L’In-coscienza di Greta

Greta rispecchia un'immagine che esiste nelle nostre coscienze, che ci permette di ridare corpo e voce ad alcune istanze dimenticate della collettività.

ID Articolo: 171502 - Pubblicato il: 23 gennaio 2020
L’In-coscienza di Greta
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Attraverso l’immagine di Greta Thunberg si ripropone, e allo stesso tempo si rinnova radicalmente, il tradizionale motivo archetipico del Fanciullo.

 

Messaggio pubblicitario Una delle figure più discusse, celebrate ed osteggiate della contemporaneità, ha il volto biondo e levigato di una ragazzina appena diciassettenne. Più ancora che di Trump e di Kim Jong-un, di Papa Francesco o di Putin, questi potrebbero essere ricordati come gli anni di Greta Thunberg, la giovane attivista scandinava, madrina del movimento ambientalista Fridays for Future.

Greta Thunberg è divenuta, nel volgere breve di alcuni mesi, l’oggetto di un’attenzione collettiva e condivisa che possiamo definire, almeno ad un livello quantitativo, senza precedenti. Miliardi di persone hanno assistito alla sua ascesa personale e mediatica, hanno potuto seguirla dai primi scioperi solitari davanti al parlamento di Stoccolma ai più recenti interventi tenuti al vertice delle Nazioni Unite, al Parlamento Europeo, all’Onu e nelle manifestazioni in cui milioni di studenti, ispirandosi a lei, si sono riversati nelle piazze di tutto il mondo, dall’America all’Australia, per protestare contro l’inadeguatezza delle politiche globali sul clima. Fino a vederla immortalata, nelle ultime settimane, sulla copertina del Time, omaggiata come la persona più influente del 2019.

Greta, nella sua fulminea scalata, ha calamitato su di sé non solo gli sguardi, ma pure le reazioni emotive più violente e disparate, così come sciami di congetture, supposizioni e valutazioni non sempre assennate. È diventata l’oggetto di dibattiti televisivi e articoli di giornale; di post, video e meme “virali” scambiati sui social; di chiacchiere da bar, da ufficio e da salotto. Non credo sia improprio dire che, ciascuno di noi, almeno per qualche istante della sua vita, si è dovuto “misurare” con il fenomeno Greta.

Alla luce di una mole tanto ingombrante di proiezioni, non è facile giungere a una sintesi e provare a definire chi sia questa ragazza in rapporto al movimento che intorno a lei si è raccolto: se la si possa ritenere più un’ispiratrice, un’ideatrice o un’iniziatrice; un’ambasciatrice, una portavoce, una statista o magari anche una condottiera.

Ma nelle intenzioni di questo articolo non c’è quella di discutere quale sia il suo ruolo (almeno non nei termini fin qui menzionati) né, tantomeno, quella di avventurarsi tra i meandri dei suoi meriti e delle sue colpe personali, delle sue presunte mire arrivistiche o del suo essere un burattino nelle mani dei potenti signori oscuri dell’imperialismo capitalista. E, allo stesso modo, non interessa entrare nello specifico della sindrome di Asperger che le è stata diagnosticata e nelle manifestazioni sintomatiche e funzionali ad essa associate.

Ciò che si vuole proporre è una lettura diversa del fenomeno Greta Thunberg, che si inserisca nel filone della ricerca psicoanalitica che privilegia, come punto focale dell’esperienza umana, la dimensione collettiva a quella individuale.

La storia della psicoanalisi è infatti, almeno da Totem e Tabù in poi, anche il tentativo di interpretare i movimenti e le dinamiche della società che viviamo. Un tentativo che forse ha trovato la sua massima espressione nella psicologia analitica di matrice junghiana, che ha sviluppato il complesso, articolato e spesso insondabile rapporto che intercorre tra coscienza e inconscio su di una scala non solo individuale, ma anche collettiva.

Quanto più risaliamo a ritroso il corso della storia, tanto più vediamo svanire la personalità sotto il manto della collettività.

Se noi indossiamo una lente analitica per indagare il fenomeno Greta Thunberg, ecco che per prima cosa dobbiamo accettare un rovesciamento paradigmatico rispetto a quanto il pensiero ordinario e individualistico vorrebbe imporci: non è la Greta persona e soggetto, nella sua singolarità pervasa di motivazioni e intenzioni, a farsi promotrice di un’azione sociale che si diffonde e arriva a coinvolgere tante altre molteplici individualità, ma è un’istanza inconscia della collettività, che ha generato e consentito che emergesse, giungendo sino alla nostra coscienza, il simbolo Greta.

