Tribolazioni 01 – No Conflict. Monografia Psicologica di Roberto Lorenzini

TRIBOLAZIONI Per fare scelte perfette gli uomini si macerano nell’indecisione, se la prendono con se stessi per errori che non hanno commesso

ID Articolo: 26669 - Pubblicato il: 22 febbraio 2013
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Tribolazioni. Di Roberto Lorenzini – No Conflict. -Immagine: © olly - Fotolia.comNell’inutile tentativo di fare scelte perfette gli uomini si macerano nell’indecisione e se la prendono con se stessi per errori che non hanno commesso. Se aver perso la bambola premio è sgradevole, molto più triste è ritenere che ciò sia accaduto per la propria dabbenaggine.

Gli scopi che guidano il comportamento umano sono ordinati gerarchicamente in modo tale che taluni siano strumentali rispetto ad altri più generali e importanti. Non è dato sapere quanti siano gli scopi ultimi che organizzano l’esistenza di un essere umano ma l’esperienza clinica ci spinge a dire che per ciascun individuo non siano molti e probabilmente circa una mezza dozzina.

Questi scopi terminali sono descrivibili come “stati desiderati di sé e del mondo” che il soggetto ritiene essere garanzia di massima prevedibilità e controllo sull’ambiente.Trattandosi di stati ideali piuttosto che di strategie concrete di perseguimento laddove pure esista un ipotetico conflitto tra essi non genera una sofferenza immediata e al massimo induce un senso di disarmonia ideale. Posso desiderare un mondo di pace,  solidarietà e fratellanza e contemporaneamente aspirare ad avere un potere enorme ed un controllo assoluto sugli altri esseri umani. Certamente in ciò c’è una incoerenza logica ma posso alternare cronologicamente questi due stati desiderati a seconda delle circostanze in cui mi trovo e della relativa possibilità di realizzazione. Nel momento in cui il soggetto si ferma a riflettere, per così dire, sui massimi sistemi, può avvertire questa crepa  ma rapidamente riporla tra le questioni teoriche insolute senza una reale pregnanza operativa.

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Il problema del conflitto tra scopi si pone piuttosto a livello degli scopi strumentali e dunque a livello delle strategie comportamentali. Non si può infatti contemporaneamente fare una cosa e il suo opposto.

Il conflitto come spiegazione di gran parte della sofferenza umana è tema antico (Stanghellini 2008). Si pensi all’aneddoto dell’asino di Buridano ripreso e nobilitato dalla tradizione psicoanalitica che sulla scia delle prime teorie di Freud del conflitto insanabile tra spinte pulsionali più o meno inconsce e istanze superegoiche e di realtà, ha classificato con Weisman nel 1959 ripreso in Stanghellini (2008) ben sette tipi di possibili conflitti tra:

  1. dipendenza e autonomia
  2. sottomissione e controllo
  3. accudimento e autarchia
  4. valorizzazione del sé e valorizzazione dell’altro
  5. tendenze egoistiche e tendenze pro sociali
  6. sessualità edipica e divieti morali
  7. rappresentazioni contraddittorie di sé

I conflitti di cui mi interesso in questo lavoro appartengono alla settima categoria ma ritengo che tutte le altre categorie siano riconducibili e dunque esprimibili in termini di rappresentazioni contraddittorie di sé.

Messaggio pubblicitario Il conflitto tra strategie contraddittorie può verificarsi in due diverse situazioni. 

1. Tra strategie al servizio di differenti scopi terminali come tra il desiderio di avere rapporti sessuali con quanti più partner possibili per incrementare la propria progenie e il desiderio di un rapporto stabile e duraturo che garantisca protezione e accudimento nei momenti difficili salvaguardando la sopravvivenza personale.

2. Si può avere conflitto anche tra strategie sottordinate al servizio dello stesso scopo terminale. Immaginiamo ad esempio il caso di un giovane medico con lo scopo di fare una brillante carriera per raggiungere denaro, potere ed avere molte donne. Egli può trovarsi nel mezzo di un conflitto tra il dedicare il suo tempo allo studio  o piuttosto dedicarlo alle pubbliche relazioni che ritiene altrettanto importanti al fine della carriera. Lo scopo finale è lo stesso (il successo professionale) ma diverse sono le strategie di perseguimento.  Il paradigma di queste situazioni conflittuali è quello della “botte piena e  moglie ubriaca”. I due stati desiderati sono evidentemente incompatibili e necessariamente uno dei due sarà frustrato e fonte di sofferenza. Ciò tuttavia non meriterebbe in sè particolare attenzione trattandosi semplicemente della normale e utile, in quanto motore di cambiamento, sofferenza associata al fallimento previsto (ansia) o realizzato (tristezza) di uno scopo. Invece una sofferenza aggiuntiva e sterile, una tribolazione, si genera quando c’è una credenza del tipo “ le cose non dovrebbero essere così, non si dovrebbe mai essere costretti a rinunciare a qualcosa in vista di qualcos’altro”. Si ha così l’impressione di aver subito una ingiustizia, un danno immeritato e si sperimenta una emozione di rabbia duratura ed infruttuosa perché incapace di produrre cambiamenti nella realtà.
Questo tipo di tribolazione è dunque generata da aspettative onnipotenti sul nostro potere di modificare la realtà e sulla modificabilità stessa della realtà. Il soggetto che ne è preda è irritato con una realtà che segue le proprie regole senza tener conto dei suoi desideri. Le persone con questo tipo di credenze chiedono talvolta aiuto per la difficoltà a scegliere,  qualsiasi sia ambito esistenziale in cui tale scelta si collochi.
Hanno difficoltà a scegliere e spesso restano in un empasse prolungato facendo scadere il tempo massimo per la scelta: es. “ Non farò un figlio fino a quando non ci saranno le sufficienti condizioni di sicurezza e di benessere”, “ Non mi sposerò finchè non sarò sicuro di aver incontrato la persona della mia vita”, “ Non acquisterò casa fintanto ché non sarò sicuro che si tratti del miglior rapporto prezzo/qualità sul mercato”.

