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Curare i bambini abusati. Imparare a lavorare sul trauma infantile attraverso il racconto di casi clinici – Recensione del libro

L’abuso sessuale ai bambini fa male e per lungo tempo. Il libro 'Curare i bambini abusati' nei suoi tredici capitoli declina nel dettaglio diversi casi clinici attraverso cui si propone al lettore una visione del metodo diagnostico e terapeutico adottato, nelle sue specificità, tecniche e strumenti.

ID Articolo: 156859 - Pubblicato il: 04 settembre 2018
Curare i bambini abusati. Imparare a lavorare sul trauma infantile attraverso il racconto di casi clinici – Recensione del libro
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Il volume Curare i bambini abusati affronta la tematica dolorosa dell’abuso sessuale infantile, descritto spesso come l’ “Everest dei traumi”.

 

Messaggio pubblicitario I traumi sono alla base di una grande maggioranza di disagi psichici e fisici. Lo conferma lo studio ACE, ovvero l’ipotesi accertata che le esperienze sfavorevoli infantili siano fattore di rischio per lo sviluppo di malattie psichiatriche e malattie fisiche.

Disregolazione dell’arousal emotivo e sensoriale, difese dissociative, aumento patologico dei mediatori corticosteroidei dello stress e altri fattori sono i punti cardine da prendere in considerazione per la comprensione della sofferenza psichica.

Un numero cospicuo di studiosi è più orientato a considerare il trauma in termini esperienziali, ovvero in stretta associazione alle caratteristiche psicologiche e alle capacità di resilienza del soggetto: capacità che risultano non solo da una predisposizione biologica ma anche, e soprattutto, dalla storia evolutiva della persona. Da un punto di vista evolutivo-relazionale, infatti, il trauma rappresenta l’esito di uno “sviluppo traumatico” (Liotti, Farina, 2011) che indebolisce le abilità personali di gestione emotiva dello stress.

Siegel e il concetto di “finestra di tolleranza”

Siegel ha spiegato, nel testo “La mente relazionale”, che il trauma evolutivo, da intendersi come quel corredo di esperienze di trascuratezza emotiva a cui il soggetto è sottoposto sin dall’infanzia e che continua negli anni successivi, incide sulla tolleranza allo stress e sull’ampiezza della “finestra di tolleranza”. Come spiega Siegel, i margini di questa finestra non si mantengono fissi, in base a una predisposizione genetica e all’attaccamento che il soggetto ha intrattenuto con le sue figure di accudimento sin dai primi giorni di vita. Ciò sta a significare che una figura di accudimento, capace di sostenere le richieste sia fisiche che emotive del bambino, promuove in quest’ultimo una maggiore tolleranza allo stress. Di contro, le cosiddette relazioni di attaccamento di tipo insicuro incidono negativamente sullo sviluppo strutturale del cervello, determinando un abbassamento della soglia di tolleranza e un restringimento dei suoi margini tali da rendere i soggetti più vulnerabili agli eventi stressanti e più a rischio di sviluppare sindromi post-traumatiche.

Vulnerabilità al Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS)

Vi è, quindi, una maggiore vulnerabilità alla sindrome post-traumatica da parte di chi ha una storia di traumi (di tipo relazionale, a partire dall’infanzia) ovvero di emozioni traumatiche. Queste rappresentano il segno di una ferita causata da contesti relazionali poco, o per nulla, contenitivi, in cui sono stati ostacolati i processi di mentalizzazione.

La componente emotiva sarebbe, quindi, l’elemento chiave per comprendere il DPTS. A conferma di ciò, numerosi ricercatori hanno rilevato un ulteriore aspetto che rende complesso il quadro clinico del DPTS: la presenza di un deficit nella regolazione degli affetti (una condizione alessitimica) di origine traumatica. La condizione di alessitimia si può presentare in un’intolleranza verso le emozioni, in una difficoltà a leggere il proprio stato emotivo o in un distacco emotivo che è possibile riscontrare, ad esempio, quando il paziente è invitato a parlare delle dinamiche del trauma.

