Il contagio emotivo su Facebook è possibile? I risultati della ricerca

ID Articolo: 101312 - Pubblicato il: 03 luglio 2014
Il contagio emotivo su Facebook è possibile? I risultati della ricerca
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La scienza risponde ma e’ subito polemica sugli aspetti etici della ricerca.

La rivista Proceedings of the National Academy of Sciences pubblica lo scorso marzo una ricerca condotta da Adam Kramer del Core Data Science Team di Facebook su un campione di quasi 700mila utenti del social network  più diffuso al mondo.

I ricercatori hanno dimostrato che in presenza di una significativa riduzione di contenuti positivi nel proprio News Feed, le persone rispondono con un numero maggiore di post negativi e meno post positivi. Si osserva invece una reazione diametralmente opposta se esposti ad un numero maggiore di notizie positive pubblicate dai propri contatti.

Messaggio pubblicitario Il News Feed non è altro che la pagina principale di Facebook, dove ogni utente visualizza gli aggiornamenti e le notizie postate dai propri contatti.

Dal momento che questi producono molti più contenuti di quelli che si riescono a visualizzare, il News Feed funziona da filtro rispetto alle attività di amici e conoscenti in base ad un algoritmo di ranking che Facebook sviluppa e testa continuamente per garantire all’utente la visualizzazione dei contenuti per lui più rilevanti e interessanti.

Non è stato quindi difficile per i ricercatori modificare l’algoritmo per manipolare la quantità e la qualità emotiva dei post visualizzabili.

I risultati della ricerca offrono nuovi importanti dati riguardo alle dinamiche del contagio emotivo. Precedenti studi di laboratorio hanno già dimostrato la possibilità che un individuo influenzi emotivamente chi gli sta fisicamente vicino e ciò si è reso evidente anche all’interno di reti sociali molto ampie ma  l’impianto metodologico di queste ultime ricerche, condotte in ambienti naturali, non consente di andare al di là dell’evidenza di alcune correlazioni.

Questa nuova ricerca ha il merito di aver utilizzato un metodo sperimentale che permette di evidenziare nessi di causalità più forti tra i fenomeni presi in esame e ha inoltre dimostrato la possibilità di contagio emotivo in assenza di verbalità, mimica e interazione sociale.

Altro dato interessante è la possibilità di ridurre l’espressione emotiva  riducendo il contenuto emotivo, sia esso positivo o negativo, degli eventi visibili nel News Feed. Ciò suggerisce una forte sintonia tra il comportamento degli individui e le emozioni delle persone che costituiscono il loro mondo sociale, sia esso reale o virtuale.

Tuttavia anche questa ricerca non è esente da critiche di natura metodologica.

I post sono stati discriminati in base alla presenza di almeno una parola positiva o negativa al loro interno, ma  il software (LIWC2007) utilizzato per l’analisi non tiene conto delle negazioni all’interno della frase per cui una frase del tipo “non ho avuto una buona giornata” potrebbe essere etichettata come positiva poichè “buona” è l’unica parola riconosciuta e analizzata come positiva.

Il professor Totterdell dell’University of Sheffield difende comunque la metodologia della ricerca, definendola “grezza” ma non difettosa e confida nel fatto che tali tecniche di analisi si possano raffinare negli anni.

 

Sembra che invece sia più difficile difendere i ricercatori dalle accuse di violazione etica per non aver informato i 700mila utenti che si sarebbero ritrovati a comporre  il campione di una ricerca scientifica che intendeva manipolare le loro emozioni.

La professoressa Kate Bullen, presidente del BPS Ethics Committee, rivendica in questa lettera aperta pubblicata sul Guardian l’importanza del consenso informato nel processo di ricerca scientifica e il dovere dei ricercatori di tutelare nel migliore dei modi i partecipanti alla ricerca, il che significa anche offrire loro la possibilità di ritirarsi da essa fino al momento della pubblicazione.

Messaggio pubblicitario Facebook si difende dalle accuse facendo presente che al momento dell’iscrizione al social network l’utente dà il consenso all’utilizzo dei propri dati ai fini della ricerca e che le informazioni raccolte nella settimana in cui è stata condotta la ricerca in questione non sono riconducibili all’account personale di alcun utente. Del resto una ricerca come questa non fa altro che contribuire alla mission di Facebook che si impegna quotidianamente per migliorare il proprio servizio al fine di rendere l’esperienza del cliente la più soddisfacente possibile.

Se questo ci disturba, c’è da chiedersi se fino ad oggi siamo stati degli utenti consapevoli oppure no.

 

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