La gelosia nelle culture antiche

Il concetto di gelosia è presente fin dall'antichità, ne viene ripercorso il significato nelle cultura greca e romana ma anche in quelle ebraica e cristiana

ID Articolo: 171196 - Pubblicato il: 28 gennaio 2020
La gelosia nelle culture antiche
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E’ sorprendente ancora oggi, a distanza di tanti secoli, che in terapia assistiamo ad un vissuto completamente diverso riguardo al tradimento. Spesso il maschio che ha tradito ha sbagliato ma merita il perdono. La donna che ha tradito invece non merita perdono.

 

Messaggio pubblicitario La gelosia ha assunto vari significati culturali in contesti diversi. S. Benvenuto nel suo libro La Gelosia. Impulso naturale o passione inconfessabile fa un ampia analisi partendo dalla Grecia Antica.

Nella cultura greca l’attenzione era rivolta prevalentemente alla gelosia femminile poiché le donne venivano considerate inferiori agli uomini. La tragedia di Medea è esemplificativa dei legami tra stirpi all’interno della società greca. Medea non solo attraverso un regalo malefico uccide la rivale in amore, ma per vendetta elimina i figli non dando al marito la possibilità di una continuità generazionale. Infatti in Grecia l’eredità è puramente maschile.

Se per un attimo ci soffermiamo ad analizzare i femminicidi in cui vengono uccisi i figli non possiamo non far riferimento a Medea. La differenza sta nel fatto che nelle famiglie attuali spesso l’eredità è considerata femminile. I figli sono della madre. Questa cultura viene anche alimentata dalle sentenze di separazione e divorzio in cui spesso i figli vengono assegnati alla madre. In un impeto di gelosia, quindi, non si uccide solo la donna che si sta perdendo ma si tagliano anche i legami con la sua stirpe ovvero i figli. Spesso di fronte ad episodi simili ci chiediamo ma come si fa ad uccidere i figli? O i figli che c’entrano nelle loro controversie? Il modello relazionale simbolico ci indica la strada non tanto in una semplice vendetta, ma nell’esigenza di interrompere i processi generazionali. Se da un lato c’è la cura dell’eredità dall’altro c’è l’interruzione. Tale interruzione non avviene  solo ed esclusivamente con l’uccisione dei figli, ma anche attraverso meccanismi come ciò che Wallerstein e Kelly hanno definito allineamento del minore con un genitore e Gardner sindrome di alienazione genitoriale – SAP. Nel primo caso subdolamente i genitori trattano come confidenti i figli costringendoli ad una innaturale scelta, con la finalità di escludere l’ex coniuge dalla loro vita.

La SAP si innesca quando i genitori non riescono a superare la crisi personale in seguito alla separazione e quindi trovare dentro di sé motivi di autostima, sospinti anche da motivazioni di conflittualità latente, e hanno bisogno di definire il coniuge negativamente e quindi anche di definirlo ‘inidoneo’ nel ruolo genitoriale. Da qui la sempre più frequente denigrazione dell’altro genitore agli occhi del figlio e la richiesta, formulata in modo più o meno esplicito, che anche il figlio contribuisca a tale definizione scegliendo lui come unico genitore.

Nei casi di alienazione genitoriale non vi è alcuna possibilità di collaborazione in quanto gli ex coniugi si danneggiano l’un l’altro e soprattutto danneggiano il figlio attraverso un conflitto aspro che si manifesta con squalifiche e denigrazioni reciproche, battaglie giudiziarie interminabili.

Questi figli non esistono più solo per loro stessi ma come oggetto di conflitto tra i due genitori.

