Dall’autoriflessione all’alleanza terapeutica: l’incontro tra cognitivismo e altri mondi – Report dalla seconda e terza giornata del WCBCT 2019

Dall'autoriflessione all'alleanza terapeutica: il cognitivismo, a Berlino, ha incontrato altri mondi. Il report dalla seconda e terza giornata del congresso

ID Articolo: 167531 - Pubblicato il: 24 luglio 2019
Dall’autoriflessione all’alleanza terapeutica: l’incontro tra cognitivismo e altri mondi – Report dalla seconda e terza giornata del WCBCT 2019
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Nella seconda e terza giornata del 9° congresso mondiale delle terapie cognitive e comportamentali (WCBCT, World Congress of Behavioural and Cognitive Therapies) ho assistito ancora a incontri tra il cognitivismo e altri mondi..

 

Nella seconda e terza giornata del 9° WCBCT (World Congress of Behavioural and Cognitive Therapies) ho assistito ancora a incontri tra il cognitivismo e altri mondi, trascurando un po’ invece le presentazioni più ortodosse che ho lasciato ai miei colleghi.

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Autoriflessione negli allievi in training: il contributo di James Bennett-Levy

Uno dei simposi più interessanti era quello dedicato agli strumenti di misurazione dei processi di autoriflessione degli allievi in training. Autoriflessione vuol dire occasioni in cui gli studenti mettono in pratica su se stessi i concetti e gli strumenti clinici che hanno appreso. Non si tratta di una pratica di autoconoscenza però. Il modello non propone una versione naif del conosci te stesso come viatico per poter capire e curare gli altri. Si tratta semmai di utilizzare se stessi come campo di addestramento, in attesa di potersi applicare alla pratica clinica vera e propria. Questa modalità di auto addestramento è stata concepita da James Bennett-Levy dell’Università di Sydney e si chiama Self- Experiential Cognitive Behaviour Therapy Training
 e la sua applicazione ed efficacia sono misurabili grazie alla Self-Reflective Writing Scale (SRWS) presentata da Suzanne Ho-Wai So dell’University of Hong Kong. I risultati sono promettenti.

Arntz e l’evoluzione processuale della Schema Therapy

Dopo l’autoriflessione mi sono dedicato alla Schema Therapy (ST), con la consueta presentazione molto rigorosa da parte di Arnoud Arntz e del suo gruppo. Oltre a mostrare nuove applicazioni della ST che vanno al di là dei disturbi di personalità, come ad esempio l’ansia sociale, la depressione o il trattamento di gruppo, ciò che colpisce nell’operazione di Arntz è l’evoluzione in termini metacognitivi che ha impresso alla ST. Come dice la parola stessa, inizialmente si trattava di un modello di derivazione beckiana incentrato sui contenuti (schemi), mentre ora, con il crescente prevalere dei modes, si tratta di un modello processuale. In questo modo Arntz è riuscito a far confluire questa la ST nel mainstream processuale. Un’operazione simile a quanto fatto da Hofmann e Hayes ma fortunatamente in termini più scientifici che politici.

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Relazione e alleanza terapeutica

Un ultimo simposio a cui ho assistito è quello organizzato da Nikolaos Kazantzis della Monash University in Australia. Kazantzis è tra i pochi che ha tentato in questo congresso di gettare uno sguardo nella direzione della relazione terapeutica e dell’alleanza invece che imboccare la strada del processualismo. Già ci aveva provato nella prima giornata del congresso nella tavola rotonda con Hofmann, Padesky e Dobson, beccandosi un fuoco di sbarramento fitto e spietato. Ci riprova nella terza giornata, organizzando un simposio con suoi compagni di cordata. Ovvero Elad Zlotnick della Hebrew University in Israele che ha presentato dati sul modello delle rotture e riparazioni applicato alla terapia cognitiva e Christoph Flückiger della Università di Zurigo che ha presentato una meta-analisi sull’alleanza. Ha concluso il simposio lo stesso Kazantzis con una riflessione sulla differenza tra alleanza terapeutica e competenza terapeutica.

A mio parere, l’apertura di Kazantkis ha finito per sfociare in una necessità molto ortodossa di tenersi vicino alle basi paradigmatiche della terapia cognitivo comportamentale in cui l’alleanza è concepita all’interno delle caratteristiche specifiche di questa terapia, mentre gli aspetti aspecifici sono messi in secondo piano. E ancor di più sono messi da parte gli aspetti specifici non cognitivi, come ad esempio il ruolo degli episodi di rottura e riparazione.

Il lavoro di Zlotnick –dedicato appunto alle rotture e riparazioni in terapie cognitive- ha infatti presentato risultati negativi: il potere predittivo sull’esito terapeutico del modello rotture e riparazioni in terapia cognitiva è risultato scarso, almeno nel suo studio. Non si tratta di una bocciatura definitiva beninteso, ma in ogni caso si tratta di una conferma che rotture e riparazioni sono un modello poco compatibile con la formulazione condivisa del caso di tradizione cognitiva, dato che si basa su una concezione del processo terapeutico di tipo agonistico in cui l’incontro con il paziente non avviene attraverso la condivisione delle regole ma in una esperienza correttiva di tipo conflittuale e psicodinamica, appunto una rottura e riparazione.

Nello stesso simposio Christoph Flückiger ha presentato i suoi dati a favore dell’alleanza basati sulla concezione dei fattori comuni di Lambert, quindi con una propensione a una concezione aspecifica che fa a pugni con la visione cognitiva. Per tale motivo mi è sembrata una presentazione in fondo incongrua con la rotta del simposio. Non a caso la conclusione di Kazantzis è finita per essere un ritorno all’ovile, una riproposizione della centralità delle competenze specifiche cognitivo comportamentali come base dell’alleanza terapeutica di stile cognitivo comportamentale.

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