L’inconscio collettivo non è affatto un sistema personale incapsulato, è oggettività ampia come il mondo, aperta al mondo. Io vi sono l’oggetto di tutti i soggetti, nel pieno capovolgimento della mia coscienza abituale dove io sono sempre il soggetto che ha oggetti.

Greta Thunberg diviene perciò una rappresentazione archetipica, attraverso cui l’inconscio sommerso della collettività, depositario dei germi e delle potenzialità di ogni futuro mutamento, ha liberato ed imposto sul proscenio manifesto della consapevolezza i suoi fantasmi di trasformazione.

Inconscio e coscienza collettivi sono istanze cangianti, mutevoli, che si compenetrano e operano in un continuo e reciproco scambio, che il più delle volte si consuma inafferrabile alle nostre facoltà ricettive. Soltanto quando la coscienza, nell’insieme di tutte manifestazioni collettive che determinano lo Spirito del tempo – pratiche culturali, politiche, sistemi valoriali e vocazioni spirituali – sembra incanalarsi in una direzione unilaterale e incapace di rendere giustizia ad alcune tra le esigenze più recondite dell’animo umano, le forze inconsce devono agire la loro opposizione con l’affermazione di un Simbolo come Greta.

L’inconscio è quell’istanza psichica nella quale gli elementi non sono scissi – tra gli istinti di dare forma e di vivere – e che può formare dei simboli. Questo accade quando (anormalmente) l’energia dell’inconscio sovrasta quella della coscienza…Il simbolo deve essere la migliore espressione possibile della concezione del mondo in una determinata epoca, tale da non poter essere superata in significato: deve essere così inafferrabile che l’intelletto critico non possa risolverlo.

Greta perciò esiste, ovvero la sua immagine esiste nelle nostre coscienze, perché attraverso di essa ritrovano corpo e voce alcune istanze dimenticate della collettività. Ma per comprendere quali siano, occorre rintracciare gli elementi distintivi che caratterizzano la sua rappresentazione, accantonando nella ricerca gli strumenti razionali a cui siamo soliti affidarci e procedendo per mezzo di una comparazione analogica con le altre rappresentazioni archetipiche della nostra tradizione culturale.

C’è un primo aspetto che si impone con eclatante evidenza e che percepiamo, immediato, nella stessa corporeità della sua immagine. E cioè che Greta è, fondamentalmente, una bambina. Greta Thunberg è bambina nei suoi diciassette anni anagrafici, ma lo è ancora di più nei tratti rotondi e un po’ schiacciati del viso, nelle lunghe trecce bionde che le raccolgono i capelli, nelle linee minute del fisico che rifuggono ogni traccia femminea di adultità. Ed è questa fanciullezza la matrice della dimensione archetipica, il tratto primigenio che si impressiona in noi e, con la forza coercitiva e nouminosa propria soltanto dell’archetipo, ci attrae verso di lei, suscitando sentimenti così primitivi e violenti di invidia e di ammirazione; di odio e di amore; di speranza e disprezzo.

Messaggio pubblicitario Il suo essere bambina evoca reazioni che scuotono l’animo ben al di sotto delle costruzioni cognitive, ed è per questo che di fronte al fenomeno Greta così facilmente smarriamo la nostra bussola di razionalità e ci lasciamo avvincere da suggestioni emotive. È la forza insita nella sua fanciullezza che rende tanto accesi quanto vaghi, imprecisi, impropri e scorretti i nostri discorsi su di lei.

Se noi scorriamo all’indietro le immagini principali della nostra storia, ritroveremo quella del Fanciullo come una delle più ricorsive. Essa imperversa nei nostri miti così come nelle nostre tradizioni religiose, nelle opere di ogni movimento artistico e di ogni secolo; dalle rappresentazioni divine del Fanciullo Eros/Cupido e di Gesù bambino, sino alle produzioni creative e neo-mitologiche della contemporaneità: basti pensare a figure come Peter Pan, Tom Sawyer, o ai ragazzini-eroi delle recentissime e fortunatissime saghe di Star Wars, Harry Potter o Hunger Games. La figura del fanciullo costantemente ritorna e costantemente ripropone sulla scena la sua essenza archetipica, le sue ataviche peculiarità che Jung, ne Gli Archetipi dell’Inconscio Collettivo, così delineava:

Un aspetto essenziale del motivo del fanciullo è il suo carattere avvenire…Il fanciullo anticipa nel processo di individuazione quella forma che risulterà dalla sintesi degli elementi coscienti e inconsci della personalità…Il fanciullo implica qualcosa che evolve verso l’autonomia.

