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Esperienze dallo Standupificio: disoccupazione e vergogna

Standupificio è un progetto di intervento psicoeducativo rivolto a persone disoccupate che spesso sperimentano l' emozione della vergogna. 

Di Serena Basile, Valerio Celletti, Isabella Magnifico, Laura Ravanelli

Pubblicato il 07 Ott. 2016

Aggiornato il 16 Lug. 2019 12:22

Standupificio è un progetto di intervento psicoeducativo rivolto a persone che hanno perso il lavoro o che, pur avendone uno, versano in una condizione di disagio lavorativo. Ha lo scopo di trasferire strumenti semplici di autoaiuto che possano permettere alle persone – come suggerisce il nome la cui radice rimanda all’inglese “to stand up”- di rialzarsi e di ricominciare da sé, soprattutto nella possibilità che il reinserimento nel mondo del lavoro possa tardare a venire.

 

Ideato dall’Associazione Dentro un quadro, Standupificio è stato lanciato in via sperimentale il 30 novembre 2015 con il supporto logistico e il patrocinio del Comune di Milano. Oggi è diventato un appuntamento mensile in seno al progetto Artepassante, un progetto finanziato da Fondazione Cariplo, grazie all’Associazione capofila Le Belle Arti che ha manifestato la sensibilità al tema del disagio legato al lavoro.
Nel corso degli appuntamenti di Standupificio, vengono anche raccolti dati ai fini di ricerca.

10 giugno 2016, un venerdì.

Dal mattino presto, ci troviamo al Passante ferroviario della Stazione Vittoria a Milano. Allestiamo lo spazio che ci è stato concesso dall’associazione Le Belle Arti, capofila del progetto Artepassante, per Standupificio.
Con Standupificio, che l’Associazione Dentro un quadro ha promosso per trasferire strumenti semplici di autoaiuto ai cittadini che versano in una condizione di disagio per via del lavoro, offriamo un percorso psicoeducativo individuale gratuito a tutti coloro che ne fanno richiesta per email. Abbiamo la nostra agenda, sappiamo chi arriverà nel corso della giornata.

Tiriamo dunque fuori sagome di cartone, mollette per i panni, corde. Spostiamo sedie, divani, tavoli. Esponiamo cartelli all’ingresso con la scritta “Standupificio. Dove io ricomincio da me”. E già lì, in quei minuti che precedono l’apertura della giornata, qualcuno di noi la nota: una donna ben vestita, non appariscente ma sicuramente non sciatta, di mezza età, ci osserva dai tornelli della metro a più riprese.
Sarà solo nel pomeriggio che capiremo, quando cioè accompagnata da un’amica troverà il suo modo per entrare nello Standupificio e presentarsi: “Sono disoccupata. Non mi sono prenotata… Posso fare lo stesso il percorso?”

Diamo a questa donna il nome di Sara. Spiegherà al terapeuta con cui fa il percorso che è lì dalla mattina ma che per troppa vergogna non è riuscita, se non grazie all’intervento dell’amica, a farsi avanti.

Castelfranchi definisce la vergogna come un tipo particolare di “dispiacere” legato all’autoconsapevolezza circa la compromissione della propria immagine agli occhi degli altri. La vergogna origina da un senso sgradevole di nudità che può investire qualcosa che si è fatto o quello che si è, ciò che si pensa o ciò che si prova, il proprio corpo, o ancora ciò che si possiede o che non si possiede. Un aspetto centrale, sottolineato da Castelfranchi nell’eziologia di questa emozione, consiste nell’importanza del contesto sociale e dei criteri di valore al suo interno condivisi: il proprio sentirsi adeguati è profondamente influenzato da cosa all’interno del contesto di riferimento viene ritenuto tale e che, una volta disatteso e qualora “visto” dagli altri membri, può causare un vissuto di vergogna.

