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Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici (3)

L’analisi della devianza in adolescenza necessita di una visione completa delle caratteristiche psicologiche e sociali specifiche di questa fase di sviluppo

ID Articolo: 115409 - Pubblicato il: 03 dicembre 2015
Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici
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De Leo e Patrizi (1999) a questo proposito, sintetizzano alcune tappe del percorso di devianza minorile, intendendole come passaggi da cui estrarre significati e rappresentazioni simboliche riguardo al sé, alle proprie azioni e agli altri osservatori.

L’inizio appare caratterizzato dall’occasione favorevole ad agire in maniera deviante, dalla dimensione comunicativa dell’atto, da vantaggi espressivi legati al sé e alle relazioni significative; l’azione deviante nasce quindi “per caso”, nel senso che non è espressione di pianificazione o di anticipazione intenzionale, bensì si costruisce nella contingenza del presente. In questa fase il gruppo assolve un’importante funzione: è contesto privilegiato di rispecchiamenti reciproci (De Leo e Patrizi, 1999), è un contenitore psichico collettivo che consente lo sviluppo di un senso di identità soggettiva e la definizione dei ruoli sociali e di genere (Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004), è una nicchia protettiva fitta di identificazioni reciproche e di possibilità di sperimentazione del sé (Saottini, 1999; Ingrascì e Picozzi, 2002). Ed è nel gruppo che l’implicito diventa esplicito, la fantasia diventa azione, quando le aspettative individuali si incontrano con quelle degli altri orientando verso l’azione. Nella fase iniziale, le motivazioni sottostanti l’azione trasgressiva non sono dunque di natura strumentale ma soprattutto espressiva (De Leo e Patrizi, 1999; De Leo e Malagoli Togliatti, 2000).

La prosecuzione comporta invece la scoperta di vantaggi strumentali: il riconoscimento esterno e di gruppo (aspetto di non poca rilevanza in adolescenza, fase in cui il riconsocimento sociale e la popolarità tra i pari assume grande valore di natura affettiva e identitaria; Cattelino e Bonino, 1999; Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003), la percezione delle proprie competenze nel settore, la fruizione di vantaggi personali (De Leo e Patrizi, 1999).

Giunti a questa fase, il percorso può prendere due strade diverse: la stabilizzazione o l’interruzione della carriera deviante. Nel primo caso, il ragazzo riconosce e utilizza la devianza nell’agire trasgressivo e sente di non saper far altro; spesso, in questa fase, il soggetto vive parallelamente insuccessi in altre aree di attività, come la scuola, il lavoro, la famiglia, e sente che l’area della devianza è forse l’unica in cui sente e percepisce se stesso come competente e abile. A differenza di altri contesti quindi, la devianza rimanda al soggetto un feedback positivo sul piano dell’autoefficacia e del riconoscimento di sé come persona capace. Nel secondo caso, il ragazzo interrompe la propria carriera deviante, spesso non senza vissuti di problematicità, rispetto alla paura di giudizio morale da parte della comunità, di difficoltà a reinserirsi nella comunità stessa, di esclusione dal gruppo dei pari.

Secondo De Leo e Patrizi (1999) sembra mancare ancora un anello perché le corrispondenze tra attribuzione di personalità deviante, provenienti dall’esterno, e il riconoscimento soggettivo di identità, assuma valore costruttivo di una carriera deviante. Il passaggio da una devianza reiterata alla carriera sembra ricondurre alle funzioni che lo stesso agire deviante assume a due livelli:
– funzioni di mantenimento dell’organizzazione soggettiva e relazionale, come tentativo di riequilibrare l’organizzazione del proprio sé e dei contesti di appartenenza;
– funzioni intrinseche all’azione deviante, con i suoi vantaggi, con le relazioni che attiva, al cui interno il soggetto trova conferma di sé e delle proprie competenze soggettive.

Gli autori avanzano quindi l’ipotesi dell’interazione tra funzioni estrinseche ed intrinseche della devianza, dove

essa rappresenta un canale comunicativo, nelle prime, e uno strumento di autoefficacia, nelle seconde
(De Leo e Patrizi, 1999, p. 42); questa interazione costituirebbe il tracciato della carriera quale esito di
un impegno individuale a trovare equilibrio fra vissuti, talvolta preponderanti, di disagio ed esigenze di ricavare un senso di efficacia dalle proprie scelte d’azione
(ibid.). L’ipotesi degli autori sembra essere confermata dalle recenti indagini di Bandura sul senso di autoefficacia che dimostrerebbero un legame tra scarsa autoefficacia e comportamenti antisociali e trasgressivi.