La rabbia è così intensa che nessuno dei due può accettare i diritti dell’altro neanche come genitore: l’ex coniuge è semplicemente un nemico da eliminare dalla propria vita e anche da quella dei figli, da qui il loro arruolamento all’interno di ‘triadi rigide’. Il Prof. Marco Casonato, docente presso l’Università di Milano – Bicocca, sostiene che

Un genitore disturbato (alienante) o anche un nonno, in genere caratterizzato da un disturbo di personalità Borderline o comunque affetto da un disturbo di personalità ricompreso nel medesimo cluster o affine anche in comorbilità con un altro disturbo, va incontro a quella che Kernberg (1984) ha definito ‘regressione maligna’. Una componente essenziale della PAS è infatti una volontà distruttiva riguardo al coniuge (o al genero) volta ad annullarlo come persona ed il riemergere di un’attitudine simbiotica nei confronti del bambino: il bambino esperito come parte della persona del genitore alienante nei casi più gravi o nei casi più lievi come proprietà personale e non come soggetto autonomo: da cui una varietà di manifestazioni sintomatiche che vanno dal figlicidio e figlicidio-suicidio inteso soggettivamente dal genitore alienante come dinamica abortiva di una parte di sé, di un non-soggetto, al ‘possesso materiale’ del minore sradicato senza tanti complimenti dalla sua continuità esistenziale e portato con sé dal genitore alienante nel corso delle sue peripezie che talora si estendono oltre ai confini del paese d’origine. Va da sé che quale che sia la pervasività della condotta del genitore alienante, essa risulta sempre in un nocumento del minore più o meno esteso.

Anche nell’antica Roma la gelosia era di esclusiva competenza femminile, anche se Giuseppe Flavio scrive che Claudio, Imperatore di Roma, fece uccidere Messalina per gelosia, per avergli fatto le corna. In effetti se andiamo a leggere e ad analizzare quanto scritto da Flavio, Claudio non esprime dolore e/o gelosia  per la perdita dell’amata ma solo e semplicemente per aver messo in crisi la sua autorità:

Vuoi farmi credere che non sono più Cesare! Ma non si toglie così a Cesare il palazzo e i tesori e l’autorità e Venere!

Messalina, come messo in risalto da Giovenale, mette in crisi il ruolo della donna nella società romana visto che si recava mascherandosi nei postriboli più luridi per accoppiarsi con uomini di tutti i tipi e razze. Si comportava da prostituta più che da imperatrice.

Al contrario la moglie a Roma aveva il ruolo di gestire e tenere in ordine la domus. In un necrologio su un sepolcro di una donna particolarmente virtuosa si legge: casta fuit, domum servavit, lanam fecit (era casta, custodiva la casa, lavorava la lana). Le donne venivano educate a svolgere questo ruolo e si sposavano abbastanza giovani (meglio dire bambine visto che, ad esempio, Ottavia si fidanzò con Nerone all’età di 7 anni per poi sposarsi a 11) perché si credeva che dovevano pian piano imparare a svolgere le mansioni nuziali. La fedeltà coniugale era esaltata. Basta ricordare l’episodio di Lucrezia che, moglie di Tarquinio Collatino, fu violentata dal figlio di Tarquinio il Superbo (ultimo re di Roma). Lei non sopravvisse all’oltraggio e si uccise. I romani si adirarono a tal punto per questo spregio alla fedeltà coniugale che rivoltandosi contro il re lo cacciarono e contribuirono così all’instaurazione della Repubblica.

Sul piano generazionale e della discendenza, inoltre, le donne servivano per poter dare una continuità alla stirpe. Ottavia venne ripudiata da Nerone in quanto sterile ed incapace di dargli un figlio. Al di là delle nefandezze di Nerone, egli poté fare questo atto grazie al principio sancito dalle leggi di Roma per cui il marito o la moglie potevano ripudiare il/la consorte. Tra l’altro è risaputo che il figlio doveva essere maschio in quanto la nascita di una figlia femmina veniva considerata una disgrazia. Una legge attribuita a Romolo obbligava ogni padre di famiglia a non uccidere (né abbandonare) i propri figli maschi a pena della perdita di metà dei propri averi, mentre per le figlie tale divieto era limitato alla sola primogenita.

L’importanza data al maschio come continuatore della stirpe gli ha fatto assumere il ruolo patriarcale che per tanti secoli ha costituito la base delle relazioni coniugali. Il maschio poteva disporre della donna a suo piacimento. Ella doveva assumere il ruolo di custode della casa e si doveva occupare dell’educazione dei figli. E’ bene ricordarsi che fino al 1975 l’adulterio era reato e il delitto d’onore fino al 1981 prevedeva pene attenuate.

E’ sorprendente ancora oggi, a distanza di tanti secoli, che in terapia assistiamo ad un vissuto completamente diverso riguardo al tradimento. Spesso il maschio che ha tradito ha sbagliato ma merita il perdono.

