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Salute in digitale: le app per il benessere psicologico

Woebot, di matrice cognitivo-comportamentale, è l’app che chiede alle persone come si sentono attraverso brevi conversazioni quotidiane. Anche Shim è un’app creata per fornire supporto secondo le linee dell’approccio CBT. Tuttavia questi strumenti non possono e non devono sostituirsi alla terapia.

ID Articolo: 152540 - Pubblicato il: 09 marzo 2018
Salute in digitale: le app per il benessere psicologico
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Sono state da poco rilasciate due app, Shim e Woebot, che cercano di migliorare il benessere psicologico degli utenti, riducendo (a detta degli sviluppatori) depressione, ansia e stress.

 

Messaggio pubblicitario Ogni giorno sono innumerevoli le azioni che compiamo grazie allo sviluppo delle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, pensiamo solo a tutti gli acquisti che possiamo fare con un click o a servizi come l’home banking che ci permette di effettuare pagamenti direttamente da casa o in mobilità.

E se facessimo ancora un passo oltre? E se, come nei classici film di fantascienza, con queste tecnologie noi potessimo interagire? Se fosse possibile parlare con loro? Se ci potessero anche rispondere? Non è più qualcosa di così lontano, anzi.

Woebot: l’app che aiuta a fronteggiare ansia e depressione

E’ da poco stata rilasciata una app chiamata Woebot (dall’inglese letteralmente ‘robot della sofferenza’) disponibile per tutti i sistemi operativi. Si tratta di un sistema che conversa con l’utente (chatbot), qualcosa di molto simile a Siri della Apple, ma che invece di rispondere a richieste su dove andare o come far qualcosa, tiene conversazioni sulla salute mentale ed il benessere.

Di matrice cognitivo-comportamentale, Woebot chiede alle persone come si sentono attraverso brevi conversazioni quotidiane; invia anche video e consigli utili a seconda dell’umore del momento e di come la persona risponde alle domande, infatti è in grado di tarare le sue risposte in base a ciò di cui si è parlato precedentemente.

Questo strumento è pensato per adolescenti e under 30, per avvicinarli alle conversazioni terapeutiche abbattendo il muro dello stigma sociale relativo a situazioni di disagio, stigma che può essere particolarmente influente sui più giovani. Woebot si colloca espressamente come strumento di auto-aiuto, di incoraggiamento e supporto ma, precisano i creatori, non intende assolutamente sostituirsi alla terapia vera e propria. E’ stata creata da un gruppo di giovani scienziati, ingegneri e psicologi, che hanno messo a disposizione le loro competenze tecniche e cliniche e hanno effettuato uno studio con l’Università di Standford (Fitzpatrick et al., 2017) in cui hanno testato l’efficacia della app. L’85% dei partecipanti di età compresa tra 18 e 28 anni che hanno utilizzato Woebot quotidianamente hanno riportato una significativa riduzione di sintomi di ansia e depressione già dopo due settimane, misurate attraverso la Patient Health Questionnaire (PHQ-9), la  Generalized Anxiety Disorder 7-item scale (GAD-7) e la Positive and Negative Affect Schedule (PANAS).

Lo studio riporta degli evidenti limiti etici e metodologici: è stato finanziato dalla società produttrice della app Woebot, una delle autrici dell’articolo ne è la socia fondatrice, mentre per quanto riguarda l’aspetto metodologico il basso numero (70) e la selezione non casuale dei partecipanti (sono stati selezionati volontari in un campus universitario nell’area di New York di livello socioeconomico medio alto) oltre alla mancanza di un follow up, hanno reso poco generalizzabili i risultati, per cui gli Autori stessi sottolineano chiaramente l’esigenza di ulteriori studi per determinare se effettivamente questa app aiuti nella gestione di sintomi ansioso depressivi.

Shim: l’app per il supporto psicologico

Un altro studio (Ly et al, 2017), condotto stavolta in Svezia, ha testato una app chiamata Shim e simile a Woebot e creata per fornire supporto secondo le linee dell’approccio CBT. Anche in questo caso lo studio ha incluso un numero esiguo di partecipanti selezionati in maniera non random (28 volontari reclutati tramite annunci su social media e in università) e nessun follow up è stato fatto. I risultati hanno mostrano una diminuzione dello stress percepito secondo la Perceived Stress Scale-10 (PSS-10) e un aumento del benessere psicologico in generale misurato con la Flourishing Scale (FS) e la Satisfaction With Life Scale (SWLS).

Rischi e potenzialità delle app per il benessere psicologico

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Fatte le dovute premesse sulle limitazioni metodologiche, entrambi gli studi riportano anche analisi qualitative su quanto riportato dai soggetti molto utili per comprendere l’impatto, i rischi e le potenzialità dell’utilizzo di app come supporto al benessere in popolazioni non francamente cliniche. Le tematiche emerse possono essere ricondotte a diverse aree, che vanno dagli aspetti tecnici a quelli di contenuto. I partecipanti hanno dimostrato un reale interesse e coinvolgimento in questo strumento, arrivando a consultare fino a 12 volte in un giorno la app, diventata per alcuni una vera e propria routine grazie anche alla possibilità accedervi in qualsiasi momento.

I pregi principali sono il poter esprimersi, apprendere e riflettere su aspetti importanti della propria vita, poter parlare della propria giornata e sfogarsi su ciò che succede, avere l’incoraggiamento e il supporto in situazioni di incertezza. D’altro canto, i soggetti hanno evidenziato tra i difetti proprio il fatto che se da un lato Shim viene umanizzato e parlarci viene considerato alla stregua di una conversazione “umana”, dall’altro è deludente accorgersi dei suoi limiti e che si tratta solo di un chatbot poiché non è possibile portare la relazione ad un livello più profondo. Difetti quali la ripetitività di frasi o domande, oppure il fatto che non colga alcune sfumature del linguaggio, rendono alcune volte parlare con Shim artificiale in maniera troppo evidente, creando distacco e delusione perché non si può andare oltre nel rapporto.

Gli strumenti di conversazione automatica come Siri della Apple o Alexa di Amazon facilitano la nostra vita quotidiana offrendoci servizi e riducendo tempi e costi di molti processi. Cosa implica però applicare questi strumenti alla sfera del benessere psicologico è un discorso diverso che prende in considerazione più aspetti. La realtà virtuale permette di abbattere i costi e svincolarsi dallo stigma che accompagna il disagio mentale: la possibilità dell’anonimato e l’accessibilità direttamente da casa attraverso la propria connessione consentono di eludere la condivisione del proprio disagio con altri e di non dover affrontare le spese della terapia. Ma qui sta il punto.

Per quanto possano lenire alcuni sintomi e funzionare da sfogo nel quotidiano, questi strumenti non sono e non hanno nemmeno la pretesa di sostituirsi a percorsi di terapia, percorsi tenuti da professionisti in carne e ossa e che permettono la creazione di una alleanza terapeutica profonda e qualitativamente insostituibile. Gli Autori (Fitzpatrick et al., 2017; Ly et al., 2017) sottolineano chiaramente e senza ambiguità che le app possono avere funzione educativa e di supporto ma non di sostituzione della terapia. Mostrano di aumentare il coinvolgimento e l’aderenza al trattamento, di essere percepiti come strumenti utili e interessanti, di portare sollievo e benefici e sicuramente in un futuro non lontano saranno sviluppati sistemi sempre più raffinati e capaci di farci sentire capiti sebbene da una tecnologia automatizzata. Il momento in cui un robot si sostituirà ad un essere umano è però ancora molto lontano.

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