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Perché si rumina nonostante le conseguenze negative?

Sembra che i ruminatori nutrano delle credenze metacognitive positive circa la ruminazione stessa e la sua utilità come strategia di regolazione emotiva.

Di Giulia Mangani

Pubblicato il 21 Apr. 2020

Data la mole di dati che mostra le conseguenze negative della ruminazione, ha senso domandarsi come mai le persone continuino a mettere in atto tale processo. Alcuni autori hanno risposto sottolineando l’esistenza di una “ruminazione positiva” che, nella sua forma adattiva di riflessione costruttiva, è associata ad effetti positivi sul benessere psicologico.

 

Diversi studi sottolineano il ruolo giocato dalla ruminazione nella genesi e nel mantenimento della depressione in quanto processo di pensiero ripetitivo, persistente e ricorrente che porta l’individuo a concentrarsi sui sintomi della propria sofferenza ed a focalizzare l’attenzione su di sé, amplificando gli stati emotivi negativi interni con la conseguenza di produrre numerosi effetti quali: esacerbazione del tono dell’umore negativo, irritabilità, ansia, sfiducia, insonnia, amplificazione del pensiero negativo e tendenza a rimuginare sulle proprie difficoltà (Lyubomirsky e Nolen-Hoeksema, 1995; Nolen-Hoeksema, 1991; Nolen-Hoeksema, 2000; Nolen-Hoeksema e Morrow, 1993; Watkins, 2008).

Viene allora da chiedersi, date le conseguenze negative, come mai le persone continuino ad utilizzare la ruminazione come strategia di regolazione emozionale.

Ruminazione come problem solving

Daches e colleghi (2010) hanno messo in luce come la ruminazione sia uno stile di elaborazione di pensiero utilizzato dalle persone allo scopo di trovare rimedio ad un problema e di meditare sui propri errori dopo un fallimento, al fine di imparare dall’esperienza e di migliorare le prestazioni future.

Per Watkins (2016), le funzioni positive che gli individui rintracciano nella ruminazione sono:

  • Aumento della comprensione e dell’insight di eventi, significati personali, emozioni e comportamenti al fine di prevenire futuri problemi ed aumentare una sensazione di controllo.
  • Evitamento di attributi indesiderati attraverso l’auto-motivazione e la riflessione sulle proprie caratteristiche negative al fine di spronarsi, migliorare la performance ed evitare di ricadere in comportamenti indesiderati.
  • Pianificazione e preparazione ad eventi futuri, immaginando ad esempio ciò che potrebbe accadere o quali potrebbero essere eventuali reazioni altrui.
  • Evitamento di un sé indesiderato, di un tipo di persona che si teme di essere rimarcando gli aspetti “sgraditi di sé” al fine di avere un promemoria che ricordi di agire diversamente.
  • Evitamento di un cambiamento o gestione della noia del quotidiano focalizzandosi su ricordi, immagini e pensieri.
  • Evitamento del rischio di fallimento ed umiliazione riguardo situazioni difficili, complicate e rischiose attraverso la riflessione che permette di considerare cosa potrebbe andare storto.
  • Prevenzione di critiche da parte degli altri anticipando potenziali risposte negative al fine di prepararsi all’eventualità e minimizzando l’impatto negativo del possibile rifiuto.
  • Controllo delle emozioni e delle sensazioni spiacevoli ed indesiderate.
  • Ricerca di scuse e razionalizzazioni, ad esempio per non aver intrapreso un’attività o cambiato idea.
  • Ricerca di prove sul perché le cose dovrebbero andare in un certo modo o giustificazioni per il proprio comportamento.

Esperimenti che confermano le credenze positive delle persone sulla ruminazione

Varie ricerche hanno dimostrato gli effetti positivi che gli individui nutrono sul ruolo svolto dalla ruminazione. Esaminiamone alcune.

In uno studio sperimentale, Lyubomirsky e Nolen-Hoeksema (1993) hanno osservato che dopo aver indotto la ruminazione, i partecipanti disforici tendevano a credere di ottenere un maggior guadagno in termini di comprensione di sé stessi e dei loro problemi, anche se le soluzioni individuate erano giudicate insoddisfacenti.

Papageorgiou e Wells (2001) hanno effettuato delle ricerche cliniche, in cui hanno constatato che le persone con episodi depressivi ricorrenti, presentano sia credenze positive che negative sulla ruminazione. Le credenze favorevoli riguardano l’idea che la ruminazione sia un’utile strategia di coping ed un metodo grazie al quale è possibile ottenere maggior insight, efficace per identificare le cause della depressione, risolvere i problemi e prevenire gli errori e i fallimenti futuri. Le credenze metacognitive negative riguardano invece l’incontrollabilità dei pensieri ruminativi e i danni prodotti da questa a livello sociale ed interpersonale, come ad esempio l’idea che “la gente non mi accetterebbe se sapesse davvero quanto rumino”.

