Dal trauma individuale al trauma sociale massivo. Prevenzione, sostegno, comunità nel lutto complicato e nel disagio psicologico ai tempi della pandemia

In seguito al Covid-19, oggi ognuno di noi è chiamato ad elaborare il proprio lutto personale. Come affrontare questo processo in condizioni di isolamento?

ID Articolo: 174441 - Pubblicato il: 08 maggio 2020
Dal trauma individuale al trauma sociale massivo. Prevenzione, sostegno, comunità nel lutto complicato e nel disagio psicologico ai tempi della pandemia
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In un periodo di incertezza come quello in cui ci troviamo a vivere, sia i professionisti della salute mentale che l’intera comunità sono chiamati a prendersi carico del dolore e del lutto del singolo, per elaborare insieme il trauma sociale che l’epidemia porta con sé e non perdere la speranza.

 

Ma se devo morire prima del tempo, io lo dichiaro un guadagno: chi, come me, vive immerso in tanti dolori, non ricava forse un guadagno a morire? Affrontare questa fine è quindi per me un dolore da nulla; dolore avrei sofferto invece, se avessi lasciato insepolto il corpo di un figlio di mia madre; ma di questa mia sorte dolore non ho. E se ti sembrava che mi comporto come una pazza, forse è pazzo chi di pazzia mi accusa. (Sofocle)

Messaggio pubblicitario Celebri questi versi di Sofocle, che descrive il dolore tragico di Antigone a cui viene negato di seppellire il corpo del fratello Polinice, per editto del re Creonte, fin quasi a desiderare la propria morte. Attuali più che mai, in un periodo che per ‘editto’, per quanto giusto che sia, purtroppo non può avere luogo un rito che segna l’inizio di quel processo che è l’elaborazione del lutto.

Ognuno, nel suo piccolo, è chiamato oggi a elaborare il proprio lutto personale. Chi per la scomparsa atipica delle persone care, spentesi spesso in solitudine in un letto di ospedale, chi per la propria stessa vita che si conosceva e che si è costretti bruscamente a interrompere, per la perdita del proprio senso di sicurezza, di un lavoro, delle abitudini, talvolta dell’integrità fisica e psichica, tanto che nuovi scenari di urgenza psicologica si vanno ridisegnando: aumentano le difficoltà di adattamento e i suicidi tra svariate fette della popolazione mondiale di qualsiasi ceto sociale, a partire dal ministro delle finanze dell’Assia in Germania, toccando molti adolescenti che non riescono a gestire la quarantena, chi vive problemi economici, le persone risultate positive e quelle a rischio contagio, chi non riesce a vivere nell’incertezza e usa l’ultimo disperato tentativo di controllo su se stessi, gli stessi operatori impegnati in prima linea, come medici, infermieri, forze dell’ordine, ma schiacciati dalle pressioni sul fronte contro il coronavirus. Una cosa è certa: il trauma personale e sociale che ognuno singolarmente si trova a vivere durante l’epidemia ha acuito la sofferenza e il dolore mentale, resosi insopportabile per taluni tanto da giungere alla fine più funesta.

Gli studiosi identificano il trauma da evento critico in qualsiasi situazione che provochi un senso opprimente di vulnerabilità o di perdita di controllo (Roger M. Solomon, Ph.D.) e che porti le persone a provare reazioni emotive particolarmente forti, tali da interferire con le loro capacità di funzionare sia al momento che in seguito (Jeff Mitchell, Ph.D.). L’elaborazione avviene tramite una prima fase di normale allarme generale, seguita a una reazione di shock, di confusione, poi dall’impatto emotivo con tempi estremamente diversi da persona a persona. Sussegue la fase del ‘coping‘: la persona affronta, comprende elabora a livello emotivo l’accaduto, infine lo accetta e modifica l’idea di sé in funzione dell’accaduto. Tuttavia, sia la vulnerabilità individuale, causata dagli eventi di vita precedenti e dall’assetto psicologico pre-trauma, che la presenza di reti di sostegno e supporto sociale, possono inficiare sulla risposta psicologica dei soggetti agli eventi esterni. Intuitivo pensare alla difficoltà di elaborazione, quindi, in una situazione il cui il leitmotiv è l’isolamento.

