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Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici (2)

L’analisi della devianza in adolescenza necessita di una visione completa delle caratteristiche psicologiche e sociali specifiche di questa fase di sviluppo

ID Articolo: 115409 - Pubblicato il: 03 dicembre 2015
Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici
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L’autore definisce la devianza come “azione comunicativa” in quanto capace di richiamare inevitabilmente l’attenzione dei sistemi sociali in cui si verifica, sollecitando risposte di controllo, reazione o disapprovazione e, ricorsivamente, la struttura sociale e i sistemi di controllo rimandano al soggetto che ha commesso l’azione deviante informazioni di ritorno che fungono da feedback e da guida nelle scelte che il soggetto metterà in atto in futuro. Parlare di devianza come di una forma di comunicazione complessa e sfaccettata, significa tenere conto della condizione di coevoluzione e di circolarità interattiva in cui sono coinvolti due sistemi simbolici: un microsistema, ovvero il soggetto che agisce e che invia messaggi precisi (anche se spesso difficili da decifrare), e un macrosistema istituzionale, che risponde con altrettanti messaggi in un processo dinamico e retroattivo. La scelta di una teoria della devianza come comunicazione consente di ottenere un’analisi più complessa delle condotte criminali, in particolar modo di quelle messe in atto da minori in quanto, in età evolutiva, la dimensione comunicativa/espressiva della devianza prevale su quella strumentale (Bonino, Cattelino e Ciairano, 2003):

I ragazzi vivono meno la funzione strumentale del loro comportamento, mentre esprimono più bisogni legati all’identità, alle relazioni, ecc. Questo conferisce particolare rilievo ad un approccio della devianza come comunicazione per spiegare e comprendere i comportamenti fuori legge dei giovani come complessa espressione di soggettività in evoluzione e in relazione
(De Leo, 1998, p. 145)

Una prospettiva di questo genere può offrire preziose indicazioni su come analizzare e interpretare non solo azioni francamente criminali, di ampia gravità (come i reati contro la persona) ma anche altre azioni devianti, frequenti e diffuse tra gli adolescenti, che, ad una prima e superficiale analisi, rimangono senza spiegazione oppure sono sbrigativamente relegate nell’ambito della patologia mentale o del disagio psicosociale; ne sono un esempio il vandalismo, il consumo di sostanze psicoattive, le prepotenze in ambito scolastico, gli scontri negli stadi di calcio. Tutte queste azioni portano con sé intrinsecamente significati e valori relazionali, culturali e simbolici che le diverse figure professionali devono impegnarsi a decifrare: potrebbero essere un segnale di disadattamento psicologico, sociale o familiare, ma potrebbero anche, ad un’analisi più profonda, esprimere bisogni maturativi, identitari, affettivi (De Leo e Malagoli Togliatti, 2000).

De Leo propone un ulteriore approfondimento nell’analisi degli effetti comunicativi ed espressivi dell’azione deviante in adolescenza, distinguendo:
– effetti legati all’identità: ogni azione comunica all’autore stesso e agli altri segni e significati relativi alla propria identità in chiave situazionale ed evolutiva;
– effetti relazionali: l’azione contiene messaggi di relazione interpersonale che riguardano sia le persone direttamente coinvolte nell’azione sia, simbolicamente, i propri gruppi di appartenenza;
– effetti legati a regole interpretative dell’azione: l’azione è il risultato di processi interpretativi regolati da codici generalizzati;
– effetti di sviluppo: ogni azione è svolta in un’ottica di mantenimento/cambiamento, esprimendo esigenze di sviluppo e cambiamento in relazione alla personalità dell’autore e/o ai contesti in cui l’azione si colloca (scuola, famiglia, coetanei);
– effetti normativi e di controllo: riguardano il rapporto con le sanzioni, le norme penali e le regole informali. Facendo diretto riferimento al concetto sistemico di “ridondanza”, intesa come strutturazione di significati (De Leo e Mazzei, 1989), De Leo ipotizza quindi che in particolare in adolescenza

ogni azione contenga ridondanze rispetto all’identità
(1998, p. 154), comunicando segni e significati riguardo l’identità in costruzione.

