazioni anatomiche e funzionali presenti alla nascita in ogni singolo organismo animale). Per riassumere questa complessa competenza delle cellule nervose cerebrali, Edelman descrive un processo diverso da quello del feedback e cioè quello del rientro che rappresenta un

[…] importante principio del darwinismo neurale che scaturisce da connessioni reciproche temporalmente sincronizzate tra aree corticali e sottocorticali. (ibidem, pag. 467)

Il rientro consiste nella formazione di circuiti cosiddetti rientranti che rappresentano il modo costruttivo di cui dispone il nostro cervello per comunicare soprattutto con sé stesso.

Gli stimoli esterni, quindi, producono una successiva elaborazione a livello neurale, come una sorta di auto-organizzazione del cervello stesso, che rafforzerà quegli scambi incessanti di connessioni sinaptiche che si affermeranno, attraverso una scarica simultanea, come quelle più adeguate a rispondere all’esigenza di adattamento, selettivamente orientata. Risulta quindi estremamente importante l’attività stessa di sincronizzazione di gruppi di neuroni di diverse aree e regioni cerebrali che aprono vie e configurazioni determinate sotto la spinta delle connessioni rientranti che produce la conseguente risposta adattiva e funzionale. (Volpe, 2020)

Il nostro cervello quindi è quotidianamente chiamato a formulare e riformulare schemi mentali e motori che innescano nuove connessioni e vie neuronali. In aggiunta a ciò, possiamo affermare che anche

[…] la mielina, considerata a lungo un isolante inerte degli assoni, abbia un ruolo centrale nell’elaborazione dell’informazione e nell’apprendimento, controllando la velocità con cui i segnali viaggiano nei circuiti neurali. (Fields, 2020, pag. 73)

In questo lavoro di riformulazione cerebrale forse rientra anche l’incorporazione delle tre regole fondamentali imposte dal Covid-19 e tanti altri cambiamenti spaziali che stiamo sperimentando. Ne valga come esempio quello delle nuove piste ciclabili transitorie studiate dal comune di Roma per favorire la mobilità in bicicletta e monopattino durante la cosiddetta fase 2 della pandemia. Si tratta di ciclovie verniciate di giallo larghe due metri e delimitate da strisce bianche che seguono il percorso della carreggiata su strada. Nelle strade più larghe la corsia di parcheggio è stata spostata verso il centro strada. Da sempre lasciamo le nostre vetture parcheggiate parallelamente al marciapiede (o a “spina di pesce”) che in questi casi smette di essere un riferimento spaziale. Il problema più grosso però è per chi guida che, se non è a conoscenza del cambiamento o è leggermente distratto, potrebbe accodarsi ad una macchina parcheggiata o persino tamponarla. Non è un cambiamento da poco per la nostra organizzazione percettiva e spaziale che, come abbiamo visto, quando ha consolidato uno schema, lo persegue in modo automatico.

Un altro cambiamento importante dovuto alla pandemia è la riduzione della nostra frequentazione degli spazi pubblici a cui consegue una maggiore dipendenza da quello virtuale. Internet, nonostante il suo potere di influenzare le dinamiche cerebrali che governano le relazioni fra gli individui (Gallese, 2020), resta fondamentale per continuare molte delle nostre attività professionali e sociali. Poiché l’altro in questo momento rappresenta una potenzialmente fonte di paura e pericolo, non possiamo vivere pienamente la piazza e sperimentare tutte quelle emozioni che il poeta Benedetti (1974) riassume in un solo mirabile verso: per la strada fianco a fianco siamo molto più di due. Abbiamo paura di abbracciare e di stringere la mano ai nostri simili. La stretta di mano è un antichissimo gesto di saluto che affonda le sue origini nella cultura babilonese ed egiziana, mentre i romani e i greci si salutavano stringendo forte il polso o l’avambraccio. Lasciare libera e visibile quella parte del corpo significava anche che non c’erano armi nascoste. Fino a pochi mesi fa, questo semplice gesto era segno di vicinanza, fiducia ed intesa mentre oggi potrebbe essere portatore di contagio.

D’altra parte, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, i comportamenti cooperativi potrebbero rappresentare il versante positivo di questo complesso processo di adattamento ancora in atto. I prodigiosi meccanismi della neuroplasticità potrebbero aiutarci a rendere spontanee ed automatiche anche le nuove ed insolite modalità cooperative legate alla pandemia.

Conclusioni

Per molto tempo ancora dovremmo confrontarci con paura, incertezza, dolore, distanziamento fisico e morte. E alla fine saremo molto cambiati, la nostra stessa essenza risulterà inevitabilmente variata. Il rispetto delle tre regole per salvare noi stessi e le società in cui viviamo è fondamentale, ma forse non è sufficiente se non riflettiamo criticamente anche

[…] sulle nostre vite, sulla nostra relazione con il mondo e sul mondo stesso

e se la politica e l’economia non abbandonano il

[…] pensiero disgiuntivo e riduttivo. (Morin, 2020, pag. 24)

Molte azioni – come ad esempio il nostro rapporto con un tempo sempre più accelerato – e comportamenti volti al soddisfacimento di bisogni non essenziali vanno rivisti e forse definitivamente abbandonati. Questa operazione è difficile e dolorosa, soprattutto per noi occidentali, ma non è impossibile da realizzare. Come abbiamo cercato di spiegare in questo articolo, possediamo, a livello individuale, collettivo, genetico e culturale, tutte le caratteristiche necessarie per operare un cambiamento di rotta che sia sostenibile e vitale oltre che capace di dare nuovo senso alla nostra esistenza.

Se consideriamo che il ben-essere di una società si realizza nella misura in cui si sviluppa la funzione partecipativa di mutualità (Bertini, 2012), è probabile che la regolare messa in atto di comportamenti cooperativi, capaci di lenire il dolore per quanto stiamo vivendo possa rendere questa pandemia un’occasione ineguagliabile per un altro importante passo nella via dell’evoluzione.

Concludiamo citando a tal proposito David Grossman (2020) che, chiedendosi quale contributo gli scrittori, ma anche ognuno di noi possa dare per

[…] contrapporre qualcosa di significativo al senso di restrizione e di annientamento generato dalla pandemia,

individua la risposta nella nostra capacità di osservare.

[…] Il modo in cui guardiamo il mondo e descriviamo ciò che vediamo. L’osservazione è il fulcro della nostra arte. Ciò che fa di noi degli scrittori e forse le persone che siamo. E c’è molto da osservare. E da raccontare. In quasi tutti gli ambiti della vita avvengono, e avverranno, cambiamenti. Sistemi economici, politici, sociali, culturali collasseranno o assumeranno nuove fisionomie. Probabilmente anche i rapporti tra le persone, tra famigliari, tra amici, tra coppie muteranno. Forse la prossimità alla morte farà sì che donne e uomini, dopo la pandemia, vedano la loro vita in una luce diversa e non vogliano più accettare compromessi. E forse scopriranno quanto siano significativi e importanti i rapporti di amicizia e d’amore.

 

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