L’esempio più recente di una pandemia a livello mondiale, ossia l’influenza spagnola del 1918, ha lasciato, a causa della censura volta a contenere l’isteria di massa, poche ma importanti testimonianze che riguardano lo stress traumatico dei sopravvissuti e la salute mentale. Anche in questo caso, la quarantena consisteva nel divieto di assembramento in ogni circostanza, inclusi i funerali. I ricoveri psichiatrici settuplicarono, anche in stati che non erano stati coinvolti dalla grande guerra, e tra la popolazione si era sviluppato un insolito stato d’ansia che pervadeva molti pazienti dopo la fase acuta della malattia e talvolta perdurava per anni. Molti dei contagiati dalla spagnola manifestavano successivamente sintomi somatoformi simili alla “sindrome da fatica cronica”, altri furono diagnosticati come “schizofrenici”, tuttavia la maggior parte di questi si rimise nel giro di cinque anni: ciò probabilmente richiama i sintomi dissociativi di origine traumatica e non meramente psichiatrica.

Messaggio pubblicitario Al giorno d’oggi, il trauma collettivo si esplica attraverso quei carri militari che portano fuori dalle città decine e decine di feretri, corpi nudi, spogliati dalle circostanze e dalla malattia dei propri oggetti personali, ma soprattutto degli affetti e della propria identità. Immaginate le costellazioni familiari e amicali che circondavano la vita di quei defunti, che ora li piangono sommessamente, barricati anch’essi nelle proprie gabbie dorate o meno, privati della comunità che in simili eventi si stringe fisicamente intorno a loro, e che con le mani, le carezze, gli abbracci, lenisce le ferite e asciuga le lacrime, dando anche la possibilità di poter esternare sentimenti, ricordi ed emozioni sulla persona amata.

La cultura, la storia umana, la civiltà, sono nate quando il primo uomo venne seppellito dalla comunità, che attraverso un rituale pubblico rende onore al defunto ed esorcizza nei presenti il dolore, la sofferenza, la paura, tutte le emozioni che rivestono la morte, e che vengono regolate attraverso l’emotività condivisa. Oggi questo viene negato: non si può accompagnare il proprio caro fino allo spegnersi della vita, non si può piangere sul suo corpo ancora caldo, dargli sepoltura o per lo meno assistere e mettere ‘in scena’ quel rituale che è il funerale, fatto di affetti e consolazione. Vissuti di colpa si alternano a dolore funesto, a rabbia cieca, certamente a impotenza. Lutti atipici come quelli che ci si trova a vivere oggi, probabilmente sfoceranno in lutti irrisolti, in cui la sofferenza non si placa o si cronicizza, interferendo con la capacità di funzionare nella vita quotidiana. Il lutto irrisolto o complicato può portare a depressione, oltre che ad altri problemi di salute fisica e mentale. Come affrontare la morte e il lutto in simili condizioni?

Da al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra bensì a un cuore troppo affranto l’ordine di schiantarsi

diceva il buon Shakespeare, e dopo lunghi secoli questo è sicuramente il primo passo per affrontare il trauma. Dare parole al dolore, simbolizzare l’angoscia e la sofferenza è sicuramente indispensabile per elaborare il lutto in una situazione di emergenza di tale portata, cercando di ristabilire un certo senso di controllo e direzione nella quotidianità della vita. Lasciare andare il senso di colpa, per non aver potuto far nulla, per non esserci stato ‘fisicamente’, per non aver detto addio con parole e con gesti. Concentrarsi sui bei ricordi e sul rapporto che si aveva con la persona amata, più che sulla perdita, anche dedicandole una lettera, scrivendole ciò che non si è riuscito a dirle a voce. Piccoli riti personali possono servire a metabolizzare la perdita, come accendere una candela alla finestra.

Ma soprattutto, bisogna esserci l’uno per l’altro, sebbene il tema della morte risulti spesso un tabù. Le fasi tipiche del trauma e del lutto, come accennato in precedenza, hanno bisogno dell’“altro” per potersi compiere, dell’altro che ascolta, che consola. La tendenza a chiudersi e estraniarsi, il disadattamento, la dissociazione traumatica fatta di sentimenti di vuoto e irrealtà, possono essere superati sicuramente attraverso un adeguato sostegno psicologico, ma anche attraverso la comunità, che deve continuare a ‘stringersi’ attorno a chi soffre, attraverso gli strumenti che sono concessi, organizzando commemorazioni o funerali online per i defunti, videochiamate in cui la regolazione emotiva viene comunque facilitata nonostante la distanza fisica. E, se possibile, accompagnare alla fine con compassione anche chi sta morendo, regalando un ultimo saluto, tramite tablet e videochat, come molti professionisti della salute stanno già facendo in questi giorni.

