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Trauma, EMDR e Compassion: la via dell’integrazione con Roger Solomon – Report dall’evento

L'associazione AISTED ha ospitato Roger Solomon, psicologo e psicoterapeuta, esperto nel trattamento del trauma complesso e nell'utilizzo dell'EMDR

ID Articolo: 171754 - Pubblicato il: 04 febbraio 2020
Trauma, EMDR e Compassion: la via dell’integrazione con Roger Solomon – Report dall’evento
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Roger Solomon ha portato ai soci AISTED la sua enorme esperienza clinica sul tema del trauma con un workshop dal titolo ‘Trauma Complesso e Dissociazione: aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale’.

 

Messaggio pubblicitario Lo scorso 25-26 Gennaio a Milano l’Associazione AISTED – Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione ha inaugurato il suo secondo triennio di attività ospitando per due ricche giornate di studio Roger Solomon, psicologo e psicoterapeuta, Senior Trainer in EMDR, da molti anni esperto nel trattamento del trauma complesso e dell’utilizzo del protocollo EMDR nella cornice della Teoria della Dissociazione Strutturale della Personalità (Van der Hart, Nijenhuis, Steele, 2011; Van der Hart, Steele, Boon 2013, 2017) in molti ambiti istituzionali americani (FBI, Secret Service, U.S. State Department, Diplomatic Security, Bureau of Alcohol, Tobacco, and Firearms, U.S. Department of Justice).

AISTED è nata a Milano nel Dicembre del 2016, come ramo italiano della più ampia European Society for Trauma and Dissociation (ESTD), ed è impegnata da ormai 3 anni nell’offrire un luogo di incontro a tutti i professionisti che in Italia si occupano di psicotraumatologia, in contesti pubblici e privati. L’opera di sensibilizzazione alla cultura del trauma e di diffusione delle buone pratiche cliniche nella cura dei disturbi trauma correlati, è nata dalla necessità di creare uno spazio di integrazione tra tutti i colleghi che pur arrivando da diversi percorsi formativi, si trovano a lavorare con pazienti complessi. Gli esiti emotivi di esperienze traumatiche vissute nell’infanzia e/o nell’età adulta provocano spesso sintomi invalidanti e molti pazienti faticano nel trovare un corretto inquadramento diagnostico e un percorso di cura adeguato. Per questo l’Associazione AISTED si occupa specificatamente di offrire ai soci supporto e possibilità di approfondire strumenti clinici orientati al trattamento del trauma complesso, dei disturbi dissociativi e della traumatizzazione cronica. L’urgenza di cogliere la complessità e trovare nuove vie di comprensione e cura dei disturbi dissociativi è condivisa da molti terapeuti e formatori che a vario titolo hanno sostenuto la nascita e lo sviluppo dell’attività di AISTED in Italia, tra cui Giovanni Liotti, Khaty Steele e da ultimo Roger Solomon, soci onorari e punti di riferimento inossidabili per chiunque decida di accostarsi a questo ambito clinico.

Il filo comune: la ricerca costante di integrazione tra gli approcci clinici e le tecniche evidence based ad oggi accreditate nel panorama scientifico internazionale, senza perdere la centralità della ricerca e delle neuroscienze nella comprensione degli effetti clinici e fisiologici del trauma, e senza lasciare indietro un’attenta raccolta della storia evolutiva e relazionale di ogni singolo individuo e della specifica traiettoria di sviluppo che ha caratterizzato la sua esistenza, determinando le sue peculiari risposte di sopravvivenza e resilienza.

Con l’obiettivo di tenere insieme questa complessità, Roger Solomon ha portato ai soci AISTED la sua enorme esperienza clinica sul tema: ‘Trauma Complesso e Dissociazione: aspetti avanzati della Teoria della Dissociazione Strutturale’. Il workshop ha visto la condivisione diretta e generosissima dell’esperienza clinica del Dr. Solomon attraverso la discussione di casi clinici e la condivisione di strumenti clinici di intervento centrati sull’utilizzo dell’EMDR, come tecnica di prima scelta negli interventi di cura del trauma, integrati ad un lavoro di stabilizzazione preliminare all’elaborazione delle memorie traumatiche.

L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LE IMMAGINI DELL’EVENTO:

 

 

 

 

Imm. 1 – 5 – Immagini dal Workshop con Roger Solomon

L’idea di partenza che guida il lavoro di Solomon sul trauma complesso e sui disturbi dissociativi è che la dissociazione traumatica non nasce solo dall’aver vissuto esperienze soverchianti o di minaccia di vita, ma soprattutto dal non aver sperimentato un legame sicuro e una protezione sufficienti a fronteggiare le emozioni provocate da quegli stessi eventi minacciosi, né prima, né durante, né dopo quelle esperienze. La dissociazione è dunque sempre legata ad una disorganizzazione del sistema di attaccamento e conduce ad una sintomatologia tanto più grave quanto più precocemente il sistema nervoso si trova a sperimentare contemporaneamente minaccia e mancanza di protezione. Quando la disorganizzazione dell’attaccamento avviene nei primi anni di vita, la successiva resilienza dell’individuo verso eventi avversi che si potranno verificare in futuro risulterà compromessa o comunque profondamente condizionata da questo, aumentando il rischio di sviluppare sintomi dissociativi e, più in generale, psicopatologia.