La donna che ha tradito invece non merita perdono. Il vissuto emotivo assomiglia a quello di Lucrezia che si uccide per l’oltraggio subito. Ancora oggi una donna su un forum scrive:

io gli voglio un bene infinito ma allo stesso tempo, mi faccio schifo, verso mio marito ma soprattutto verso i miei figli….io vorrei passare la mia vita con lui, ma non posso lasciare i miei bimbi perchè son tutto…non li voglio vedere sballati a destra e sinistra, io soffro da morire ma voglio che i miei figli per quanto posso crescano sereni con una famiglia. Io ho paura non so come comportarmi.

La lotta tra l’ethos e il pathos: la signora si sente vincolata alle promesse matrimoniali. Si sente vincolata alla cura della domus e dei figli così come facevano le donne nell’antica Roma, anche se sa che la felicità, lo star bene, sono nella relazione con l’altro. Importante le sottolineature mi faccio schifo, ho paura non so come comportarmi poiché ci danno la dimensione di come vive il tradimento. Si sente di aver tradito non solo suo marito ma anche la sua storia generazionale ovvero i suoi figli e se ha tradito questi ultimi anche i suoi genitori.

Neanche la rivoluzione sessuale, tipica degli ultimi 30 anni, ha potuto rendere onore a Messalina: i maschi potevano frequentare i bordelli dove andavano a incontrare le prostitute; le donne dovevano rimanere a casa ad occuparsi dei figli e della stessa casa. Ancora in un forum troviamo scritto:

ero indecisa se vedere un ragazzo dolcissimo….ebbene si ho avuto il coraggio di uscire con lui ed è stato bellissimo! mi ha dato un sacco di attenzioni che non ricevevo da tempo ormai! 
per favore non giudicatemi all’apparenza…ci sono tante cose che non vanno tra me e il mio boy..ne abbiamo già parlato ma lui fa finta di non capire…così per una sera volevo riuscire a non pensare a niente e solo divertirmi…e ci sono riuscita….è stato bellissimo davvero…unico…indimenticabile…!
che dite…ho sbagliato??? non ditemi cattiverie…io ora sto bene e mi sento appagata..!

La domanda ho sbagliato e l’affermazione non ditemi cattiverie sono l’emblema della contraddittorietà insita nei vissuti del tradimento. Questa ragazza si sente bene e appagata eppure ha paura di essere giudicata. Quello che dovremo chiederci è da chi si sente giudicata? Nel momento in cui da sola si pone la domanda se ha sbagliato o meno ed ha paura di essere giudicata, non teme solo il giudizio degli altri ma, in qualche modo, si è già autoaccusata. Il confronto è con i sedimenti presenti nel nostro inconscio, è il misurarsi con la nostra storia generazionale. Nel tradimento questa ragazza ha paura di essere paragonata a una nuova Messalina.

Messaggio pubblicitario Infine anche nella cultura romana vi sono i legami simbolici dei femminicidi. Spesso in questi delitti la gelosia diventa un pretesto per poter affermare, come l’imperatore Claudio, la propria autorità. Le modalità con cui vengono commessi e i moventi sembrano contenere un messaggio chiaro: tu sei mia e non puoi andare con nessun altro.

E’ con l’avvento del cristianesimo che il ruolo della donna viene rivalutato. Gesù proclama il perdono: di fronte alla lapidazione per adulterio, come era usanza nella cultura ebraica, ferma le pietre dei suoi aguzzini dicendo Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non basta, comunque, solo questo gesto per comprendere quanto Gesù abbia inciso nel cambiare il ruolo che la cultura ebraica assegnava alle donne e ai legami di stirpe. Così come ci dice la Magli:

il bambino è di fatto percepito, più o meno chiaramente, in tutte le società, come un essere misterioso, che viene dal mondo di-là, prima della vita, che è lo stesso mondo di-là del dopo la morte e garantisce con la sua presenza, che c’è comunicazione ed osmosi fra i due mondi.

