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Report del VII Congresso Nazionale Confiam di Musicoterapia

VII Congresso Nazionale di Musicoterapia di Padova: riportiamo gli interventi a cui siamo riusciti ad assistere e che ci hanno colpito maggiormente.

ID Articolo: 31887 - Pubblicato il: 12 giugno 2013
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Gaspare Palmieri e Cristian Grassilli

Report:

VII congresso nazionale Confiam di Musicoterapia

(Padova 24-26 maggio 2013)

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VII Congresso di Musicoterapia - 24-26 maggio 2013 - Padova

Le prime immagini che ci saltano alla mente ripensando al Congresso Nazionale di Musicoterapia di Padova riguardano la maestosità della meravigliosa Aula Magna di Palazzo Bo, sede della prima giornata di lavori, dove circa quattro secoli fa gli studenti potevano fare le domande al Prof. Galileo Galilei.

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Diversi studi hanno dimostrato come nelle esperienze emotivamente intense di incontro con l’altro, come ad esempio la psicoterapia, restino impressi nella memoria più certi aspetti non verbali, piuttosto che le cose che vengono dette. Le prime immagini che ci saltano alla mente ripensando al Congresso Nazionale di Musicoterapia di Padova riguardano la maestosità della meravigliosa Aula Magna di Palazzo Bo, sede della prima giornata di lavori, dove circa quattro secoli fa gli studenti potevano fare le domande al Prof. Galileo Galilei.

Le immagini sonore sono invece quelle dei bellissimi intermezzi musicali tra un intervento e l’altro, che a nostro modesto parere potrebbero essere introdotti anche nei congressi non musicoterapici (e perché non in parlamento!) per vivacizzare un po’ l’ambiente e tenere alta l’attenzione. Scegliere quello più memorabile non è facile, tra l’ingresso trionfale delle cornamuse, le fantastiche melodie di organetto e i coinvolgenti giochi vocali e ritmici condotti da Manuela Guadagnini e Daniele Pinato.

Ma veniamo ai contenuti scientifici. Essendo stati relatori e intrattenitori psicantrici del Congresso noi stessi, non siamo riusciti ad essere dei reporter sempre presenti. Riporteremo dunque gli interventi a cui siamo riusciti ad assistere e che ci hanno colpito maggiormente.

Il Dr. Alberto Schön  è stato uno degli apripista del convegno e il suo intervento dal titolo “Quanto è musicale il pensiero?” ha ricordato che quest’ultimo, come la musica, è ordinato in una sequenza. In più la musica fa parte delle attività estetiche creative e ha un versante di gioco: avendo tutte queste funzioni fa parte del processo di pensiero. La musica richiede l’uso di molte memorie: propriocettiva, emotiva, comunicativa preverbale, motoria, comparativa, etc. Infine, paragonata a un significante formale, è una forma di protopensiero, che delinea uno spazio interiore idoneo ai processi di simbolizzazione, privo di significato definito, ma ricco di senso.

Il Dr. Gabriele Catania dell’Ospedale Sacco di Milano ha presentato il suo interessante progetto Le stanze di Faber, sull’utilizzo terapeutico delle canzoni di Fabrizio de Andrè. Catania ha spiegato che l’idea per questo progetto è nata ascoltando la canzone “La ballata dell’amore cieco (o della vanità)”, che racconta di un amore incondizionato che si spinge fino al masochismo e che aveva delle analogie con la storia di sfida onnipotente alla morte di una sua paziente anoressica.

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PSICANTRIA @ SITCC 2012De Andrè è stato senza dubbio il cantautore che meglio ha raccontato gli ultimi, gli emarginati e i matti, cercando di comprenderne l’essenza, mantenendo sempre un tono empatico e scevro da giudizi. I giudizi su sé stessi infatti zavorrano la sofferenza. Catania ha riletto alcuni brani di Faber, adattandone i testi, per dare vita a un progetto di prevenzione primaria atto a informare la popolazione rispetto al disagio psichico e a superare lo stigma nei confronti delle malattie mentali. Ha sottolineato la potenza dello strumento canzone per la trasmissione delle informazioni in modo empatico.

Il musicoterapista Giacomo Cassano ha portato un interessantissimo percorso svolto con pazienti psichiatrici sul “viaggio” nelle Città invisibili, di Italo Calvino. In quanto metafora di ogni microcosmo umano, ogni città diventava lo spunto per una discussione di un aspetto sul quale potersi confrontare, riconoscere e musicare insieme nel presente. Così come capita a Marco Polo nel racconto del libro il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto e cambia a seconda dei vissuti del presente, così questo “viaggio musicato” è stata un’opportunità di riletture  dei vissuti passati dei partecipanti, fornendo nuovi spunti e letture autobiografiche.

