Con quale facilità si riesce a cambiare il giudizio che abbiamo di una persona? I buoni sono sempre buoni e i cattivi sono sempre cattivi?

Le persone tendono a modificare le loro impressioni sugli altri secondo un meccanismo regolato dalle norme Bayesiane per cui la revisione dei giudizi è proporzionale all’incertezza delle proprie credenze: si è più flessibili nel cambiare un'idea iniziale negativa piuttosto che un'idea iniziale positiva.

ID Articolo: 158075 - Pubblicato il: 03 ottobre 2018
Con quale facilità si riesce a cambiare il giudizio che abbiamo di una persona? I buoni sono sempre buoni e i cattivi sono sempre cattivi?
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Un nuovo studio, pubblicato recentemente su Nature Human Behaviour, condotto da Siegel, Mathys, Rutledge & Crockett, dal dipartimento di Psicologia Sperimentale di Oxford, dalla Scuola Internazionale di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, il dipartimento di Psichiatria computazionale del Max Planck e il dipartimento di psicologia dell’università Yale, indaga i meccanismi che sottostanno la formulazione di giudizi sul comportamento morale o immorale di altri, aprendo un varco sulla nostra capacità di rettificarli.

 

Messaggio pubblicitario Impieghiamo pochissimo tempo, nella misura di millisecondi, a formulare un’impressione o a fare inferenze sul carattere o sulla moralità di una persona nuova, che non conosciamo. Siamo addirittura capaci di saltare alle conclusioni su una persona sconosciuta a partire da pochissime informazioni, specie se quest’ultime possiedono contenuto negativo: una volta che abbiamo stabilito che una persona è “cattiva”, questa, per noi, lo rimarrà per sempre.

La capacità di formulare giudizi sulla base di impressioni soprattutto negative a carattere putativo è estremamente adattiva, in quanto consentirebbe all’individuo di porre rapidamente l’attenzione su soggetti pericolosi o potenzialmente tali nell’ambiente esterno, evitando così conseguenze negative per se stesso (Johnson, Blumstein, Fowler & Haselton, 2013).

Tuttavia un’attribuzione sbagliata di caratteristiche negative ad una persona in realtà “buona” danneggia gravemente le relazioni sociali o fornisce una motivazione per disimpegnarsi prematuramente o disincentivare nuove interazioni, che potrebbero invece rivelarsi positive o cooperative.

Perciò l’abilità di inferire correttamente il carattere, soprattutto di tipo morale, di una persona, diventa critica sia per un sano funzionamento sociale ma soprattutto per il mantenimento delle relazioni interpersonali nel corso del tempo (Todorov, 2018).

Quali sono pertanto i meccanismi che consentono di rivedere e ri-aggiornare le prime imprecise impressioni circa una persona e quali sono le dinamiche che differenziano la formulazione di un giudizio positivo da uno negativo? Come siamo in grado di ricrederci?

Lo studio sperimentale

Per rispondere a questa domanda, Siegel, Mathys, Rutledge & Crockett (2018) hanno investigato i meccanismi dell’inferenza morale proponendo che la formulazione di impressioni e credenze circa il carattere morale di altri, in particolare basate su impressioni negative, siano più “incerte” e volatili rispetto a quelle positive.

Secondo gli autori, le persone modificherebbero le loro impressioni seguendo un meccanismo regolato dalle norme Bayesiane per le quali la revisione dei giudizi è proporzionale all’incertezza delle credenze: sostanzialmente, a parere dei ricercatori, ci concediamo di essere più flessibili nel riconsiderare la “cattiveria” di altri alla luce di nuove informazioni sul loro comportamento modificato.

Se infatti le credenze su una persona sono negative, queste potrebbero essere rapidamente modificate, se l’impressione iniziale si è rivelata sbagliata.

Nello studio preso in considerazione, 38 partecipanti erano istruiti a predire ripetutamente le scelte di due “agenti” scegliendo tra azioni morali e non morali circa la possibilità di guadagnare denaro e infliggere uno shock elettrico ad altre persone per ricavare un profitto, riportando le proprie credenze “buone” o “cattive” sull’“agente” e la loro certezza e accuratezza.

Come ci si aspettava, le impressioni degli agenti “buoni” e “cattivi” rapidamente si sono stabilizzate lungo la direzione attesa, tuttavia le impressioni sugli agenti “cattivi” hanno avuto un grado di incertezza maggiore rispetto a quelle sugli agenti “buoni”.

Le persone più facilmente formulavano rapidamente impressioni negative sull’agente definito “cattivo” a partire dal suo comportamento non morale; allo stesso tempo, sorprendentemente, queste impressioni negative si sono rivelate più volatili, incerte e più flessibili al cambiamento.

Conclusioni e limiti dello studio

Messaggio pubblicitario Questi risultati, a parere degli autori, sono piuttosto ottimistici in quanto dimostrano che, in un contesto di formulazioni di giudizi morali, le persone sono più inclini e volenterose a perdonare le infrazioni morali di una persona e a rivederne l’impressione generale.

È bene sottolineare che questo studio ha delle limitazioni; prima fra tutte il fatto che le infrazioni morali prese in considerazioni non sono rilevanti per il Sé, cioè non hanno coinvolto i partecipanti in prima persona. Quali potrebbero essere i risultati se l’agente “cattivo” infliggesse dolore a noi o a persone a noi care, massimizzando così i propri guadagni? Saremmo in grado di perdonarlo allo stesso modo?

In secondo luogo, i ricercatori hanno inoltre tralasciato tutta la questione valoriale sulla quale si basa in parte la formulazione dei nostri giudizi sulla moralità o immoralità di altri. I nostri giudizi dipendono dai nostri valori o dalle nostre credenze?

Nonostante ciò, va dato merito ai ricercatori per essere riusciti ad utilizzare un modello computazionale in grado di catturare e comprendere le dinamiche circa il modo attraverso il quale modifichiamo le credenze sulla moralità di altri “agenti”.

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