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Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici

L’analisi della devianza in adolescenza necessita di una visione completa delle caratteristiche psicologiche e sociali specifiche di questa fase di sviluppo

ID Articolo: 115409 - Pubblicato il: 03 dicembre 2015
Adolescenza e devianza, tra analisi scientifica e stigma sociale – L’evoluzione dei contributi psicologici
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Adolescenza e devianza: tra analisi scientifica e stigma sociale – Parte 4

Superando le visioni causalistiche che vedono un nesso diretto tra determinate caratteristiche psicologiche e psicopatologiche e comportamento criminale, la psicologia recupera l’importanza delle mediazioni cognitive e interattive e dei significati sociali e simbolici che definiscono le azioni umane. In questo senso, si tenta un superamento delle teorie psicologiche classiche che hanno tentato di spiegare il comportamento criminale e deviante, non senza cadute nel determinismo e nel riduzionismo.

In primis si tenta un superamento delle teorie della personalità, che concepivano la personalità come rigida costellazione di tratti in gran parte immutabili nel tempo e resistenti al cambiamento; inoltre, anche le teorie che propongono come assioma quello basato sulla triangolazione frustrazione-aggressività-criminalità, risultano insufficienti e parziali nell’analisi del comportamento criminale che mostra caratteristiche tutt’altro che lineari e sequenziali.

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Alla luce di queste valutazioni critiche e di fronte alla necessità di sviluppare nuove cornici teoriche per affrontare lo studio dei comportamenti devianti e criminali, a partire dagli anni ’80, emergono nuove prospettive psicologiche e nuove cornici interpretative ricche di concetti innovativi e di grande valore epistemologico.

In ambito comportamentista, si deve ad Albert Bandura (1996) il merito di aver superato le rigide visioni stimolo-risposta e di aver proposto una teoria complessa social-cognitiva del comportamento, della personalità e quindi anche della spiegazione della devianza. I concetti di “determinismo triadico reciproco”, “autoefficacia percepita”, “agency” hanno infatti rappresentato una svolta nella lettura dei comportamenti umani, compresi quelli devianti o problematici. Il concetto di uomo che emerge dalla visione di Bandura è quello di un agente attivo, un essere complesso e competente in grado di agire in maniera attiva sul proprio ambiente sociale.

Messaggio pubblicitario Per quanto riguarda più strettamente l’analisi della condotta deviante, Bandura (1996) introduce il concetto di “disimpegno morale”, intendendo il complesso di strategie socio-cognitive adottate dagli individui per svincolarsi da responsabilità e giudizi, pur salvaguardando il proprio sistema di valori morali (Caprara e Malagoli Togliatti, 1996; De Leo, 1998; De Leo e Patrizi, 1999; Maggiolini e Pietropolli Charmet, 2004); secondo Bandura, infatti, è sostanzialmente in virtù dell’azione di meccanismi interni di autoregolazione che può realizzarsi una forma di disimpegno morale per cui diventa ammissibile una condotta precedentemente riprovata (Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995). Un forte e costante utilizzo di questi processi cognitivo-sociali, messi in atto individualmente o in gruppo, sembrano correlati positivamente con un orientamento alla devianza (Bandura, 1996; De Leo, 1998).

Più dettagliatamente, si tratta di

processi di disattenzione, distorsione, misinterpretazione tramite i quali si può venire a creare una frattura nel pensiero morale e tale da giustificare condotte che di norma sono incompatibili con il proprio codice morale e con il mantenimento della stima di sé
(Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995, p. 20).

Bandura sottolinea nella descrizione degli otto meccanismi di disimpegno morale come questi permettano di realizzare un modo di pensare

che porta a una derubricazione morale del danno prodotto e che giustifica condotte che di norma sono condannate sul piano morale. Si creano le condizioni mentali per agire in contraddizione con il proprio codice morale senza dovervi abdicare
(Caprara e Malagoli Togliatti, 1996, p. 14):
– la giustificazione morale è un tipo di pratica per cui il disimpegno morale opera direttamente sull’interpretazione del comportamento stesso; il comportamento reprensibile e dannoso è reso personalmente e socialmente accettabile dipingendola al servizio di scopi sociali e morali più elevati, in modo tale da poter mantenere un giudizio positivo di sé;
– l’etichettamento eufemistico permette di mascherare attività reprensibili o di conferirvi uno status di rispettabilità;
– il confronto vantaggioso, sfruttando il principio del contrasto, permette di far passare un’azione deplorevole per accettabile o giusta, confrontandola con una ancora più riprovevole;
– il dislocamento della responsabilità permette di zittire le sanzioni interne spostando la fonte di responsabilità da se stessi ad altre persone, solitamente più autorevoli cui non era possibile sottrarsi;
– la diffusione della responsabilità permette di indebolire le sanzioni interne diffondendo la responsabilità ad altri specifici o in senso generale; questa strategia è spesso utilizzata dai gruppi o dalle bande criminali in quanto “se tutti sono responsabili, nessuno lo è veramente” (Bandura, 1996, p. 70)
– la distorsione delle conseguenze agisce ignorando o distorcendo gli effetti delle proprie azioni;
– la deumanizzazione della vittima, infine, funziona attribuendo alla vittima dell’azione reprensibile o violenta assenza di sentimenti o caratteristiche umane o spregevoli, conferendole uno status di inferiorità subumana o bestiale.

Bandura sottolinea inoltre che i diversi meccanismi di disimpegno morale possono facilmente combinarsi insieme, producendo un potenziamento reciproco e non una semplice sommatoria di effetti.

In una ricerca di Caprara, Pastorelli e Bandura (1995), gli autori hanno verificato la validità interna e di costrutto di due scale di misurazione dei meccanismi di disimpegno morale in bambini e adolescenti in correlazione ad altre scale di valutazione della condotta aggressiva e impulsiva; i risultati hanno confermato la validità delle due scale per la misura del disimpegno morale in entrambi i campioni, mostrando forti collegamenti tra disimpegno morale e condotte aggressive. In particolare nel gruppo degli adolescenti, i risultati mostrano una elevata correlazione tra disimpegno morale e atteggiamenti come la tolleranza alla violenza,

a conferma dell’emergenza di una precisa costellazione mentale che giustifica il ricorso all’aggressione e alla violenza
(ibid., p. 27).

I dati confermano quindi l’impianto teorico di Bandura e permettono di concludere che le forme persistenti di devianza, in particolare in adolescenza, risultano correlate significativamente non solo con un alto livello di disimpegno morale (Caprara, Pastorelli e Bandura, 1995; Caprara e Malagoli Togliatti), ma anche con un basso livello di autoefficacia percepita (De Leo, 1998).

De Leo (1998) concepisce la devianza minorile come una funzione comunicativa articolata e complessa, spiegabile attraverso l’analisi dei sistemi di appartenenza del soggetto (famiglia, gruppo dei pari, istituzioni). Il punto di vista dell’autore abbraccia tutte le più recenti acquisizioni epistemologiche provenienti dalla scuola sistemico-relazionale, interazionista, social-cognitiva, superando definitivamente la visione del comportamento umano come determinato da pressioni fisiche, ambientali, familiari o psicopatologiche. Il fuoco dell’attenzione viene centrato sulle funzioni e sugli effetti che la devianza svolge in questi processi e interazioni, per i sistemi e i soggetti coinvolti.

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