Come lo stress può portare a disturbi cardiovascolari: il ruolo dell’amigdala

L’amigdala potrebbe svolgere il ruolo di struttura chiave all’interno del meccanismo che connette lo stress all’occorrenza di disturbi cardiovascolari

ID Articolo: 142714 - Pubblicato il: 26 gennaio 2017
Come lo stress può portare a disturbi cardiovascolari: il ruolo dell’amigdala
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Il fatto che l’esposizione a elevati livelli di stress per prolungati periodi di tempo possa portare a disturbi cardiovascolari è da tempo risaputo, ma, nonostante questo, ancora poco si sa circa il meccanismo sottostante questa relazione.

 

Stress e disturbi cardiovascolari: il ruolo dell’amigdala

L’iperattivazione dell’amigdala risulta essere associata ad un maggiore rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

La presenza di un’iperattivazione a livello dell’amigdala risulta essere associata ad un maggiore rischio di andare incontro a malattie cardiache e ictus, secondo quanto rilevato da uno studio pubblicato recentemente su The Lancet che permetterebbe di fare maggiore chiarezza su quale sia il meccanismo per cui l’esposizione a elevati livelli di stress per prolungati periodi di tempo possa portare a disturbi cardiovascolari.

Messaggio pubblicitario L’amigdala, piccola struttura cerebrale a forma di mandorla facente parte del sistema limbico, è ritenuta essere uno dei centri di integrazione di processi neurologici superiori come le emozioni, ed in particolar modo la paura, assegnando una valenza emotiva agli stimoli in entrata e permettendo così all’attenzione di rivolgersi agli stimoli più salienti.

Questo insieme di nuclei, infatti, riceve input da tutti i sistemi sensoriali ed invia output per le risposte emotive di tipo comportamentale, autonomico ed endocrino. Lesioni in quest’area portano, tra le altre cose, ad incapacità nel riconoscimento del significato emotivo di eventi o cose, in particolar modo di stimoli che normalmente evocherebbero risposte di paura ed evitamento (la cosiddetta psychic blindness, “cecità psichica”).

Le connessioni di quest’area riflettono quindi il suo ruolo per quanto riguarda l’apprendimento, la memoria e l’attenzione in risposta a stimoli emotivamente pregnanti, permettendo di determinare che cosa sia uno stimolo e cosa ci si debba fare (Pessoa & Adolphs, 2010). Inoltre, l’amigdala contiene anche recettori per numerosi neurotrasmettitori e ormoni, tra i quali i glucocorticoidi, famiglia di ormoni che include anche il cortisolo, associato alla presenza di stress.

 

La relazione tra stress e disturbi cardiovascolari

Il fatto che l’esposizione a elevati livelli di stress per prolungati periodi di tempo possa portare a disturbi cardiovascolari è da tempo risaputo, ma, nonostante questo, ancora poco si sa circa il meccanismo sottostante questa relazione.

Lo stress psicologico porta con sé un gran numero di patologie. Infatti, l’esposizione ad eccessivi livelli di stress contribuisce allo sviluppo di disturbi quali, ad esempio, ipertensione, ulcere, asma e sindrome dell’intestino irritabile. Ben noto è anche l’impatto che lo stress ha sulla salute cardiaca. Per quanto alcuni disturbi cardiovascolari siano una conseguenza secondaria alla messa in atto di strategie maladattive per far fronte allo stress, come ad esempio fumo e alcool, sembrerebbe esistere anche una connessione diretta tra elevati livelli di stress e patologie cardiache.

Per quanto questo link diretto sia ormai ben noto all’interno della comunità scientifica, e anche all’interno del sapere comune, ancora poco si sa circa i processi fisiologici sottostanti. Cosa permette ad un’emozione come lo stress, risultato di elaborazioni a livello cerebrale, di influenzare il benessere fisico a livello cardiaco?

Studi sugli animali avevano già permesso di notare come lo stress aumentasse la produzione di globuli bianchi all’interno del midollo osseo che, a sua volta, andava ad aumentare i livelli di infiammazione. Come questo, però, conduca a disturbi cardiovascolari resta ancora da essere pienamente compreso.

 

Gli studi del Massachusetts General Hospital di Boston

Tawakol, del Massachusetts General Hospital di Boston, e collaboratori, dell’Icahn School of Medicine presso il Mount Sinai di New York, hanno recentemente condotto due studi proprio con lo scopo di indagare maggiormente la natura di questo legame.