Messaggio pubblicitario Questa impostazione teorica ha importanti ricadute anche sul piano metodologico; per analizzare l’azione umana nel suo senso di comunicazione di stati mentali e identitari profondi, risultano infatti inadeguati gli strumenti quantitativi come i questionari. Inoltre, il professionista che si occupa di azioni trasgressive e violente in ambito giudiziario si trova di fronte all’impossibilità di osservare direttamente l’azione in questione, in quanto già avvenuta; egli ha a disposizione resoconti, atti giudiziari, ricostruzioni dei fatti e anamnesi psicologiche avvenute dopo l’azione. Al professionista, soprattutto quando è lo psicologo clinico o forense, si prospetta quindi un lavoro di ricostruzione dell’azione e dei suoi legami complessi con l’autore, la vittima e il contesto attuale e pregresso in cui l’azione stessa ha avuto luogo (De Leo e Malagoli Togliatti, 2000). L’indagine psicologica in questo settore aspira quindi alla conoscenza della verità, pur partendo dal presupposto che il sapere scientifico non è mai possessore della verità assoluta ma in continua tensione verso di essa (Rossi e Zappalà, 2004). Infatti, se il giurista ha il compito di ricostruire la realtà fattuale e oggettiva, per avere la certezza di attribuibilità all’imputato, lo psicologo si pone l’obiettivo di

ascoltare, comprendere, interpretare sia le parole e la comunicazione che il soggetto va ricostruendo sulla sua azione trasgressiva, sia i significati e i segni che l’azione stessa esprime sul soggetto
(De Leo, Bosi e Curti Gialdino, 1986, p. 267).

Coerentemente con questa concezione della ricostruzione dell’azione, De Leo, Bosi e Curti Gialdino (1986) propongono uno schema categoriale esplorativo per l’analisi delle funzioni psichiche e comunicative dell’azione violenta in adolescenza. Tale schema scompone ulteriormente l’azione in diverse componenti tra loro correlate e in interazione:
– gli scopi e le intenzioni ai quali l’individuo lega l’azione violenta;
– le regole implicite ed esplicite applicate dall’individuo nel corso della propria azione, con  riferimento al contesto normativo e alla percezione dell’antigiuridicità dell’azione violenta;
– i significati di autorappresentazione assegnati alla propria azione, la forma e il messaggio comunicati attraverso l’azione, la funzione di sviluppo o di passaggio che l’azione assume in senso sia psicologico che relazionale.

Questo schema consente di far emergere operazioni mentali, cognitive, comportamentali utili per la conoscenza dell’azione dal punto di vista sia psicologico che giuridico. Nell’analisi delle azioni violente commesse in maniera specifica da adolescenti sono risultate particolarmente feconde le dimensioni del significato di autorappresentazione e della funzione evolutiva dell’azione, con ricadute preziose anche sul piano del lavoro clinico e riabilitativo (De Leo, Bosi e Curti Gialdino, 1986). Gli autori confermano quindi che l’azione violenta in adolescenza sia portatrice di una capacità propulsiva di rompere condizioni di staticità e rigidità nel sistema psichico e relazionale dell’adolescente, e di una funzione intrinseca e strategica di realizzare uno sblocco evolutivo (ibid.). La concezione sistemica e costruzionista della devianza come azione comunicativa e portatrice di significati personali, relazionali e sociali complessi ha quindi completamente rivoluzionato il quadro teorico e metodologico riguardo le condotte devianti adolescenziali; tuttavia, da sola, essa non spiega come da una singola azione deviante o trasgressiva si passi ad un vero e proprio stile di vita deviante, caratterizzato non solo da comportamenti trasgressivi e/o criminali, ma anche da un complesso sistema di rappresentazioni di sé e degli altri, di aspettative, di valori e significati. Rimangono quindi non chiarite le modalità e le situazioni attraverso cui avviene il passaggio dalla messa in atto di una singola azione deviante all’acquisizione di uno stile cognitivo, comportamentale e relazionale di tipo deviante o criminale. In particolare in adolescenza infatti, è alquanto probabile e altamente frequente la messa in atto di atti devianti o trasgressivi che assumono inizialmente la forma dell’attività ludica, del piacere della trasgressione, soprattutto se agiti in gruppo, tanto che alcuni autori (Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004) parlano della presenza di una trasgressione “fisiologica” in adolescenza e quindi funzionale al superamento dei difficili compiti di sviluppo fase-specifici; mentire, disobbedire, saltare la scuola, avere comportamenti sessuali precoci, fare uso di tabacco, alcol o altre sostanze, commettere qualche piccolo furto sarebbero quindi espressione di una trasgressività specifica dell’adolescenza, che non necessariamente si trasforma in azioni criminali vere e proprie, anche se di diversa gravità, e in una identità deviante.