Lavorare sul trauma e sulle memorie traumatiche immagazzinate in modo disfunzionale è dunque centrale nel risolvere la sintomatologia post-traumatica legata agli effetti diretti del trauma inteso come ‘evento di minaccia alla vita’, ma l’elaborazione risulta talora insufficiente a risolvere la sintomatologia dissociativa sottostante se non viene preceduta – ove necessario – da una fase di stabilizzazione che aiuti la persona a ridurre la disorganizzazione interna del sistema di attaccamento e la reattività del sistema di difesa.

Come molti altri teorici del trauma, Solomon parte dall’idea di un continuum nei processi di dis-integrazione che va dall’alternanza di Stati dell’Io (ego-states) differenti, passando dal Trauma Complesso con una maggiore frammentazione delle risposte di sopravvivenza, per arrivare al Disturbo Dissociativo dell’Identità come estremo psicopatologico legato alle forme più gravi di dissociazione della coscienza. Il lavoro clinico con EMDR, o con qualunque altro approccio orientato alla elaborazione delle memorie traumatiche, necessita dunque di un preliminare inquadramento del paziente e del suo grado di disorganizzazione interna per poter fare scelte cliniche sicure e offrire il timing giusto all’elaborazione dei ricordi. Per lavorare con l’EMDR su trauma complesso e disturbi dissociativi è perciò indispensabile, ci ricorda Dr. Solomon, conoscere molto bene non solo come il trauma lavora sulla mente e sul corpo, ma anche come il sistema di attaccamento regola il nostro senso di sicurezza e la nostra possibilità/capacità di accedere a risorse interne ed esterne di conforto di fronte alla sofferenza e al pericolo.

Messaggio pubblicitario Da questa base di partenza, il lavoro terapeutico di Solomon muove verso una costante attenzione ai processi di attaccamento e sintonizzazione emotiva, con l’obiettivo di coltivare da un lato uno stato di sicurezza sufficiente nel presente della terapia e dall’altro di mantenere attivo un sistema cooperativo all’interno della relazione terapeutica, che permetta al paziente stesso di osservarsi nel processo terapeutico senza essere soverchiato (di nuovo!) dalle emozioni del trauma.

Solomon ci ricorda che, soprattutto in situazioni cliniche complesse, nonostante l’EMDR favorisca il ripristino di una elaborazione adattiva bloccata al tempo degli eventi traumatici, il paziente non elabora mai ‘da solo’, ma elabora il ricordo di quegli eventi traumatici nel contesto della relazione terapeutica, in cui diventa centrale dunque la funzione di ‘holding’: tenere il paziente nella sua finestra di tolleranza emotiva e all’interno di una connessione emotiva sicura, incoraggiante e funzionale.

Gli ingredienti essenziali di questo complessissimo lavoro clinico sono molti, ma i principali elementi emersi a fare da ‘mantra’ a queste 2 giornate di lavori sono stati tre: ‘Time Orientation’, ‘Good job!’ e ‘Compassion’.

La ‘Time Orientation’ (Orientamento nel Tempo) riguarda la costante stimolazione della capacità del paziente di percepire la sua Parte Adulta nel tempo presente, cioè di restare connesso alle sue risorse e al suo corpo di adulto, alla sicurezza guadagnata e soprattutto di mantenere ben salda la consapevolezza della distanza fisica e temporale che c’è tra l’oggi e il momento del trauma. L’obiettivo per il paziente non è infatti riattraversare le emozioni traumatiche, ma riuscire a guidare il processo terapeutico per osservare le sue emozioni senza identificarsi con esse; le emozioni soverchianti legate all’attivarsi del sistema di difesa in terapia, rischierebbero infatti di ri-attivare (e di nuovo in modo disfunzionale!) il sistema nervoso preparandolo a rispondere nel presente ad una minaccia che non c’è più e questo impedirebbe – così come lo ha impedito nel passato – di elaborare le emozioni e l’evento in modo più sicuro e adattivo. L’orientamento nel tempo è da considerarsi un vero e proprio intervento terapeutico, centrale nel lavoro su sintomi dissociativi, e si configura di per sé come una risorsa importantissima da rinforzare e installare, per chi usa abitualmente l’EMDR, per potervi accedere in ogni momento della terapia.

