Tribolazioni 09 – Disimpegno e demotivazione

Tribolazioni 09: Molte persone lamentano di avere obiettivi in vari settori dell’esistenza ma di non riuscire ad impegnarsi per il loro raggiungimento.

ID Articolo: 32346 - Pubblicato il: 04 luglio 2013
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TRIBOLAZIONI 09

DISIMPEGNO E DEMOTIVAZIONE

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Tribolazioni 09. - Immagine: © Olivier Le Moal - Fotolia.comMolte persone lamentano di avere importanti obiettivi in vari settori dell’esistenza ma di non riuscire ad impegnarsi per il loro raggiungimento. Questa valutazione sul proprio mancato impegno aggiunge un plusvalore alla sofferenza già sperimentata per il mancato raggiungimento degli obiettivi stessi.

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La demotivazione si sperimenta in particolari condizioni.

Ci si demotiva verso uno scopo strumentale se:

lo scopo terminale a cui serviva ha perso di importanza (non è più importante essere bello per conquistare la donna che desidero se essa è morta)

lo scopo terminale è stato raggiunto (nel caso precedente ci siamo sposati da vent’anni)

mi convinco che tale scopo strumentale non è comunque efficace per il raggiungimento di quello terminale (ad esempio capisco che alla donna in questione interessano gli uomini colti e non quelli belli).

La demotivazione dunque sembra essere un meccanismo di risparmio delle risorse al servizio dello pseudo-scopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”. In sintesi se una strategia è certamente inefficace o  non mi interessa più l’obiettivo cui era finalizzata sembra più che ragionevole abbandonarla. Tuttavia questo abbandono è spesso giudicato negativamente e genera sofferenza aggiuntiva a quella per la frustrazione dello scopo.

Ipotizzo che i motivi possano essere:

nel caso che lo scopo terminale resti ancora attivo si fallisce anche lo scopo interno riguardante l’identità  di “essere uno che persegue senza riserve e senza risparmi i propri obiettivi importanti”. Infatti si può  ritenere che non sia l’inefficacia della strategia la causa della demotivazione ma assolutamente il contrario. I risultati non ci sono proprio a causa della demotivazione. L’inefficacia della strategia è dovuta all’averla perseguita poco e male e aumentando intensità e durata si sarebbe ottenuto il risultato.

Nel caso invece in cui il risultato sia stato ottenuto si ritiene paradossalmente che ciò non giustifichi il ritiro dell’investimento. In nome di una sorta di inerzia degli investimenti giustificata con la necessità di mantenere il risultato “devo continuare ad essere bello anche se l’ho sposata da vent’anni altrimenti potrei perderla”.

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Persino la rinuncia allo scopo terminale perché raggiunto o definitivamente compromesso  può comportare una quota aggiuntiva di sofferenza per la fatica cognitiva che comporta. Infatti se uno scopo  terminale importante viene abbandonato il sistema deve affrontare un lavoro di ristrutturazione della gerarchia degli scopi per attribuire nuove priorità.  Le nuove priorità comporteranno l’attivazione di nuove strategie di perseguimento. Si tratta dunque di cambiare rotta e sistema di navigazione.

Caso diverso è il disimpegno quando gli scopi terminali e strumentali sono validi e attivi ma il soggetto non si sforza, quanto ritiene che dovrebbe, per perseguirli.

Il problema sta tutto nel definire lo standard soggettivo dell’impegno che sarebbe ritenuto adeguato. Per alcuni soggetti, gli standard sono elevatissimi e soprattutto non ben definiti. Per loro si può sempre fare di più e dunque si deve. Ergo non si è fatto mai  abbastanza. Sembrano agire in base alla regola “il massimo sforzo a prescindere dal risultato”. Ma non è questa la sede per occuparci di questa vera e propria patologia (Mancini 2005; Lorenzini, Sassaroli, Ruggiero 2006; Perdighe, Mancini 2008 ). Qui l’attenzione è  su coloro che avrebbero l’opportunità e il desiderio di impegnarsi di più per i propri scopi ma non lo fanno attribuendosene poi la colpa. Perché ciò che è possibile e auspicato dal soggetto stesso non avviene?

In primo luogo l’impegno costa fatica ed essa è l’indicatore di una dissipazione di energie che potrebbero non essere disponibili se improvvisamente necessarie per altri obiettivi più urgenti. Quindi quando sentiamo fatica siamo naturalmente portati a smettere.

