L’impatto della disoccupazione sui vissuti personali – Da una ricerca online di Standupificio

La ricerca di Standupificio ha l’intento di esplorare le emozioni, i pensieri e i comportamenti in condizioni di disoccupazione e presenza di lavoro

ID Articolo: 142633 - Pubblicato il: 24 gennaio 2017
L’impatto della disoccupazione sui vissuti personali – Da una ricerca online di Standupificio
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Oltre all’impatto sociale della disoccupazione, la letteratura scientifica evidenzia una relazione significativa tra la mancanza di lavoro e il ritiro sociale, il peggioramento dei livelli di irritabilità, ansia e depressione, l’insorgenza di disturbi psicosomatici e, nei casi più delicati, del Disturbo da Stress Post Traumatico .

 

Premessa: disoccupazione e disturbi psichici

Il crollo del mercato del lavoro e la mancanza della crescita economica nel nostro Paese sono temi purtroppo sempre attuali. Oltre all’impatto sociale della disoccupazione, la letteratura scientifica evidenzia una relazione significativa tra la mancanza di lavoro e il ritiro sociale, il peggioramento dei livelli di irritabilità, ansia e depressione, l’insorgenza di disturbi psicosomatici (Creed et al, 1999) e, nei casi più delicati, del Disturbo da Stress Post Traumatico (NIMH, 2009).

La disoccupazione può essere dunque considerata come una problematica che assurge a vera e propria emergenza sanitaria. Non si dimentichi che in Italia, nel 2014, i suicidi per motivi economici sono risultati incrementati del 59,2% e i tentativi di suicidio più che raddoppiati rispetto all’anno precedente (La Stampa, 2014).

È fuori di dubbio, quindi, quanto chi non riesce a trovare un’occupazione o perde il proprio posto di lavoro possa trovarsi ad affrontare conseguenze emotivamente e clinicamente significative.

All’interno di questo scenario si colloca la ricerca oggetto di questo lavoro, ideata dal team di psicoterapeuti che operano all’interno di Standupificio, iniziativa promossa dall’Associazione “Dentro un quadro” rivolta ai cittadini in disagio per problematiche inerenti il lavoro.

 

Ipotesi e obiettivo

La ricerca si propone di valutare gli effetti della perdita del lavoro o, in generale, dell’inattività lavorativa, sul benessere psicologico delle persone.

All’interno degli appuntamenti di Standupificio a Milano, i dati finora raccolti sulle persone che hanno preso parte ai percorsi psicoeducativi sembrerebbero confermare la presenza di umore depresso e di difficoltà nella regolazione delle emozioni.

Messaggio pubblicitario Con questo lavoro l’intento è stato quello di esplorare all’interno di un campione più numeroso le emozioni, i pensieri e i comportamenti messi in atto a fronte di una condizione di presenza o di assenza di attività professionale.

Inoltre, ci si è posti l’obiettivo di verificare le eventuali differenze a livello emotivo, cognitivo e comportamentale tra i soggetti disoccupati e i soggetti occupati che però manifestano un’insoddisfazione circa le proprie condizioni economiche, dunque l’entità degli introiti e la qualità della propria vita.

L’ipotesi è che, se da un lato la disoccupazione risulta avere conseguenze sul piano non solo economico, ma anche e soprattutto psicologico e identitario (Sarchielli et al, 1991), la presenza di attività quotidiana con una condizione economica, però, non apprezzata, possa anch’essa indurre una condizione di disagio ed esercitare effetti psicologici e identitari rilevanti.

 

Metodologia e campionamento

È stato strutturato un questionario quantitativo contenente 10 domande. Il questionario è stato caricato online all’interno della piattaforma Survey Monkey e diffuso nei canali social e nella mailing list dell’associazione Dentro un quadro dal 25 maggio 2016 al 15 luglio 2016.

Il titolo dato alla ricerca è stato “Cosa significa avere, rischiare di perdere o perdere il lavoro”, decidendo in questo modo di invitare alla compilazione del questionario indistintamente occupati e disoccupati di tutta Italia, con una strategia di campionamento casuale.

La scelta del canale online e la totale assenza di controllo sul campionamento inevitabilmente hanno fatto sì che i dati raccolti debbano essere “presi con le pinze” e sicuramente non possano essere generalizzati, consentendo all’indagine una funzione esclusivamente pilota ed esplorativa, finalizzata a stimolare domande e non a fornire risposte definitive.

 

Principali risultati

Il campione

Al questionario hanno risposto 429 soggetti, di cui 337 donne (78,55%) e 92 uomini (21,45%), la maggioranza d’età compresa tra i 30 e 40 anni (41,59%). Il 26,64% ha un’età compresa tra 41 e 50 anni, mentre i giovani risultano essere il 13,32%. In riferimento all’area geografica di appartenenza, il campione risulta per la maggior parte residente nel Nord Italia (60,7%), quasi il 30% (29,65) al Sud e nelle isole maggiori e il restante 9,65% nelle aree del Centro.