Lo psichiatra Roberto Poli del DSM di Cremona e la musicoterapista Laura Gamba hanno presentato i dati di alcuni studi osservazionali e retrospettivi sull’effetto del trattamento musicoterapico sui pazienti schizofrenici. Ci sono già evidenze dalla letteratura internazionale che, integrata con altri trattamenti riabilitativi, la MT risulti efficace nel migliorare il funzionamento globale dei pazienti psicotici (Gold et al., 2008; Mossler et al., 2011).

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Favorendo la comunicazione, l’interazione, lo scambio e l’espressione delle emozioni, la MT interviene efficacemente sui sintomi negativi della schizofrenia (ritiro sociale, appiattimento affettivo, scarsa espressione delle emozioni). La sua efficacia riguarda anche aspetti più generali della patologia quali preoccupazione, irrequietezza, ansia, depressione, con possibilità di intervenire sulle difficoltà di attenzione e concentrazione.

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I colleghi di Cremona hanno utilizzato come metodo terapeutico il dialogo sonoro e l’improvvisazione di gruppo, con il libero utilizzo di strumenti musicali e della voce e l’ascolto di brani musicali proposti dalla musicoterapista e dagli stessi pazienti, con la verbalizzazione e la condivisione dei vissuti.

Alla luce di valutazioni tramite le scale CGI, GAF, PANSS, rispetto al trattamento standard, i pazienti che hanno partecipato ai gruppi di MT hanno mostrato miglioramenti statisticamente significativi riguardo la condizione clinica globale, la sintomatologia psicotica (in particolare i sintomi negativi) il funzionamento complessivo e la qualità della vita.

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Messaggio pubblicitario  Il musicoterapeuta Davide Woods ha presentato una relazione sull’improvvisazione musicale individuale, all’interno di gruppi. Nella sua presentazione –  supportata da ascolti di prime sedute e ultime sedute (24esima) dello stesso paziente al pianoforte, accompagnato e sostenuto da due musicoterapeuti (uno al piano e l’altra al violoncello) –  l’analisi del materiale musicale ha messo in luce una evidente variazione verso una maggiore pulsazione e organizzazione temporale da parte del paziente, assente o scarsa e più disorganizzata nei primi incontri. Il linguaggio sonoro diventando via via più strutturato e organizzato, è stata l’occasione per esercitare funzioni pre-mentali, anticamera di processi simbolici.

La musicoterapeuta Deborah Parker ha tenuto una relazione su “Musicoterapia nei campi profughi palestinesi del Libano”, un progetto internazionale nato due anni fa, volto alla formazione di musicoterapeuti in Libano, che sta personalmente supervisionando. In campi profughi, dove ci sono numerosi bambini orfani e vittime di atrocità, con sintomi da PTSD, la musicoterapia è entrata come forma di comunicazione e sostegno per riaccordare una relazione con l’altro attraverso il suono.

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Il Dr. Zambito ha trattato il complesso tema del rapporto tra musica e neuroscienze, chiarendo subito che non vi sono dati a favore dell’esistenza di un “unico” centro musicale nel cervello.

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Le aree cerebrali responsabili della musica sembrano avere una sovrapposizione parziale, anche se incompleta, con quelle responsabili del linguaggio. Non dovremmo perciò sorprenderci se le analogie comportamentali e cognitive tra musica e linguaggio sono sì stringenti, ma incomplete.

E’ ben noto che ascoltare musica, suonare e comporre sono attività che coinvolgono tutto l’encefalo, bilateralmente, la corteccia, la neo corteccia il paleo e il neo cervelletto.

Toni, intervalli musicali sono sottoposti all’attività delle regioni temporali a destra, della corteccia dorso laterale prefrontale sinistra e della parte inferiore della corteccia frontale dx.

La percezione ritmica e la produzione coinvolge le regioni del cervelletto, e dei gangli della base. Tenere il tempo, sincronia, possono essere sotto il controllo di centri oscillatori cerebellari.

In passato si riteneva che la musica fosse “lateralizzata” a destra, mentre ora risulta chiaro che non vi è un’area singola, né un singolo emisfero alla base della conprensione/processazione/esecuzione/interpretazione di un brano musicale.

L’emisfero destro svolge un ruolo decisivo per quanto concerne l’organizzazione melodica della musica essendo concepito come sede preliminare della percezione.

L’emisfero sinistro  esercita un ruolo per la codifica dell’altezza del suono, elemento irrinunciabile per apprezzare l’essenza della musica occidentale e probabilmente anche quella di qualsiasi altra musica organizzata secondo l’altezza di riferimento.

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Sono seguite alcune interessanti osservazioni sul cervello dei musicisti.