In secondo luogo più sono le risorse investite per uno scopo e maggiore diventa la sua importanza perché al suo valore si aggiungono i cosidetti “costi sommersi  (Piattelli Palmarini 1995; Motterlini 2008; Castelfranchi, Mancini, Miceli 2002) ovvero quanto si è speso per esso. Sembra che il valore di un obiettivo sia la somma del suo valore iniziale più quanto si è già speso per raggiungerlo. A correzione parziale di questo meccanismo ad andamento esponenziale credo che l’impegno verso uno scopo non proceda in modo costantemente crescente nel tempo. Ciò rischierebbe infatti di creare  un meccanismo a retroazione positiva per cui “più è importante e più mi impegno, ma, più mi impegno e più diventa importante… ” Credo piuttosto che proceda con un andamento pulsante. Si ha una folata di impegno iniziale, conseguente alla valutazione congiunta dell’importanza dello scopo e della presunta efficacia dell’impegno stesso. Ad essa segue una nuova valutazione  sulla raggiungibilità dello scopo (al tempo 2) dopo il primo impegno (VRS’).

Il confronto tra la valutazione sulla raggiungibilità dello scopo prima e dopo l’iniziale folata di impegno diviso la quantità dell’impegno profuso fornisce una valutazione dell’efficacia dell’impegno stesso.

Efficacia dell’impegno = valutazione raggiungibilità al tempo 2 – valutazione raggiungibilità al tempo 1 / quantità dell’impegno profuso

Messaggio pubblicitario  Soltanto se  sia la valutazione di raggiungibilità al tempo 2 che la valutazione dell’efficacia dell’impegno risultano positive seguirà una seconda folata di impegno. Al termine della quale si ripeterà la doppia automatica valutazione  Il ciclo si ripete generando folate di impegno che esitano in coppie associate di valutazioni a confronto.

E’ sufficiente che lo scopo venga valutato difficilmente raggiungibile o che si valuti scarsa l’efficacia dell’impegno per innescare il circolo del progressivo disimpegno sempre in ossequio allo pseudoscopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”.

Esiste poi un’altra causa del disimpegno e va ricercata nel tentativo di preservare la propria autostima e dunque nello scopo di “considerarsi un esperto perseguitore di scopi”. Infatti se posso dirmi che lo scopo non era poi così importante (nolo sumere acerbam) o che avevo tanti altri impegni per cui non ho potuto dedicarmici (chissà quanti compiti sono fatti all’ultimo momento e “con la mano sinistra” proprio per questo) la frustrazione dello scopo esterno non si riverbera anche su quello interno dell’autostima.

Demotivazione e disimpegno non sono dunque sovrapponibili: la prima implica spesso il secondo ma non viceversa. Entrambi vengono generati da valutazioni circa l’utilità e l’efficacia delle strategie messe in atto secondo lo pseudo-scopo “dell’ ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”. Dunque sono assolutamente adattivi. Successivamente tuttavia essi valutati rispetto a scopi interni inerenti l’identità che ne risultano frustrati generando una quota di sofferenza aggiuntiva da parte di chi reputa che poteva e doveva fare di più.

Questa affermazione è ovvia perchè a qualsiasi quantità data si può aggiungere una ulteriore unità ma può diventare uno strumento di sofisticata tortura. Si insinua nella mente quando tornando a casa con un 7 nella versione di latino i genitori smorzano il sorriso con un complimento che è insieme un rimprovero “uno come te può fare molto di più” progressivamente il “può” si trasforma in un “deve”.

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Spesso c’è un sottinteso ancora più pesante: il successo parziale è merito del talento dono di natura trasmesso coi geni. Quindi si capisce che il complimento è in realtà per i genitori. Il rimprovero invece è tutto per il soggetto che non fa fruttare il talento ricevuto come dovrebbe. Questo tarlo del miglioramento del record personale fa rivisitare mentalmente le prestazioni per cogliere tutte le incertezze, gli inciampi, i balbettii che dovranno essere eliminati la prossima volta per fare quell’indefinito “di più” che è alla propria portata. E infatti questo accade. Si riesce effettivamente meglio. Ma questa è la prova evidente dello scarso precedente impegno e conferma che è possibile fare di più.

Il processo può ricominciare daccapo. Ogni successo è, paradossalmente, dimostrazione della colpa precedente e innesco di una ansia per una  nuova gara con sé stesso. Il sé presente sconfiggerà i sé precedenti per essere poi sconfitto dal sé successivo. A riprova che “si può sempre fare di più”.

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