Watkins e Moulds (2005) hanno invece esaminato le differenze riguardo le credenze positive sulla ruminazione in pazienti depressi in fase di remissione e in persone che non avevano mai sofferto di depressione. I risultati dello studio hanno evidenziato da una parte come i pazienti depressi presentino maggiori credenze favorevoli sulla ruminazione rispetto ai soggetti del gruppo di controllo e dall’altra parte hanno mostrato come sia i pazienti attualmente depressi sia coloro che si sono ripresi dalla depressione nutrono maggiori credenze positive circa l’utilità dei pensieri ripetitivi sugli stati d’animo e sugli eventi del passato, rispetto ai soggetti che non sono mai stati depressi.

Infine, ulteriori analisi hanno evidenziato che coloro che ruminano spesso, sono inclini al sentirsi poco capaci di poter controllare gli eventi incerti ed è proprio questo che li spingerebbe ad utilizzare tale strategia come strumento mentale per anticipare e controllare il possibile verificarsi di accadimenti futuri temuti (Harvey, Watkins, Mansell e Shafran, 2004).

Il rovescio della medaglia

Nonostante le persone nutrano tali credenze positive sulla ruminazione, non va però dimenticato l’effetto negativo di incremento dell’umore depresso che questa può produrre, se utilizzata come strategia pervasiva. La ruminazione, essendo caratterizzata da una modalità astratta di pensiero che si focalizza su rappresentazioni mentali generali, sovraordinate e decontestualizzate, avrebbe minor capacità di generare problem solving rispetto a forme di elaborazione più concrete che partendo da un’esperienza diretta e specifica, e valutando i mezzi a disposizione, portano l’individuo a raggiunge gli obiettivi prefissati e a mettere in atto azioni fattibili, utili al raggiungimento dello scopo (Watkins, 2016). La conseguenza è che l’individuo focalizza l’attenzione sulla valutazione dei significati personali del problema stesso e sulle implicazione prodotte arrivando a generare un pensiero disfunzionale e ripetitivo rivolto ai sintomi, alle emozioni, ai problemi e agli aspetti negativi del sé che incrementa l’umore negativo (Ciarocco et al,. 2010; Watkins, 2016).

In conclusione, una possibile spiegazione sul perché le persone tendano a ruminare nonostante gli effetti negativi, si basa sul presupposto che i ruminatori nutrano delle credenze metacognitive positive circa la ruminazione stessa, relative alla sua utilità come strategia di regolazione emotiva, di pianificazione di azioni volte alla soluzione di un problema e di riflessione sulle cause di un evento o sul proprio stato d’animo che non tiene conto (Palmieri, 2014).

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Ciarocco, N. J., Vohs, K. D., Baumeister, R. F. (2010). Some good news about rumination task-focused thinking after failure facilitates performance improvement. Journal of Social and Clinical Psychology, 22, 1057-1073.
  • Daches, S., Mor, N., Winquist, J., Gilboa-Schechtman, E. (2010). Brooding and attentional control in processing self- encoded information: Evidece from a modified Garner task. Cognition and Emotion, 24 (5), 876-885.
  • Harvey, A. G., Watkins, E., Mansell, W., Shafran, R. (2004). Cognitive behavioural processes across psychological disorders: A transdiagnostic approach to research and treatment, Oxford University Press, New York.
  • Lyubomirsky, S., Nolen-Hoeksema, S. (1993). Self-perpetuating properties of dysphoric rumination. Journal of Personality and Social Psychology, 65, 339-349.
  • Lyubomirsky, S., Nolen-Hoeksema, S. (1995). Effects of self-focused rumination on negative thinking and interpersonal problem solving. Journal of Personality and Social Psichology, 69, 176-190.
  • Nolen-Hoeksema, S. (1991). Responses to depression and their effects on the duration of the depressive episode. Journal of Abnormal Psychology. 100 (4), 569-582.
  • Nolen-Hoeksema, S. (2000). The role of rumination in depressive disorder and mixed anxiety/depressive symptoms. Journal of Abnormal Psichology, 109 (3), 504-511.
  • Nolen-Hoeksema, S., Morrow, J., e Fredrickson, B.L. (1993). Response styles and the duration of episodes of depressed mood. Journal of Abnormal Psychology, 102 (1), 20-28.
  • Palmieri, R (2014). Ruminazione depressiva e regolazione delle emozioni. Cognitivismo Clinico, 11 (2), 137-168.
  • Papageorgiou, C., Wells, A. (2001). Metacognitive beliefs about rumination in recurrent major depression. Metacognitive beliefs about rumination in recurrent major depression. Cognitive and Behavioral Practice. 8 (2), 160-164.
  • Watkins, E. R. (2008). Constructive and unconstructive repetitive thought. Psychological Bulletin. 134 (2), 163-206.
  • Watkins E. R. (2016). Terapia cognitivo-comportamentale focalizzata sulla ruminazione per il trattamento della ruminazione, Erikson, Trento, Italy.
  • Watkins, E. R., Moulds, M. (2005). Distinct modes of ruminative self-focus: impact of abstract versus concrete rumination on problem solving in depression. Emotion, 5, 319-328.
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