Le ricerche condotte da Pat Ogden sui soggetti con DPTS hanno messo in evidenza una condizione alessitimica caratterizzata da:

  • eccessiva responsività ad emozioni che si manifestano con rapidità e in maniera intensa
  • difficoltà ad identificare e differenziare le emozioni tra loro o da sensazioni corporee
  • difficoltà a modulare le emozioni in maniera adeguata rispetto al contesto in cui si presentano
  • vulnerabilità al dolore

Anche Van der Kolk riconosce l’esistenza di un’associazione fra DPTS e incapacità di cogliere la funzione di segnale delle emozioni. Negli individui con DPTS i sentimenti non sono utilizzati come indizi per occultare delle informazioni in entrata e l’attivazione ha grandi probabilità di causare delle reazioni di attacco-fuga. Dunque essi spesso passano immediatamente dallo stimolo alla risposta senza valutare psicologicamente la reale pericolosità dell’evento. Ciò causa, in questi individui, una tendenza a bloccarsi o, al contrario, a reagire esageratamente e intimidire gli altri in risposta a provocazioni minime e in cui manca spesso una reale intenzione di procurare un danno.

Henry Krystal, psicoanalista che ha per lungo tempo studiato le vittime dei campi di concentramento, sostiene che il trauma debba essere considerato un disturbo di natura emotiva. I pazienti traumatizzati sembrano infatti non essere capaci di differenziare le emozioni e di riconoscere la natura emotiva delle reazioni somatiche associate ad un evento traumatico. Il contribuito di Krystal non si riduce tanto alla valutazione della reazione emotiva al trauma, quanto alla constatazione che ricorsive esperienze di trascuratezza e/o maltrattamento (fisico o sessuale) minano gravemente i processi di differenziazione, verbalizzazione e desomatizzazione delle emozioni.

Fonagy ha proposto il costrutto di mentalizzazione, da intendere come la capacità di saper leggere gli stati mentali (desideri, sentimenti, intenzioni) che stanno dietro un comportamento proprio o altrui. Per l’autore, è nel contesto di una relazione di attaccamento sicuro che il bambino sviluppa un Sé riflessivo capace di identificare, nominare e modulare le emozioni. Storie di traumi precoci di natura interpersonale (ad esempio abusi sessuali, maltrattamenti fisici) determinano un indebolimento della mentalizzazione che può generare una seria vulnerabilità nella capacità di resilienza a traumi successivi: è quanto dimostrano, ad esempio, studi epidemiologici dai quali emerge una maggiore incidenza del DPTS fra i veterani del Vietnam con una storia di abusi fisici subiti in età infantile (Bremner et al, 1993).

I sintomi post-traumatici sarebbero quindi espressione di una ritualizzazione di stati psichici associati al trauma precoce. La tendenza alla riattualizzazione, al posto del ricordo, risulterebbe a sua volta dal fallimento della mentalizzazione. Proprio per questo motivo, obiettivo del trattamento del DPTS deve essere quello di aiutare la persona a sviluppare le capacità di mentalizzare il trauma (e i pensieri e le emozioni associati) e di sostituire il ricordo alla riattualizzazione del trauma.

Curare i bambini abusati : il trauma dell’abuso sessusale infantile

Il volume Curare i bambini abusati affronta la tematica dolorosa dell’abuso sessuale infantile.

Come dice James Rhodes (Le variazioni del dolore, 2016), dando una voce lucida al bambino dolente dentro di sé, l’abuso sessuale è l’ “Everest dei traumi”.

L’abuso sessuale ai bambini fa male e per lungo tempo. È un male specifico, pieno di sfaccettature che mancano in altre esperienze sfavorevoli infantili. Un bambino sessualmente abusato va accolto, ascoltato e protetto. Ma anche, e sempre, curato, per riparare i danni di quella violenza.