Il Fanciullo rappresenta, storicamente, l’origine del processo di cambiamento, l’irruzione dei contenuti inconsci sulla scena, nel loro disordine e nell’incoerenza che anticipa ogni forma razionale. Egli introduce nuove possibilità che solo passando del confronto con una coscienza adulta potranno determinare un rinnovamento dell’ordine costituito. Per questo il Fanciullo simboleggia sempre l’inizio e mai la fine, il compimento della trasformazione.

Già Nietzsche, prima di Jung, in Così Parlò Zarathustra, ne coglieva gli attributi fondamentali:

Il fanciullo è innocenza, oblio; un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su sé stessa, un primo movimento, una santa affermazione.

Il fanciullo è come un alito di vento che spazza via un’aria stantia, è un portatore di dynamis e di intraprendenza, è un sovvertitore di regole che si affida al gioco, allo scherzo e all’intuizione. Egli ha la facoltà (il potere) di credere a cose in cui i grandi non riescono più ad aver fede, proprio perché è capace di attingere l’energia dalle forze istintuali a cui la coscienza adulta e unilaterale non riesce più ad accedere.

E, per la stessa ragione, il fanciullo è anche Innocente. Non perché non abbia colpe, ma perché essendo un’emanazione di elementi primordiali filogeneticamente anteriori ad ogni possibile concetto di colpa, egli si pone al di là e prima di qualsiasi giudizio.

Se proviamo ad analizzare i fanciulli delle nostre rappresentazioni rinverremo, il più delle volte, gli stessi tratti, essenziali e prototipici. Ma se proviamo a sovrapporre a questi l’immagine di Greta, ci accorgiamo subito di quanto sia improprio ed impreciso il nostro tentativo. Perché è vero che Greta Thunberg simboleggia una richiesta collettiva di cambiamento che potrebbe inaugurare una stagione di rinnovamento, così come è vero che la sua forza traente ci appare connessa alla riproposizione di istanze rimosse “smarrite” dalla coscienza della collettività.

Eppure Greta non scherza e non sorride. Greta non è uno moto di irresponsabilità teso a soverchiare un ordine costituito. Non vediamo in lei alcun libero gioco degli istinti, alcuna dissennatezza, alcuno slancio impetuoso di incoerenza e fantasia.

Il suo incedere è lineare e razionale, avulso all’intuizione, e anche le sue manifestazioni emotive, spesso impregnate di collera, scorrono in perfetta sincronia con gli argomenti del suo discorso. Le sue parole e il suo pianto si fondono in un monito univoco di accusa che rimanda agli adulti la gravità delle loro colpe.

Di lei ci colpisce soprattutto lo sguardo: tetro, severo, giudicante. Uno sguardo che, storicamente, sembra alieno ad ogni altra rappresentazione del fanciullo. Lo sguardo di un giudice che non fa sconti e che condanna senza ulteriori appelli.

E qui forse possiamo individuare l’elemento maggiormente distintivo del simbolo Greta: il suo rapporto esiziale con i temi della colpa e della condanna. Perché se i Fanciulli della nostra tradizione sono per antonomasia degli Innocenti o al massimo, prendendo in considerazione la ricorrente sotto-figurazione dell’Orfano, delle Vittime, Greta Thunberg sembra inaugurare una nuova dimensione dell’immagine archetipica: quella del Fanciullo–Giudice o, addirittura, del Fanciullo-Carnefice.

Una simile trasformazione non si può imputare a qualche moto trascurabile di superficie, ma pare implicare una rivoluzione strutturale nella genesi della rappresentazione: perché, mentre il Fanciullo tradizionale affondava la sua essenza simbolica nel substrato pre-razionale che lo poneva “anteriormente a qualsiasi giudizio”, Greta al contrario trova la sua ragion d’être nel legame con una istanza morale ben più progredita dal punto di vista evolutivo. Una coscienza morale dotata di una certa strutturazione e complessità, meno vincolata ai processi primari di pensiero che, paradossalmente, sembrerebbe essere sprofondata tra i contenuti inaccessibili alla collettività ed è “costretta” a ripalesarsi attraverso l’irruzione fragorosa ed esplosiva di una manifestazione archetipica.

Come si può dare conto di un simile fenomeno?

Potremmo ipotizzare che, nella dialettica conscio/inconscio, la nostra società attuale, postmoderna e a forte trazione capitalistica, abbia rimosso massicciamente dalla propria coscienza collettiva i contenuti superegoici che rimandano alla responsabilità verso le proprie azioni, al prendersi cura di sé stessi, degli altri e del proprio ambiente. E che simili contenuti, indesiderati o perfino illeciti, possano adesso riemergere solo mediante l’imposizione di simboli.

