Adolescenza e devianza: tra analisi scientifica e stigma sociale – I nuovi approcci di matrice sociologica

L’analisi della devianza in adolescenza necessita di una visione completa delle caratteristiche psicologiche e sociali specifiche di questa fase di sviluppo

ID Articolo: 115388 - Pubblicato il: 19 novembre 2015
Adolescenza e devianza: tra analisi scientifica e stigma sociale – I nuovi approcci di matrice sociologica
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Adolescenza e devianza: tra analisi scientifica e stigma sociale – Parte 2/4

Nell’ambito della ricerca sociologica emergono nuove formulazioni teoriche che modificano irreversibilmente il modo di spiegare la criminalità, vista come un fenomeno complesso e pluricomposto.

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Si passa da una visione eziologica, deterministica, a una visione invece più processuale, interattiva, legata agli effetti della devianza e del controllo sociale, piuttosto che alle cause lineari e semplici; le nuove impostazioni teoriche prendono cioè in considerazione la complessa interazione che si instaura tra il soggetto deviante, le norme e la reazione sociale.

Lemert è una figura centrale in questo cambiamento di prospettiva, in quanto propone una sociologia della devianza antitetica agli studi dell’eziologia del crimine e attenta alle conseguenze del controllo sociale. L’autore fu il primo a distinguere tra due tipi di devianza. Per devianza primaria si intende una condotta deviante ‘senza che si mettano in moto reazioni sociali e psicologiche che modifichino il ruolo e il sentimento della propria identità del soggetto agente’ (Ponti, 1999, p. 164); la devianza primaria riguarda quindi tutti quei comportamenti che, se anche infrangono le leggi, vengono riassorbiti dalla società senza ricevere un’etichetta deviante o una reazione stigmatizzante. In caso di devianza primaria, le ricadute sul senso di sé del soggetto agente sono solo marginali, in quanto non portano ad una riorganizzazione della struttura psichica ed identitaria del soggetto stesso; il ruolo deviante non viene attribuito al soggetto né da sé stesso né da parte della comunità socio-istituzionale (De Leo, 1998).

Messaggio pubblicitario La devianza secondaria, al contrario, suscita forti reazioni sociali di tipo sanzionatorio e accusatorio e comporta peculiari effetti psicologici sull’individuo; egli tenderà a percepirsi come deviante, sviluppando tutta una serie di atteggiamenti oppositivi che il suo ruolo comporta, con conseguente fissazione in tale ruolo deviante (Ponti, 1999, p. 164). Il soggetto deve dunque riorganizzare e ricostruire la propria identità in base al ruolo deviante che gli è stato attribuito e in cui, ora, egli si riconosce. Anche se Lemert non ha mai dedicato il suo lavoro alla devianza minorile, secondo De Leo (1998) questi concetti hanno notevole rilevanza per lo studio di tale fenomeno:

La devianza primaria è importante perché mette in evidenza tutte le strategie di normalizzazione che vengono adottate, in campo minorile, quando si vuole evitare che la devianza diventi di dominio istituzionale […]. Per quanto riguarda la devianza secondaria il problema non semplice è di rimanere fedeli al modello di Lemert, senza cadere in qualche rischio deterministico talvolta presente nella sua teoria.

Ciò significa considerare sempre il rapporto interattivo e circolare esistente tra società e individuo, in quanto, la prima reagisce all’atto antigiuridico con sanzioni e giudizi, il secondo attiva a sua volta nuove strategie cognitive e comportamentali; la ristrutturazione del sé infatti non avviene semplicemente per effetto di una reazione sociale, ma avviene all’interno dell’interazione fra il soggetto e la reazione sociale stessa. È evidente ora la ricaduta sul piano della tutela del minore criminale: se si concepisce l’adolescenza come la fase evolutiva in cui la costruzione dell’identità raggiunge il suo culmine, non senza crisi o difficoltà (Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003; Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004) e si assume che, nel caso di una condotta deviante o criminale, la reazione sociale e istituzionale abbia forti ricadute sul piano psichico e identitario dell’adolescente, allora è possibile ipotizzare che la scelta di quale misura applicare avrà un impatto molto differenziato sulla struttura del sé dell’adolescente stesso (De Leo, 1998; De Leo e Malagoli Togliatti, 2000).

Concordemente, anche Becker (1963) mette in evidenza che l’individuo può diventare deviante attraverso un percorso complesso, fatto di tappe successive, durante le quali costruisce le premesse per i passi da compiere in seguito. Secondo Becker infatti il primo passo all’interno del percorso deviante è rappresentato dalla commissione di un atto che infrange la norma; il secondo passo riguarda l’essere riconosciuto come deviante da parte della società, il che ha delle conseguenze sul soggetto che dovrà ricostruire e ridefinire la propria identità sulla base del nuovo ruolo acquisito. Infine, il terzo passo consisterebbe nell’ingresso in un gruppo deviante organizzato e nella stabilizzazione non solo della condotta deviante, ma anche del concetto di sé in quel senso.