Studiando la rappresentazione corticale della corteccia somatosensoriale di un gruppo di musicisti che suonavano strumenti ad arco, con esperienza musicale di dodici anni circa e un gruppo di controllo senza alcuna formazione musicale è emerso nel gruppo di musicisti un aumento della rappresentazione corticale delle dita della mano sinistra nel gruppo di musicisti. In questi musicisti la mano sinistra è utilizzata in  modo intensivo e preciso per cambiare l’altezza delle note mentre la mano destra sostiene l’arco. Per quanto riguarda la corteccia uditiva accade una cosa analoga. La risposta della corteccia cerebrale nelle aree uditive nei due gruppi era maggiore del gruppo di musicisti rispetto al gruppo di controllo.

Questi risultati possono essere interpretati come un aumento della rappresentazione della corteccia uditiva necessaria all’elaborazione fine dei suoni musicali.

Nei musicisti vi è un’aumentata attività di connessione funzionale tra:

– la corteccia motoria e le aree sensitive/sensoriali

– tra la corteccia motoria e il talamo

– tra il talamo e la corteccia premotoria

– tra il cervelletto e le aree uditive.

Se non ci fosse limite alla plasticità corticale dopo vent’anni il cervello intero diventerebbe interamente corteccia uditiva somatosensoriale. Per fortuna la natura ha provvisto dei limiti alla plasticità.

Soprattutto nei musicisti che suonano in modo virtuosistico, l’utilizzo intenso e continuativo delle dita e la plasticità cerebrale portano a una disorganizzazione delle rappresentazioni corticali a livello della corteccia somatosensoriale, con un conseguente disturbo del controllo delle dita delle mani che prende il nome distonia focale.

L’amusia congenita è invece un disturbo caratterizzato dalla difficoltà nel percepire e produrre suoni musicali, nonostante le funzioni cognitive e l’udito siano intatti. Gli studi comportamentali hanno dimostrato che si tratta di un problema della discriminazione fine dei toni.

Il cervello degli amusici risponde a piccole differenze di toni a livello pre-attentivo, ma è incapace di riconoscere a livello cosciente quelle piccole deviazioni di tono a un livello attentivo più profondo. Tali risultati concordano con studi precedenti che dimostravano che la corteccia uditiva negli amusici funziona normalmente.

La relazione si è chiusa con la stimolante domanda se la musica renda più intelligenti. La musica ha effetti a breve termine, di tipo motivazionale ed attentivo, a lungo termine, in quanto attività multimodale, stimola  la concentrazione, i tempi di reazione, la sincronizzazione/regolazione emotiva,  motoria e relazionale, l’uso e l’apprendimento del linguaggio.

Messaggio pubblicitario  Lo psichiatra di Legnago La Monaca ha illustrato la funzione del Karaoke nell’ambito della riabilitazione psichiatrica. Il Karaoke (in giapponese “senza orchestra”), nato in Giappone negli anni 70, è risultato efficace nel ridurre l’ansia sociale e migliorare l’interazione rispetto al semplice canto, ha mostrato un effetto rilassante sull’ansia, sul coordinamento ideo-motorio, e si è mostrato utile per migliorare l’inclusione sociale e il funzionamento (Leung et al., 1998).

La valutazione dell’esperienza tramite Focus Group con gli utenti ha dimostrato come questa attività sia giudicata in modo estremamente positivo, come una fonte di speranza, piacere e gioia e come occasione di sperimentare un ruolo diverso da quello di malato.

La Monaca ha poi definito i processi riabilitativi in ambito psichiatrico come  “strategie fondate su interventi che mirano a favorire l’inclusione sociale e a migliorare il funzionamento interpersonale e sociale, il benessere soggettivo e la qualità della vita, riducendo i fattori di rischio e incrementando i fattori protettivi implicati nell’insorgenza e nel mantenimento della disabilità connessa ai disturbi mentali”. Ha illustrato l’importante e attualissimo concetto di Recovery come “un processo di riduzione al minimo della malattia e dei suoi effetti sulla vita, con il tentativo di capire come conviverci e come gestire una patologia che può durare per un determinato periodo di tempo”. L’idea di base è che le persone non hanno bisogno di una guarigione completa e di diventare “normali” per potersi dedicare ad una vita nella comunità. Ha mostrato i dati di diversi studi che hanno evidenziano come la prognosi a lungo termine delle malattie mentali gravi non sia così negativa.

Il Professor De Zorzi, etnomusicologo dell’Università Cà Foscari di Venezia, ha illustrato l’uso in paesi islamici come il Kazakistan delle ripetizioni dei dihkr, sorta di preghiere ad Allah, per il trattamento delle dipendenze.

 

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