Per sopperire a questa lacuna, De Leo e Patrizi (1999) propongono un modello di analisi centrato sul concetto di “carriera deviante”, che per le sue caratteristiche di sequenzialità e processualità appare particolarmente indicato per l’analisi delle condotte devianti reiterate e recidive. La devianza viene quindi intesa come un percorso, un processo, piuttosto che l’effetto o il prodotto di fattori e cause antecedenti; tale processo presenta, secondo gli autori, un carattere attivo, costruttivo, nel senso che si sviluppa producendo e organizzando connessioni fra dimensioni situazionali, relazionali, simboliche.

De Leo (1998) descrive tre fasi del processo di costruzione e stabilizzazione della carriera deviante. La prima fase viene definita dall’autore come la fase degli antecedenti storici della devianza; si tratta di fattori di varia natura ampiamente evidenziati sia dalle ricerche classiche sulla devianza sia da quelle di nuova generazione, tra cui la deprivazione parentale e/o sociale, carenze infantili, relazioni conflittuali in famiglia, caratteristiche psicopatologiche, isolamento o emarginazione sociale. Un riesame critico di questi fattori, permette di assegnare loro il valore di rischi aspecifici, ovvero di precondizioni che, seppur rintracciabili in molte carriere devianti, rimangono in questa fase aperte ad esiti diversi, di tipo non deviante (Ingrascì e Picozzi, 2002).

La seconda fase, in genere di breve durata, è caratterizzata da una crisi che si manifesta attraverso episodi agiti e percepiti come devianti; si tratta di una fase altamente rischiosa in quanto i rischi possono ora strutturarsi verso una specificità più decisamente improntata alla costruzione di un percorso deviante. Si tratta della fase in cui il contesto socio-istituzionale inizia ad attivare reazioni sanzionatorie alla condotta del soggetto attribuendovi significati negativi; tuttavia De Leo sottolinea che questi processi mantengono ancora in questa fase livelli di flessibilità e apertura verso altre forme ed altri percorsi.

La terza fase è rappresentata da una tendenza dell’individuo e dei contesti in cui egli agisce ad usare la devianza come funzione selettiva per attrarre e orientare azioni e attribuzioni e per produrre interazioni collusive e complici, che possono dare luogo a progressivi irrigidimenti del processo; se infatti

la storia antecedente fornisce indicatori complessi e aspecifici, e la fase critica costituisce una sfida intensa ad assumere la forma della devianza, la fase della stabilizzazione, che può risultare tormentata e molto lunga nel tempo, sembra caratterizzata dalla tendenza ad usare la devianza come funzione selettiva per attrarre e orientare azioni e attribuzioni, per produrre interazioni collusive e complici, che possono dare luogo a progressivi irrigidimenti del percorso, rendendo via via meno probabili alternative alla devianza e aperture verso altri percorsi di vita
(De Leo, 1998).

Il grande merito di questo modello, è quello di valorizzare la funzione attiva svolta dal soggetto che, nel processo di costruzione di sé come deviante, svolge un ruolo attivo di continua riconsiderazione e rielaborazione delle auto ed etero-attribuzioni di significato. Inoltre, in quanto modello di matrice processuale e probabilistica, attribuisce ai fattori di rischio una dimensione di aspecificità e non di causalità lineare. Quest’ultimo aspetto è di notevole rilevanza soprattutto quando l’azione deviante o trasgressiva è messa in atto da minori; considerare il processo di formazione della carriera deviante come un processo che si autodefinisce, si plasma e si dota di significato, pone le basi per un approccio qualitativo e dinamico alla devianza minorile.

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