Molto analisti della nostra epoca convergono sull’idea che questa si possa definire una “Società del Narcisismo”, che rincorre e pratica su larga scala una religione dell’Ideale dell’Io in cui l’obiettivo comune (collettivo) è diventato accrescersi, superarsi, espandersi. Come scriveva Erich Fromm nell’Arte di Amare:

La felicità odierna dell’uomo consiste nel “divertirsi”. Divertirsi significa consumare e comprare cibi, bevande, sigarette, gente, libri, film – tutto è consumato, inghiottito. Il mondo è un grosso oggetto che suscita i nostri appetiti, una grossa mela, una grossa bottiglia, un grosso seno; noi siamo i consumatori, gli uomini in eterna attesa, gli speranzosi, e gli eterni delusi.

Non che tale impulso narcisista sia da ritenere in sé, come qualche fondamentalista lo vorrebbe dipingere, un male assoluto. Se esso ha goduto e gode di una tale diffusione, lo si deve soprattutto ai molteplici benefici che ha saputo garantire alla collettività: l’accesso sempre più esteso al benessere materiale, lo sviluppo tecnologico e comunicativo, l’acquisizione di diritti individuali impensabili fino a metà del secolo scorso. Come ogni nuovo impulso, ha affrancato interi popoli da vincoli superati e non più-significanti che si trascinavano avanti come epitaffi simbolici, prosciugati del loro senso originale.

Tuttavia, com’è nella naturale evoluzione di qualsiasi movimento, l’afflato dapprima liberatorio si è via via incanalato con maggiore rigidità nella direzione tracciata dalla spinta unilaterale a godere, finendo per lasciare indietro e offuscare pezzi sempre più voluminosi di umanità. E così, se la religione dell’ideale è per definizione una religione del Volere, essa ha finito con lo strangolare le istanze interiori che invece richiamano la dimensione, antitetica, del Dovere.

Non è un caso che la parola “Dovere” risuoni oggi, alle nostre orecchie, così fastidiosa, addirittura sgradevole: essa ci rimanda inevitabilmente un senso soffocante di imposizione e di colpa. Ma come già ci suggeriva Winnicott nel saggio Lo sviluppo della capacità di preoccuparsi, la colpa è solo una delle due facce del Dovere:

La parola preoccupazione è usata per indicare l’aspetto positivo di un fenomeno il cui aspetto negativo è indicato dalla parola senso di colpa. Il senso di colpa è legato all’ambivalenza e comporta un livello di integrazione dell’io tale da permettere di conservare un’immagine buona dell’oggetto insieme all’idea di distruggerlo. Preoccuparsi si riferisce al fatto che l’individuo si prende cura o prova apprensione, e sente o accetta la responsabilità.

Nel momento in cui noi rigettiamo il Dovere, per risparmiarci il penoso incomodo di sentirci colpevoli, dobbiamo necessariamente privarci della sua controparte positiva, della possibilità cioè di preoccuparci e farci carico dell’altro, di noi stessi, o del nostro ambiente, divenendone “Responsabili”. Ma così facendo non riusciamo più ad accedere alla dimensione più profonda, autentica e totalizzante dello “stare in relazione” e, in generale, dell’esperienza di Amore, un’esperienza che nella sua completezza esige la compenetrazione sinergica del Desiderio e della Cura, ovvero del Volere e del Dovere.

Il risultato è un senso paradossale di distacco, per cui nonostante l’avidità della nostra spinta ad attingere, sfruttare o addirittura inghiottire la realtà, restiamo “gli eterni delusi” di cui parlava Fromm: e non siamo riusciti finora a immaginare, collettivamente, una soluzione alla nostra insoddisfazione che non fosse quella di provare a godere ancora di più, allontanando ulteriormente il fardello gravoso della responsabilità.

Ma la comparsa di un simbolo come Greta Thunberg, la cui originalità sta nel fondere l’urgenza sovversiva di cambiamento propria del fanciullo, allo sguardo severo ed adulto di una coscienza morale che ci rimanda il peso delle nostre negligenze, ci suggerisce che i tempi potrebbero essere maturi per “immaginare insieme” una risposta diversa: una risposta che, anche attraverso il doloroso e inevitabile confronto con la colpevolezza, ci porti a ripensare coscientemente le dimensioni dimenticate della cura e della preoccupazione, per salvaguardare e risanare non solo il pianeta, ma in generale la nostra capacità di vivere appieno la relazione con il tutto che ci circonda.

 

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Bibliografia

  • Fromm, E. (1963). L’arte di amare, Arnoldo Mondadori Editore.
  • Jung, C.G. (1977). Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri.
  • Jung, C.G. (2011). Tipi psicologici, Bollata Boringhieri.
  • Nietzsche, F. (1976). Così parlò Zarathustra, Adelphi.
  • Winnicott, D. W. (2013), Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore.
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