Accanto a questo, il lavoro di stabilizzazione spesso include il ‘lavoro sulle parti’, cioè la promozione di un dialogo interno più integrato e collaborativo tra le parti della personalità che entrano in conflitto peggiorando la disorganizzazione del paziente su numerosi stimoli (triggers) del presente; a questo proposito il modello della Dissociazione Strutturale della Personalità (Van der Hart, Nijenhuis, Steele, 2011; Van der Hart, Steele, Boon 2013, 2017) offre una mappa indispensabile per aiutare paziente e terapeuta ad orientarsi tra le emozioni, le difese e le risorse. Naturalmente si tratta di una metafora da usare con cautela e con la chiara idea di lavorare con le rappresentazioni interne di parti emotive di sé, accertandosi che il paziente riesca ad usarla per comprendere il suo funzionamento interno senza aumentare il grado di separazione o di fobia verso questi aspetti differenti della sua unica persona. Il lavoro sulle parti, a partire da queste premesse, può essere al contrario molto utile a promuovere un graduale processo di dis-identificazione con le parti emotive bloccate nel trauma e di ri-conoscimento del ruolo che ogni parte ha avuto nella sopravvivenza del paziente. Spesso infatti le Parti Emotive (EP) vivono gradi di separazione tali dall’Adulto che vive la vita quotidiana, da non riuscire più a percepire sicurezza o calma nel presente, così come l’Adulto che vive più pienamente il presente rischia di non riconoscere come normali le emozioni di paura, rabbia o disgusto del passato, giudicandole inadeguate, inutili o solo dannose nella sua vita attuale. La presenza di questi conflitti va individuata tempestivamente ed elaborata nella fase di stabilizzazione, poiché l’accesso alle emozioni connesse alle memorie traumatiche potrebbe peggiorare lo stato di questi conflitti e porre il paziente in situazioni paradossali e ritraumatizzanti.

A questo proposito il secondo ingrediente clinico emerso offre una via d’uscita: ‘Good job!’ (‘Bravo!’) ovvero riconoscere e validare il lavoro che ogni parte ha svolto nell’arco della vita, come tentativo di offrire soluzioni e dare sollievo alla sofferenza emotiva. In particolare risulta centrale riconoscere questa funzione alle parti critiche o alle parti bloccate nella rabbia o alle parti che si identificano con l’aggressore, poiché spesso svolgono la fondamentale funzione di proteggere aspetti di vulnerabilità e vergogna con cui il paziente non avrebbe potuto convivere costantemente. Nonostante spesso le parti ostili si manifestino in modo molto disfunzionale e talora rischioso per la salute (autolesionismo, ideazione suicidaria, autobiasimo, disprezzo per sé) è fondamentale riconoscere loro il buon lavoro fatto fino a quel momento e aiutarle ad uscire dall’alienazione e dalla solitudine che il ruolo di protettrici ha dato loro: sviluppare questa maggiore comprensione reciproca può diventare una risorsa fondamentale da stimolare e installare nel sistema emotivo, può restituire uno spazio di azione all’Adulto e favorire un accesso sicuro alle parti emotive più vulnerabili e bisognose di aiuto. Validare la funzione, non il comportamento in sé, inoltre aiuta la co-consapevolezza tra le parti e questo guida verso un processo di integrazione sano e organico in grado di ridurre la necessità di separare/dissociare aspetti di sé prima percepiti come inaccettabili, perché incomprensibili.

Ultimo ma non meno importante strumento clinico: la ‘Compassion’. Ogni momento di accettazione empatica della sofferenza, della fatica fatta, dell’ingiustizia subita e del dolore vissuto è un momento prezioso da riconoscere, installare come risorsa e rendere accessibile tutte le volte che si può. Il contatto emotivo con la sofferenza è per definizione evitato grazie alla dissociazione, quindi ogni momento positivo di condivisione e di empatia va valorizzato come un passo verso una maggiore integrazione. Nella dissociazione traumatica c’è spesso il ricordo e la comprensione di quello che è avvenuto, ci possono essere il riconoscimento e la razionalizzazione delle ragioni e delle responsabilità, ma se permane la dissociazione ci segnala che alcuni aspetti emotivi continuano ad essere rifiutati ed estromessi dalla coscienza con l’obiettivo di ridurre l’intensità del dolore emotivo. L’unico antidoto al permanere della disorganizzazione, è dunque sviluppare e promuovere gradualmente tra le Parti Emotive e l’Adulto ‘osservante’ momenti di empatia, di ascolto compassionevole, di accettazione profonda e non giudicante dell’esperienza interna e dei suoi effetti nel presente.

La costante capacità di testimoniare il presente per come esso è, senza giudizio ma senza paura, e di osservare da questa presenza solida e ferma l’orrore del passato, senza sconti ma senza esserne sopraffatti, sono l’eredità più preziosa lasciata da Roger Solomon in queste due giornate di lavori. Uno sguardo saggio e coraggioso, con cui ci ricorda di guardare alla persona intera e non solo ai sintomi o alle singole parti, avendo cura di proteggere ma allo stesso tempo di promuovere con fiducia la guarigione e la ricerca di quello sguardo amorevole verso la propria e altrui sofferenza.

 

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Bibliografia

  • Van der Hart, O., Nijenhuis, E.R.S., Steel, K. (2011). Fantasmi nel sé. Trauma e trattamento della dissociazione strutturale. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Onno Van der Hart, Steele, S. Boon (2013) La Dissociazione Traumatica: Comprenderla e Affrontarla, Mimesis Editore.
  • Van der Hart O., Steele K., Boon S., (2017), La cura della dissociazione traumatica. Mimesis Editore, Milano.
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