Il 55,82% del campione è coniugato e/o convivente, l’8,32% è separato e il 35,86% é single. Il 44,42% del campione ha figli.

Il grado di scolarità è molto alto: il 65% del campione dichiara di essere laureato e il 30 % di aver conseguito una specializzazione.

In merito alla situazione lavorativa, “solo” il 20,25% dichiara di versare in una condizione di disoccupazione, ma la percentuale degli occupati con entrate economiche insoddisfacenti è di ben 36,2%.

Nel complesso, indipendentemente dalla presenza di un lavoro, dunque considerando sia gli occupati sia i disoccupati, è stato rilevato un grado di insoddisfazione economica nel 56,8% del campione. Di questi, la maggioranza è rappresentata dai libero professionisti (18,77%), seguiti dai disoccupati (16,79%), da coloro che possiedono un contratto a tempo indeterminato (13,83%), un contratto di solidarietà, o che risultano essere cassaintegrati o pensionati (1%).

Il 17,94% del campione, infine, dichiara di beneficiare di supporto economico e fra questi il 25% si percepisce a rischio di disoccupazione.

 

Le emozioni

A livello emotivo, le differenze fra disoccupati e occupati emergono in modo nitido.

I soggetti in condizione di disoccupazione dichiarano di aver esperito nelle ultime due settimane prevalentemente tristezza (49,33%), rabbia (45,33%) e paura (36%). Senso di colpa (28%), noia (24%) e vergogna (22,67%) si presentano con un’occorrenza inferiore. Solo il 28% del sottocampione dichiara di aver provato anche gioia.

Gli occupati dichiarano invece di sentirsi nel complesso più gioiosi (52,38%) e meno tristi (33,33%) e arrabbiati (36,73%). Curiosità (31,97%) e orgoglio (20,41%) inoltre arricchiscono la rosa delle emozioni sperimentate nelle ultime due settimane.

Gli occupati economicamente insoddisfatti del proprio reddito, d’altro canto, risultano mediamente più felici dei disoccupati e sembrano – in proporzione – provare meno vergogna e senso di colpa (11,11%).

 

I pensieri

Il pensiero che taglia trasversalmente la quasi totalità del campione (39,47% dei disoccupati e 52,05% degli occupati, per un totale di 91,52%) è “posso contare sulle mie capacità”, seguito da “la situazione migliorerà” (disoccupati: 39,47%; occupati: 45,21%, per un totale di 84,68%) e, con un’occorrenza inferiore ma comunque significativa, da “al mondo ci possono essere opportunità per me” (disoccupati: 22,37%; occupati: 28,77% per un totale di 51,14%).

Nel sottocampione dei disoccupati, però, ben il 25% pensa che non cambierà mai nulla, il 19,74% pensa di essere un perdente e al contempo di essere un fallito, e l’11,24% riferisce pensieri afferenti alla sfera della non amabilità (“nessuno mi ama” per il 6,58% e “non sono una persona degna di essere amata” per il 5,26%).

Infine, per il 13,16% dei disoccupatigli altri possono rappresentare una minaccia”, anche se la stessa identica numerosità nel sottocampione riferisce l’esatto opposto, ovvero di pensare di poter contare sugli altri.

Nel sottocampione degli occupati i pensieri di affidabilità degli altri sono presenti in percentuale più elevata (34,25%) e i pensieri depressivi di non amabilità (“nessuno mi ama”: 4,79%; “non sono una persona degna di essere amata”: 4,11%) e negativi verso se stessi sono presenti in percentuali basse e non significative ( “sono un fallito”: 4,11%; “sono un perdente”: 3,42%).

Le persone soddisfatte della propria condizione economica ritengono inoltre di poter fare affidamento sugli altri più di quanto non facciano quelli che non sono soddisfatti delle proprie entrate economiche.

Dentro questo quadro, il “pensare positivo” sembrerebbe comunque nel complesso discriminare poco i sottocampioni. Il campione nella sua totalità sembra infatti essere propenso ad esprimere ottimismo per il futuro e per le proprie capacità anche quando si dichiara insoddisfatto della propria condizione economica, con differenze poco significative tra chi ha un lavoro (45,57%) o chi versa in uno stato di disoccupazione (39,47%). Al contempo, però, è doveroso rilevare che le percentuali dei pensieri che vanno ad intaccare il senso di identità in termini di valore personale e di competenza – “sono perdente” (19,74%) o “sono un fallito” (19,74%) e di amabilità personale (“nessuno mi ama” (6,58%) o “non sono una persona degna di essere amata” (5,26%) – aumentano a partire da uno stato di disoccupazione superiore ai 6 mesi.