Nella cultura ebraica questo principio viene esaltato dal figlio maschio primogenito che diventa testimonianza di un rapporto fecondo, nuziale, fra l’uomo-maschio e Dio. Inoltre, la legge del levirato prevedeva che una donna che rimaneva vedova senza figli doveva sposare il fratello del marito ed il primo figlio nato da questo nuovo matrimonio era legalmente figlio del marito morto.

Gesù, come sostiene ancora la Magli, sconvolge questa regola nel momento in cui si commuove davanti alla vedova di Nain la quale aveva un solo figlio e per la quale lui compie il più grande dei miracoli, la risurrezione. Senza questo miracolo la vedova, senza più figli maschi, sarebbe stata costretta a sposare il fratello del marito morto. Il perdono alla prostituta Maria Maddalena che si prostra ai suoi piedi lavandogli i piedi con le sue lacrime e asciugandoglieli con i suoi capelli, così come l’episodio con la samaritana costituiscono ulteriori elementi della valorizzazione delle donne compiuta da Gesù. Emblematico è anche il miracolo della figlia di Giairo, il capo della Sinagoga: Gesù si commuove di fronte ad una persona, ad un maschio, che si dispera per la morte di una figlia femmina (Magli).

L’avvento del cristianesimo, inoltre, porta un cambio di rito di iniziazione: nella società ebraica era la circoncisione che per evidenti ragioni era solo maschile, nel cristianesimo diventa il battesimo che è sia maschile che femminile.

La gelosia anche nella società ebraica era tipicamente femminile anche se essa non ha una propria definizione rispetto all’invidia. Gelosia ed invidia, infatti, erano indicati con lo stesso termine ‘quin’ah’.

In effetti, il termine gelosia nella società ebraica non aveva un senso poiché, essendo la cultura e le tradizioni totalmente incentrate sulla religione, il rapporto era tra Dio e il maschio.

I maschi attraverso la circoncisione, e cioè attraverso il sacrificio di una parte del proprio pene, che è poi una parte che solitamente viene vista come femminile (il prepuzio) assumono l’immagine simbolica femminile, diventano simbolicamente donne, sposano Dio che è pensato e raffigurato come maschio (Magli).

La donna era tentatrice ed impura, essa era semplicemente la genitrice, la porta attraverso la quale continuare la stirpe. La gelosia-invidia era tra maschi: nell’Antico Testamento Caino uccide Abele per invidia poiché i sacrifici di quest’ultimo erano graditi a Dio. In effetti la gelosia contraddistingue i rapporti affettivi (padre, madre, fratelli, sorelle, moglie, figli, etc.) diventa invidia nel rapporto tra membri dello stesso sesso.

La valorizzazione della donna nel cristianesimo trova la sua massima espressione in Maria, mamma di Gesù. La donna ebraica era impura, Maria è la donna pura per eccellenza e in quanto mamma del Signore è oggetto di venerazione. Maria, comunque, come ci mette in guardia Ida Magli, è si un simbolo di rottura con la cultura ebraica ma rimane sempre un simbolo della donna nella storia. Il valore della verginità, che tanta parte ha avuto nelle relazioni familiari e coniugali, viene esaltata proprio nel nome di Maria. Al contrario, però di ciò che sostiene sempre la Magli, Maria in quanto mamma di Gesù è sposa di Dio. Questa non è una rottura da niente poiché fino ad allora erano gli uomini che sposavano Dio offrendo in dono una donna vergine. Anche oggi le suore si definiscono, come Maria, spose del Signore.

Altri due aspetti presenti in Maria rompono la tradizione ebraica sulla visione della donna. Maria nasce senza peccato originale, non ha bisogno di essere battezzata. Nell’antico testamento è stata Eva a farsi tentare dal serpente e a tentare Adamo causando la cacciata dal paradiso terreste. Il serpente, inoltre, striscia ai piedi di Maria che gli schiaccia la testa. Sul piano generazionale Maria rappresenta la redenzione di Eva. La donna è portatrice di valori morali ed ha un contatto diretto con il sacro non più mediato dal maschio.

 

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Bibliografia

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  • Casonato, M. (2011). L’alienazione genitoriale nella storia. Available here.
  • Casonato, M. (2011). PAS, una intersezione di diversi fattori. Available here.
  • Magli, I. (1983). Gesù di Nazareth: tabù e trasgressione. Milano: Rizzoli
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