Chi si vergogna arrossisce, abbassa lo sguardo e la testa, “si ingobbisce”, “si fa più piccolo”: questi rappresentano segnali comunicativi, spesso non intenzionali, attraverso i quali è come se il soggetto si scusasse della propria inadeguatezza, rinnovando in questo modo la condivisione dei valori riconosciuti nel contesto sociale ed esprimendo il desiderio di continuare a farne parte. Fra l’altro, ciò di cui ci si vergogna non necessariamente deve riguardare un’azione o una proprietà reale della persona: è sufficiente che un fatto sia correlato a una valutazione negativa – anche solo immaginata – che si ha paura di dover subìre per le ricadute inevitabili sulla stima di sé. È proprio per evitare di provare vergogna, infatti, che spesso si fa o non si fa qualcosa.

Lo stesso è successo a Sara, che è rimasta l’intera mattina ad osservarci, decidendo di non entrare nello Standupificio se non nel pomeriggio, trascinata da un’amica: “Non ho un lavoro, mi hanno lasciata a casa… – spiegherà – mi sento una sfigata, mi chiedo sempre dove ho sbagliato. E’ da mesi che rispondo a tutti gli annunci che trovo, mando curriculum, ma sono ancora qua! Mi chiedo cosa ho che non va. Chissà gli altri cosa pensano di me…”
Ecco. La vergogna e i suoi effetti.

Standupificio è stato lanciato il 30 novembre 2015 in Casa dei Diritti, messa a disposizione gratuitamente dal Comune di Milano che ha sostenuto l’iniziativa concedendo anche il Patrocinio. Oggi è diventato un appuntamento mensile e Sara è solo una delle persone disoccupate che abbiamo avuto il piacere di incontrare. Ripensando non solo a Sara ma anche alla maggioranza delle persone che finora hanno preso parte ai percorsi, la vergogna risulta essere un’emozione molto diffusa fra chi versa da tempo in una condizione di disoccupazione. Questo non può che far (anche) sorridere (amaramente): se, come dicevamo poco sopra, nell’eziologia della vergogna c’entra e non poco il senso di adeguatezza rispetto al contesto sociale di riferimento, non si può che constatare che l’avere o non avere un lavoro e la sua importanza nei processi di definizione di Sè cominci – in una fase socioeconomica drammatica come quella che da anni stiamo vivendo – a remarci contro in termini di benessere fisico e psichico.

Sara non lavora da quasi tre anni. Durante la seconda parte del percorso psicoeducativo ha attraversato alcuni momenti di commozione quando ha condiviso con il terapeuta alcune delle riflessioni che aveva maturato negli ultimi tempi. Durante il percorso non ha dato parola a nulla che, in fondo, non sapesse già, ma mettere in ordine le sue riflessioni per un momento le ha fatto dire “è per questo che questa mattina non riuscivo ad entrare…”, trovando da sé le ragioni sottese alla sua tentata fuga.

Nel tempo, molto prima di restare disoccupata, Sara aveva iniziato a pensare che il suo valore come persona fosse dovuto al lavoro che svolgeva, e non a caso si è accorta di come anche da questo traesse la motivazione a dedicarsi anima e corpo alla sua professione. Per questo l’ultimo momento del percorso è stato dedicato a scrivere un appunto da portare a casa, una “perla bianca” da rileggere e pensare nei momenti in cui, come in quella giornata, le capiterà di vergognarsi e di non riuscire a fare quanto desidera senza aver ben chiara la ragione dei suoi blocchi: “Anche se nel mio lavoro vorrei essere sempre capace e meritevole, a volte, come tutti, mi capita di sbagliare. E anche se in questo momento non riesco a trovare un lavoro non significa che sono una fallita… voglio iniziare a pensare di avere valore anche se a volte fallisco, voglio provare lo stesso…”

Al termine del nostro breve percorso, Sara era disoccupata come quando era entrata in Standupificio: nè più, nè meno. Con il terapeuta ha però posto i primi passi per guardare in una direzione più utile per affrontare il problema del lavoro che ancora oggi, nonostante anni di ricerche, non c’è.
Speriamo che Sara torni a darci buone notizie nei nostri prossimi incontri. I partecipanti, infatti, possono sempre tornare a trovarci in una delle nostre date e ritagliarsi un momento per aggiornare su come vanno le cose.

Il percorso per ricominciare da se stessi è lungo. Ma anche i percorsi più lunghi, in fondo, iniziano da un primo passo.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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