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Questi soggetti chiedono aiuto nel momento dell’impasse consapevoli della paralisi decisionale, oppure dopo rimpiangendo la  scelta non fatta, quando i gameti sono andati in letargo, i partner non perfetti non sono più disponibili e le case acquistate da proprietari meno scrupolosi. Questo modo di disfunzionare può comportare una ancor più inutile sofferenza per così dire retroattiva. Ne sono un esempio quelle persone che dopo aver comprato un prodotto continuano a girare per negozi per verificare se ne esista uno migliore o ad un prezzo più basso. Vanno alla ricerca della prova che hanno sbagliato e quasi certamente finiranno per trovarla.

In questo ulteriore caso alla sofferenza per aver fallito lo scopo reale sul quale era incentrata la scelta, aggravata dalla rabbia per sentirsi ingiustamente costretto a scegliere e a rinunciare, si sommerà anche la sofferenza causata dal giudizio negativo su di sé come cattivo decisore. Nel compiere questa  operazione di svalutazione di sè  in quanto decisore vengono normalmente compiuti due errori di ragionamento grossolani ma resistenti:In primo luogo si valutano le proprie abilità di decisore sull’esito effettivo della scelta e non sulla correttezza stessa del processo decisionale, è l’errore che potremmo chiamare “del senno di poi”. Quando conosciamo l’esito di una vicenda ci sembra, ma solo erroneamente, che ci fossero già prima gli indizi sufficienti per prevederlo ma non è così. Gli storici hanno un compito più facile dei profeti. Un conto è spiegare, altro è prevedere perché nello spiegare “post hoc” possiamo utilizzare le procedure confermazioniste di cui siamo naturalmente esperti e frequentemente anche vittime.

  • In secondo luogo quando valutiamo a posteriori la bontà, o meno, di una scelta fatta tendiamo a commettere due errori che congiuntamente ci inducono a ritenere di avere sbagliato:
    • Gli svantaggi temuti che ci avevano fatto rifiutare l’opzione “A” non si sono effettivamente realizzati per cui non ne avvertiamo più la negatività.
    • Messaggio pubblicitario I vantaggi che ci hanno fatto scegliere l’opzione “B”, se si escludono i primissimi tempi, vengono considerati acquisiti, scontati, mentre gli eventuali svantaggi(ovviamente presenti) essendo causa di disagio attuale, richiamano costantemente l’attenzione. Ad esempio immaginiamo che il Signor Cerdi decida di rinunciare al 20% del suo stipendio pur di non viaggiare  partendo alle 6,00 da casa tutte le mattine per un viaggio di 100Km per raggiungere il posto di lavoro. Aveva messo sul piatto della bilancia la sua stanchezza, i costi e i rischi degli spostamenti, e aveva scelto di rinunciare a quel 20% in nome della qualità della vita. Poi però dopo i primi giorni della nuova vita  inizia a pentirsi e ad autoaccusarsi erroneamente. Analizziamone gli errori: (1) Essendo decisamente più riposato lo scopo di non essere stanco e  dunque di non svegliarsi ogni mattina alle 6,00 perde di importanza. (2) Il fatto di non correre i rischi di un possibile incidente non è avvertito  perché l’incidente,  non si è verificato, ma anche nell’altra situazione avrebbe potuto non verificarsi comunque e dunque non c’è una differenza significativa. (3) Il risparmio sui consumi dell’auto è spalmato nel tempo perché l’acquisto di una nuova auto veniva ammortizzato in parecchi anni e dunque non si ha la sensazione di un risparmio immediato in quanto il carburante, unica spesa viva ed evidente, era già a carico dell’azienda. (4) Ciò che resta invece assolutamente evidente e tangibile è quella riduzione del 20% di stipendio in busta paga che a fine di ogni settimana ricorda al Signor Cerdi l’errore di scelta compiuto.

Riepilogando.

Già sbagliare una scelta e perdere la posta in palio è motivo di rincrescimento in sè, ma si può peggiorare la situazione rimproverandosi di essere stati degli stupidi, dei cattivi decisori. Non tenendo conto che al momento della scelta non si avevano tutti i dati che si hanno in seguito e quindi un conto è che si sia fallito rispetto all’obiettivo, altro che si sia scelto malamente.

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Dopo la scelta, inoltre, non si tiene più conto dei criteri che avevano fatto preferire l’opzione A e scartare la B e dati per acquisiti i vantaggi di A ci si sofferma solo su i suoi difetti. Si era scelta l’alternativa con più pro rispetto ai contro ma, subito dopo i pro divengono acquisiti, scontati e si fa caso solo ai contro.

In realtà si parte dal presupposto che una delle due opzioni potesse e dovesse perfetta e non semplicemente migliore dell’altra. Naturalmente se così davvero fosse non si tratterebbe neppure di una scelta: non c’è scelta tra una notte con la propria amata in un letto morbido e una notte dispersi nella neve sotto il fuoco dell’artiglieria nemica. La scelta si da tra due opzioni simili: una notte con l’amata o una festa tra amici e allegre signorine. Oppure la guerra di trincea sul Carso o la vita del sommergibilista.

Il risultato è che nell’inutile tentativo di fare scelte perfette gli uomini si macerino nell’indecisione e se la prendano con se stessi per errori che non hanno commesso. Se aver perso la bambola premio è sgradevole, molto più triste è ritenere che ciò sia accaduto per la propria dabbenaggine.(Baron J. 2000).

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