All’interno del primo studio gli autori hanno coinvolto un campione di 293 soggetti di circa 30 anni o più, sottoponendoli a scansioni PET (Tomografia ad Emissione di Positroni) e CT (Tomografia Computerizzata). Questi strumenti, utilizzando un radiofarmaco detto fluorodesossiglucosio (FDG) come tracciante, hanno permesso di misurare simultaneamente l’attività cerebrale a riposo e i livelli di infiammazione arteriosa.

Tutti i partecipanti allo studio erano sani al momento della scansione, o comunque senza disturbi cardiovascolari o cancro, e, nei successivi cinque anni, sono stati sottoposti ad almeno tre ulteriori visite mediche. Durante questo periodo di follow-up 22 partecipanti hanno sviluppato un qualche tipo di disturbo a livello cardiovascolare, come ictus, angina o infarto.

Dalle analisi gli autori hanno così potuto notare l’esistenza di un’associazione tra la probabilità di sviluppare un evento cardiaco e l’attività dell’amigdala, regione cerebrale che, come già accennato poc’anzi, risulta essere coinvolta nell’elaborazione emotiva degli stimoli in entrata, andando ad influire così sui livelli di stress percepito.

Sembra quindi che la presenza di un’iperattivazione a livello dell’amigdala, così come emerso dalle scansioni fatte all’inizio dello studio, sia associata ad un più elevato rischio di sviluppare una qualche cardiopatia negli anni successivi. Questa associazione sembrerebbe mantenersi valida anche al netto di possibili altri fattori di rischio cardiovascolari, come ad esempio l’arteriosclerosi.

Messaggio pubblicitario Inoltre, la relazione tra attività a livello dell’amigdala e disturbi cardiovascolari sembra essere così forte da permettere di operare previsioni circa la tempistica dello sviluppo dell’evento cardiaco. È stato, infatti, rilevato come maggiori livelli di attivazione dell’amigdala alla scansione iniziale sembrino essere associati ad una più precoce occorrenza di eventi cardiaci.

Una maggiore attivazione dell’amigdala sembrerebbe essere associata, anche nell’essere umano, con un aumento nei livelli di metabolismo di aree responsabili della generazione di nuove cellule ematiche (ad es. midollo e milza) e anche nei livelli di infiammazione arteriosa.

Grazie al secondo studio poi, svolto con un campione di 13 soggetti con alle spalle una storia di Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD), è stato possibile supportare ulteriormente quanto emerso dal primo. I livelli di stress percepito dai partecipanti, misurati con la Perceived Stress Scale (PSS-10), sono risultati infatti, ancora una volta, essere significativamente associati ai livelli di attivazione dell’amigdala e ai livelli di infiammazione a livello delle arterie.

Nel complesso, quanto emerso permetterebbe di dimostrare a livello empirico l’esistenza di un’effettiva connessione tra disturbi cardiovascolari e stress. Sembrerebbe, infatti esistere un legame molto forte tra l’attività a riposo a livello dell’amigdala e la successiva occorrenza di eventi cardiaci, indipendentemente dai già noti fattori di rischio cardiovascolare. Inoltre, l’attività dell’amigdala risulta essere correlata anche a maggiori livelli di stress percepito, nonché a maggiori livelli di ematopoiesi e infiammazione vascolare.

L’amigdala quindi, così come suggerito dagli autori, potrebbe svolgere il ruolo di struttura chiave all’interno del meccanismo che connette lo stress all’occorrenza di disturbi cardiovascolari, coinvolgendo anche meccanismi quali un’aumentata produzione di cellule ematiche e un’aumentata infiammazione a livello delle arterie.

Ulteriori indagini in merito permetteranno di sviluppare la comprensione inerente la natura di questa associazione, anche per poter mettere a punto interventi più efficaci mirati alla prevenzione e al controllo delle cardiopatie, ponendo particolare attenzione al fattore stress, da trattare come fattore di rischio al pari di altri, quali, ad esempio, l’arteriosclerosi. A tal proposito, in letteratura esistono già evidenze circa l’utilità di affiancare interventi volti alla riduzione dei livelli di stress alla classica riabilitazione cardiaca, in quanto più efficace sulla salute di pazienti con cardiopatie rispetto alla sola riabilitazione cardiaca (Blumenthal et al., 2016).

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 4, media: 5,00 su 5)

Consigliato dalla redazione

Tecniche di rilassamento nei pazienti cardiopatici

Tecniche di rilassamento nei pazienti cardiopatici

Nel trattamento della cardiopatia vengono oggi proposti interventi psicologici, tra cui le tecniche di rilassamento, per ridurre gli effetti dello stress

Bibliografia

State of Mind © 2011-2019 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Scritto da

Riviste scientifiche

Categorie

Messaggio pubblicitario