Ad esempio, in una ricerca svolta da Bonino, Cattelino e Ciairano (2003) su un campione di adolescenti di età compresa tra i 14 e i 19 anni, le autrici hanno analizzato la relazione esistente tra autoefficacia e tre categorie di comportamenti devianti (aggressione fisica, furto e vandalismo, bugia e disobbedienza); i risultati hanno dimostrato che tutti i comportamenti devianti suddetti aumentano quando l’adolescente presenta una scarsa autoefficacia regolatoria. Specularmente, l’autoefficacia si dimostra come un fattore di protezione quando si associa a:
– uno stile genitoriale improntato al controllo, alla supervisione ma anche al sostegno e all’ascolto – possibilità di discutere apertamente in famiglia dei propri sentimenti, dubbi e bisogni;
– percezione del proprio successo scolastico e attribuzione di importanza ad esso;
– contenimento da parte del gruppo dei pari;
– un uso costruttivo e progettuale del tempo libero, sia soli che in gruppo.

Inoltre, le autrici sottolineano che, in un’ottica multicausale e interazionista, questi fattori protettivi, quando compresenti, si potenziano a vicenda, in quanto fattori che

operano in maniera sinergica e non indipendenti dai diversi ambiti di sviluppo in cui si manifestano
(p. 187).

Messaggio pubblicitario I dati confermerebbero quindi le ipotesi di De Leo e Patrizi, secondo cui la possibilità di affermare i propri bisogni di individuazione e autoaffermazione unitamente a un feedback positivo, proveniente dai diversi contesti di sviluppo, della propria immagine e delle proprie competenze socio- relazionali, svolgerebbero una funzione fortemente protettiva rispetto all’inizio e alla stabilizzazione della carriera deviante.
Il modello della carriera deviante è stato applicato da De Leo (1998) allo studio delle relazioni tra devianza e tossicodipendenza e devianza e relazioni familiari; in entrambi i casi il modello si è rivelato prezioso nel mettere in luce la sequenza di periodi diversi nel tempo nei quali si configura la stabilizzazione della carriera deviante. Le indagini sembrano confermare le potenzialità di un approccio sequenziale, proponendo una serie di fasi ma anche di trame, narrazioni, categorie interne, che possono rappresentare una “mappa” di analisi e studio, utile dal punto di vista sia clinico che della ricerca.

L’adozione di un modello di questo tipo, implica indirettamente l’utilizzo di metodologie diverse da quelle classiche e quantitative; allo scopo di estrapolare le componenti simboliche, ridondanti, comunicative dell’azione deviante e di unificarle in una sequenza di fasi tra loro concatenate, risultano particolarmente adatte metodologie come l’autobiografia e la narrazione che mettono direttamente al centro dell’analisi il Sé, le sue componenti, le sue definizioni e le sue proiezioni nel tempo. Queste metodologie sono coerenti con la recente corrente di pensiero che fa riferimento alla psicologia narrativa di Bruner, secondo cui il Sé è un prodotto della narrazione, che, grazie alle sue caratteristiche di riflessività e ricorsività, si volge al passato e modifica il presente alla luce del futuro.

Le implicazioni che questa prospettiva di mentalizzazione e significazione può avere a proposito della giustizia minorile sono notevoli, in quanto consentirebbe al minore deviante o autore di reato

la possibilità di narrare il contenuto violento della sua condotta e di ritrovare nel contesto del racconto il significato dell’atto stesso, mettendogli a disposizione gli strumenti per cogliere il ruolo del Sé e dell’Altro
(Rossi, 2004, p. 269). La comprensione profonda dei significati sociali e antigiuridici dell’atto criminale, la tensione all’autoresponsabilizzazione dell’autore e il recupero del ruolo attivo dell’Altro, soprattutto quando è vittima, rappresentano infatti le basi teoriche ed epistemologiche del modello conciliativo e riparativo della giustizia.

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