La comunità, l’empatia e la socialità sono indispensabili anche per gestire il ‘lutto da quarantena’, l’incapacità di fermarsi e lasciare andare la vita di prima, che forse tornerà o forse cambierà definitivamente quando l’epidemia sarà finalmente contenuta. Certo, non aiutano la paura del contagio, la noia, l’isolamento o l’invischiamento in relazioni disfunzionali che possono acuire i vissuti depressivi e l’aggressività auto-eterodiretta. Anche in quest’altro tipo di lutto sono indispensabili le parole, il riconoscere e dare un nome alle emozioni e ai sentimenti di perdita provati, il non sentirsi lasciato solo con il proprio dolore mentale, o con la propria malattia, nel caso di contagio. Il non sentirsi reietto, emarginato, ‘contagioso’. Nei casi più a rischio è bene intervenire tempestivamente: in seguito ad un evento traumatico o a una difficoltà di adattamento possono manifestarsi oltre a vissuti depressivi sintomi di dissociazione e depersonalizzazione, in cui la persona stessa si identifica con il dolore provato, e drammaticamente la fine della vita sembra l’unica soluzione per porre fine a tali emozioni negative.

Un insegnamento dall’esperienza indiscussa sul campo viene dal Prof. Maurizio Pompili, suicidologo di fama internazionale e responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma. Citando le sue parole:

I soggetti in crisi non vogliono morire piuttosto vivere se riusciamo nel dare loro una prospettiva di sollievo.

È su ciò che bisogna lavorare, e che il Servizio Sanitario Nazionale stesso dovrebbe garantire: prevenire e riconoscere le urgenze psichiatriche, aumentare i servizi di sostegno psicologico al cittadino, prendere in carico il suo dolore mentale, dando sollievo, speranza, una prospettiva nell’incertezza, prima che questa raggiunga livelli catastrofici, poiché egli stesso desideri tornare a vivere. Nello specifico, l’operatore dovrebbe partecipare emotivamente a quel dolore, saper ascoltare e simbolizzare, fungere, per dirla con Bion, da contenitore: aiutare a metabolizzare i vissuti inaccettabili, tutte quelle sensazioni presimboliche e viscerali che l’ansia e il dolore portano con sé, trasformandole in parole ed emozioni in ogni caso tollerabili e degne di essere provate. Far sentire compresa la persona, offrendo assistenza e conforto, ma al tempo stesso accrescendo in lei la consapevolezza sulla propria identità e le proprie risorse, stimolando nuove strategie di coping e aiutandola a sentirsi autoefficace, finalmente in grado di gestire la situazione. In ultimo, intervenire sull’intera comunità dando un senso agli eventi e aiutandola a non perdere la speranza, a vedere, seppur lentamente, una via d’uscita: alimentando la speranza, tramite piccole rassicurazioni, tenui spiragli di riapertura e rinascita che tuttavia non ne mettano a rischio l’incolumità.

In tale contesto bisognerebbe certamente attivare risorse di rete che supportino la salute mentale e creino un contesto di ‘inclusione nonostante la distanza dei cittadini, come già avvenuto in Cina, in termini di sanità pubblica e non solo a livello di volontariato. Seguendo il modello cinese, bisognerebbe precocemente svolgere un primo intervento di assistenza psicologica online da remoto volta ad identificare e aiutare i gruppi target che necessitano di supporto (i contagiati, le famiglie, i gruppi vulnerabili, gli operatori sanitari, agenti di polizia) susseguito a una fase di riabilitazione, sino a raggiungere le urgenze psichiatriche e psicologiche (rischio suicidario, violenza intrafamiliare, ecc.), attraverso una configurazione piramidale che coinvolga tutta la popolazione: alla base c’è la comunità, e man mano che si sale alla sommità si incontrano le varie èquipe operative (operatori sanitari, della comunità, polizia) fino ad arrivare al gruppo supervisori, che fornisce agli operatori competenze psicologiche e un addestramento allo stress pre-evento incentrato sull’impatto psicosociale dell’emergenza, al fine di sviluppare competenze di resilienza per gestire lo stress. Sicuramente, l’emergenza psicologica sarà più urgente una volta contenuta l’epidemia, tuttavia non è mai troppo presto per giocare d’anticipo, fornire nuovi servizi di supporto e ‘inclusione’ nonostante la distanza e permettere la presa in carico ‘comunitaria’ di un disagio, traumatico e luttuoso, che dall’intimo delle case potrebbe cronicizzarsi e causare ancora più danni.

 

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