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The Walking Dead: dalla parte degli zombies – Psicologia & TV Series

Nella serie i protagonisti allontanano gli zombie, considerandoli i portatori di tutti i mali. Non è forse simile il nostro atteggiamento verso i matti?

Di Roberto Lorenzini

Pubblicato il 17 Nov. 2014

Il virus che sembrava essere controllato, ha preso piede. I morti si risvegliano ed attaccano i vivi, la cui presenza è sempre minore. I pochi superstiti presto si accorgeranno che i veri nemici sono gli altri esseri umani, spinti unicamente dall’istinto di sopravvivenza.

In America prima ed ora anche in Italia ha grande successo la pluripremiata serie di FOX The Walking Dead. prodotta dal 2010 e basata sull’omonima serie a fumetti scritta da Robert Kirkman.

Rick Grimes è uno sceriffo vittima di un incidente durante uno scontro a fuoco con dei fuorilegge: colpito alla schiena, va in coma, lasciando tra le lacrime la moglie Lori e il figlio Carl. Il risveglio, poco tempo dopo, è traumatico: l’ospedale è distrutto ed è pieno di cadaveri. Rick non ci metterà molto a capire la situazione: il virus che sembrava essere controllato prima del suo incidente, ha preso piede. I morti si risvegliano ed attaccano i vivi, la cui presenza è sempre minore. Lo sceriffo sfrutterà tutte le sue abilità di sopravvivenza e di capacità con le armi per sopravvivere ed uscire dalla città, trovando altri superstiti rifugiati tra i boschi: tra questi, ritrova la famiglia e il suo migliore amico Shane. Costretti poi a spostarsi, presto si accorgeranno che i veri nemici sono gli altri esseri umani, spinti unicamente dall’istinto di sopravvivenza.

In un mondo da day after si scatena una guerra tra bande di umani per la sopravvivenza. L’unico sistema motivazionale attivo è quello agonistico tra i vari gruppi e all’interno degli stessi gruppi con una lotta spietata per la definizione del rango, anche quando apparirebbe decisamente più conveniente un atteggiamento cooperativo considerata la costante minaccia esterna.

I figli mi accusano di complicità con gli zombies per i frequenti moti di pena e tenerezza che esprimo nel vedergli aprire la testa come cozze pelose baresi con ogni strumento possibile (armi da fuoco, frecce, mazze da baseball) unico modo per ucciderli definitivamente.

Non metto in dubbio che per il loro aspetto da cadavere raffermo appena diseppellito, l’andatura da emiparetico, un linguaggio che non oltrepassa gli ingenui versacci gutturali che si fanno per spaventare i bambini nel gioco la strega di mezzanotte e soprattutto la cattiva abitudine di azzannare gli umani per nutrirsene trasformandoli a sua volta in zombies non suscitino immediata simpatia, anche se, a guardar bene, alcune gonnellone che sembrano reduci da Woodstock, non siano affatto male (sono consapevole che deve essere qualche perverso adolescenziale imprinting a condizionarmi).

Mi sono chiesto dunque perché, nel profondo, stessi dalla loro parte (gonnellone a parte). Risposta semplice. Essi sono esattamente come i matti. Malati (si ricordi che sono colpiti da un virus) non si pensa di curarli ma di allontanarli ed eliminarli considerandoli portatori di tutti i possibili mali e soprattutto capaci di attaccare la follia, la Zombaggine, ai sani. Questi ultimi peraltro non si fanno mancare niente e non hanno bisogno di alcun contagio per mostrare in proprio tutti i possibili più gravi disturbi di personalità (antisociali pericolosi, narcisisti maligni e borderlinaggine per tutti q.b).

Insomma nell’atteggiamento verso gli zombies ho ritrovato tutti i pregiudizi dello stigma verso i pazienti psichiatrici.

La serie, peraltro affascinante nella regia e con effetti speciali che non cessano di suscitare incredulità può essere anche letta in questa prospettiva.

 

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