Si anticipano così i concetti di ‘interazione sociale’ e ‘significato sociale dell’esperienza‘ che saranno le matrici dell’impostazione interazionista simbolica e dei modelli processuali e sequenziali che vedono la devianza come una carriera, attualmente adottati nell’analisi dell’azione deviante commessa da minori (De Leo, Bosi e Curti Gialdino, 1986; De Leo, 1998; De Leo e Patrizi, 1999).

Messaggio pubblicitario Dal punto di vista dell’evoluzione degli apporti della sociologia allo studio della devianza, un contributo fondamentale risulta quello di Matza (1976). La sua impostazione teorica prende le mosse dalla critica a tutti gli assunti delle teorie delle subculture delinquenziali e delle bande giovanili. Prima di tutto egli ritiene semplicistico considerare il deviante come colui che si oppone alla morale tradizionale e largamente condivisa per seguire un proprio sistema di valori. Inoltre, ritenere che le culture delinquenziali siano radicate solo in certi contesti sociali o urbani è espressione di un pregiudizio classista; la cultura deviante, così come la concreta possibilità di delinquere, è infatti diffusa e presente in tutte le classi sociali, come ben dimostrato da Sutherland. L’aspetto specifico del deviante consiste dunque nella neutralizzazione della norma, cioè nel modificare il significato della norma attraverso la neutralizzazione del vincolo normativo.

Sykes e Matza (1957) definiscono le tecniche di neutralizzazione come modi di aderire alla scelta deviante risolvendo, contemporaneamente, il conflitto psicologico rispetto al sistema di valori interiorizzati; tali tecniche consisterebbero in forme di razionalizzazione del comportamento deviante risolvendo la distanza socialmente definita fra questo e i valori condivisi:

Il processo di razionalizzazione consente al soggetto di esprimersi in senso deviante e giungere all’infrazione normativa neutralizzando, attraverso il ricorso a particolari tecniche, il conflitto con la morale da lui almeno parzialmente accettata. Queste razionalizzazioni, non intervengono ex post facto, ma precedono l’atto deviante e servono ad escludere la responsabilità individuale e a negare la sua illeicità attraverso la ridefinizione del proprio operato

Ponti, 1999, pp. 167-168

L’adozione delle tecniche di neutralizzazione consentirebbe al soggetto deviante di giustificare cognitivamente la propria devianza e di disattivare il controllo sociale, salvaguardando così la positività della propria immagine. Le tecniche di neutralizzazione individuate da Matza (1976) sono cinque e sono state così descritte dall’autore:

  • La negazione della propria responsabilità consente all’individuo di spostare la responsabilità dell’azione da lui commessa all’esterno; l’autore sostiene che l’azione non era realmente voluta, oppure che ci sono forze più importanti di lui a costringerlo, oppure lamenta di autopercepirsi come una palla da biliardo trascinata nelle diverse situazioni;
  • La minimizzazione del danno provocato si verifica quando il soggetto sostiene che le sue azioni sono reprensibili solo perché vietate dalla legge, non perché immorali in sé (classica distinzione tra mala in se e mala quia prohibita); in questo modo viene completamente ridefinito il significato e la forma dell’atto deviante;
  • La negazione della vittima permette di neutralizzare la responsabilità sostenendo che la vittima meritava il trattamento ricevuto a causa di alcune sue caratteristiche, come il sesso, la razza, il gruppo di appartenenza; questa tecnica viene spesso utilizzata nel caso delle aggressioni agite verso minoranze etniche, omosessuali, disabili;
  • La condanna di coloro che condannano viene messa in atto quando il soggetto descrive la società e le istituzioni come ipocriti e corrotti ritenendo quindi il loro giudizio come compromesso e parziale;
  • Con il richiamo a ideali più alti il soggetto sostiene di aver sacrificato i valori più generali della società a vantaggio di ideali particolari ma considerati eticamente superiori, quali la fedeltà al gruppo, la solidarietà tra amici.

De Leo (1998) evidenzia la centralità all’interno della teoria di Matza, del soggetto che agisce, che sceglie e che costruisce attivamente la propria realtà, elaborando cognitivamente i condizionamenti esterni senza subirli; secondo l’autore, il pensiero di Matza, con i concetti di significazione e soggettività, si inserisce perfettamente nella corrente teorica dell’interazionismo simbolico.

L’influenza del pensiero di Matza sullo studio della devianza minorile è fondamentale; il grande merito di questa teoria è quello di aver spostato l’attenzione sui processi sociocognitivi di giustificazione e legittimazione della condotta deviante allo scopo salvaguardare la propria immagine di sé e il proprio sistema valoriale e morale. La rilevanza di questi processi saranno al centro della teoria socialcognitiva di Bandura e del concetto di disimpegno morale.

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Bibliografia

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