 

I comportamenti

Nel sottocampione dei disoccupati la tendenza all’isolamento e al confinarsi all’interno della propria famiglia (“sono stato soprattutto a casa” 44%; “mi sono dedicato alla mia famiglia” 44%) sembra essere prevalente rispetto a comportamenti di apertura sociale (“ho continuato a coltivare i miei interessi” 41,33%; “ho visto i miei amici” 37,33%; “ho praticato sport” 22,67%; “ho frequentato circoli ricreativi/sportivi con cui condivido un interesse” 13,33%). Attività di impegno sociale, come ad esempio fare attività di volontariato (14,67%) o dedicarsi alla politica (2,67%) risultano infatti meno significative.

Messaggio pubblicitario Nel dettaglio, se a coloro che hanno indicato come prevalente il comportamento di “stare soprattutto a casa” (44%) si aggiungono coloro che hanno risposto con “sono rimasto prevalentemente da solo” (18,67%), la percentuale diventa ben significativa (62,67%).

Nel sottocampione degli occupati, invece, la tendenza prevalente sembrerebbe quella di mettere in atto comportamenti rivolti al proprio ambito familiare (58,16%) o alla cura degli spazi individuali (“vedere i propri amici” per il 51,77%; “coltivare i propri interessi” per il 43,26%; “praticare sport” per il 26,95%) rispetto ad attività di impegno sociale, come ad esempio fare attività di volontariato (9,22%) o dedicarsi alla politica (3,55%), che vengono rilevati con un’occorrenza significativamente più bassa rispetto al sottocampione dei disoccupati. Anche i comportamenti di isolamento sono indicati in percentuali più basse rispetto ai disoccupati (“sono stato soprattutto a casa” 22,70%; “sono rimasto prevalentemente da solo” 7,80%).

Indagando poi i comportamenti messi in atto dagli occupati che dichiarano un’insoddisfazione rispetto alla propria condizione economica, questi riferiscono in misura maggiore – rispetto al restante sottocampione degli occupati – di trascorrere più tempo a casa (33,77%).

La tendenza all’isolamento, intesa come l’accorpamento di comportamenti quali “sono stato soprattutto a casa” e “sono rimasto prevalentemente da solo”, infine, sembrerebbe aumentare con il protrarsi del tempo di inattività: sembrerebbe infatti più significativa per disoccupati da più di quattro anni (77,27%), da 2 a 4 anni (73,68%) e da 1 a 2 anni (70%), rispetto a disoccupati da 6 a 12 mesi (27,27%).

 

Riflessioni conclusive

I dati raccolti sembrano confermare il disagio vissuto dai soggetti che non hanno attualmente un lavoro: le emozioni maggiormente riferite sono tristezza, rabbia e paura.

Sembrerebbe evidenziarsi anche una rappresentazione di sé negativa in termini di valore personale e di amabilità, che sarebbe interessante approfondire soprattutto pensando all’occorrenza significativa di comportamenti ascrivibili alla sfera del ritiro sociale.

Le persone occupate ma insoddisfatte della propria condizione economica sembrerebbero collocarsi “in mezzo” fra disoccupati e occupati soddisfatti: emozioni e pensieri più “felici” di quelli dei disoccupati, comportamenti maggiormente tendenti all’isolamento rispetto a quelli degli occupati soddisfatti.

Come già sottolineato, il campionamento casuale e la modalità di somministrazione online non consentono alcuna generalizzazione dei risultati né pretesa di conferma di evidenze. Concedono però alcune riflessioni, utili per sollecitare ulteriori indagini.

Di un evento come la perdita o l’assenza di lavoro, è infatti probabile conseguenza che persone con moderata capacità di gestione emotiva tendano ad attribuire l’origine delle proprie convinzioni alla grave situazione che le coinvolge; questa convinzione può ostacolare il contatto con la cognizione e diminuire il senso di agency della persona disoccupata limitandone il ricorso a un ragionamento pragmatico (Dimaggio et al. 2013). Potrebbe essere interessante esplorare l’ipotesi che una condivisione con il disoccupato dei principi cognitivo comportamentali di causalità tra cognizione ed emozione possa essere un fattore protettivo per la gestione degli eventi altamente stressanti in ambito professionale.

Nelle persone disoccupate che hanno risposto all’indagine emerge inoltre una distinzione rispetto agli occupati non solo per quanto riguarda la tipologia di comportamenti, ma anche la loro varietà: le persone disoccupate sembrerebbero avere comportamenti più vari e diversificati tra loro di quanti non ne abbiano i lavoratori. Attività di impegno sociale quali il dedicarsi al volontariato o alla politica, ad esempio. Seppur infatti questa informazione possa risultare semplicistica pensando a come gli occupati trascorrano il proprio tempo principalmente a lavoro, nulla vieta che spendano il tempo libero in modi diversificati quanto i disoccupati, fatto che però sembra non verificarsi.

Come diceva Tolstoj riferendosi alle famiglie, mutatis mutandis potremmo dire: “tutte le persone occupate si somigliano, ogni disoccupato è invece disoccupato a modo suo”.

Sarebbe interessante capire in che modo questa “varietà” rappresenti una risorsa protettiva e/o trasformativa, se più per la relazionalità o più per il “fare” che consente o per entrambi.

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