Curare i bambini abusati si apre con una rassegna aggiornata e puntuale della letteratura scientifica sul tema della terapia nell’abuso sessuale all’infanzia.

Alla rassegna introduttiva seguono tredici capitoli, a firme diverse, ciascuno dei quali declina nel dettaglio un singolo caso clinico, attraverso cui gli autori mostrano al lettore il metodo diagnostico e terapeutico adottato, nelle sue specificità, tecniche e strumenti.

L’intento è portare il lettore proprio lì, dove metodo scientifico ed umanità dello specialista si incontrano con il groviglio relazionale che quel bambino rappresenta, descrivendo passo dopo passo la loro avventura.

Gli autori disegnano in particolare il ragionamento clinico che li ha guidati a scegliere tra le varie tecniche nei vari momenti della terapia. Puntualmente vengono messi in luce anche difficoltà, ostacoli incontrati, errori compiuti, ma soprattutto colpisce il paragrafo dedicato alle reazioni controtransferali del terapeuta.

Struttura e contenuti del libro Curare i bambini abusati

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Curare i bambini abusati si compone di diverse parti. I primi sei capitoli mettono a fuoco diverse sfaccettature del trauma quando esso si origina nel terreno familiare, dove è più duro il colpo inferto ai processi di attaccamento.

Talvolta il terreno è così infragilito e corrotto che la vittima, per salvarsi, deve affrontare una dolorosa rottura dei legami e ricercare delle alternative, senza mai dimenticare di valorizzare anche le briciole residuali sane dell’ambiente affettivo d’origine.

I successivi cinque capitoli affrontano abusi in cui il perpetratore è esterno alla famiglia.

Il penultimo capitolo riguarda poi le situazioni in cui la terapia avviene a distanza dall’ambito spazio-temporale in cui il trauma è avvenuto. Si affrontano storie e percorsi di bambini adottati e si propone come gestire il rischio che i loro modelli operativi, deformati dall’abuso subito nel luogo di origine, finiscano per incrinare la possibilità di attaccamento buono nella nuova famiglia.

Di particolare interesse è infine l’ultimo capitolo, in cui è rappresentata la possibilità di accogliere la domanda di terapia di bambini già curati da piccoli e che, diventati adolescenti, vivono nel corpo e nelle emozioni la riattivazione di quanto, con le risorse che avevano nell’infanzia, non hanno potuto compiutamente elaborare. Cioè come curare adulti che sono stati bambini abusati.

Terapia e obiettivi nel trattamento di pazienti che hanno subito abuso nell’infanzia

L’obiettivo della psicoterapia è, qualunque tecnica si utilizzi (i partecipanti avevano fruito di terapie diverse con tempi diversi, per quanto tutte focalizzate sul trauma), l’integrazione dei ricordi traumatici in una coerente narrazione autobiografica dotata di nuovi significati e connessioni.

In particolare, dal punto di vista degli schemi di attaccamento, l’obiettivo del paziente è l’esperienza di contenimento di sé e dell’altro e di essere “attore” della propria vita: questo può consentire un lutto e il perdono di sé invece di biasimarsi per il danno ricevuto.

Obiettivo del terapeuta è diventare il testimone riflessivo dei cambiamenti nella visione della propria storia da parte del paziente, per aiutarlo a metabolizzarli e a interiorizzarli, processo che può controbilanciare il dolore del processo di lutto.

Colpisce e conforta il fatto che i terapeuti, professionisti con diversa formazione di base e ciascuno facendo riferimento alla propria cassetta degli attrezzi (tra le terapia più efficaci, vengono citate la terapia metacognitiva, EMDR e terapia sensomotoria), effettuino molto spesso scelte cliniche sovrapponibili in aspetti cruciali.

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Bibliografia

  • Malacrea, M. (2018). Curare i bambini abusati. Raffaello Cortina Editore.
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