expand_lessAPRI WIDGET

Ansia nelle immersioni subacquee: come riconoscerla e prevenire il panico

Ansia nelle immersioni subacquee: Andare sott’acqua costituisce, di per sé, una situazione potenzialmente stressante, in quanto l’acqua non è l’elemento “naturale” dell’essere umano e per sopravvivere il subacqueo si affida completamente alla propria attrezzatura, che potrebbe presentare malfunzionamenti. Inoltre, le condizioni dell’ambiente acquatico possono mutare velocemente, costringendo il subacqueo a rivedere la pianificazione dell’immersione, affrontando, a volte, situazioni disagevoli (forte corrente, poca visibilità). Sembra essere, quindi, fondamentale, la capacità dell’individuo di gestire l’ansia nelle immersioni subacquee prima che questa sfoci in panico, limitando i comportamenti che possono risultare dannosi.

Giulia Borsari, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

Ansia nelle immersioni subacquee: introduzione

L’attività subacquea ha subito, negli ultimi anni, una profonda trasformazione: da sport riservato a pochi esperti, dotati di grandi capacità fisiche, che si immergevano in solitaria per scoprire tesori e luoghi inesplorati, è diventata un’attività ludica di massa, aperta ad un vastissimo pubblico. Questo è stato possibile grazie alle innovazioni tecnologiche che hanno permesso a tutti (anche i portatori di handicap) di effettuare piacevoli immersioni, alla scoperta dei fondali e dei colori nascosti a diverse profondità, rispondendo alla curiosità ed al bisogno di superare i propri limiti che da sempre caratterizza l’umanità.

Questo più facile accesso al mondo subacqueo ha portato ad interrogarsi sulla sicurezza in immersione, sia dal punto di vista tecnico (quali sono le profondità massime? Quali i tempi di immersione più indicati?), sia dal punto di vista comportamentale. A questo proposito, le didattiche sottolineano l’importanza del sistema di coppia (non ci si immerge mai da soli), del controllo (quasi ossessivo) della propria attrezzatura e di quella del compagno, del monitoraggio del proprio stato fisico e psicologico.

Numerosi autori si sono interrogati per individuare un protocollo psicoattitudinale da affiancare a quello medico nella selezione di chi pratica la subacquea (Biersner, 1971; Zannini e Montinari, 1971; Morgan, 1983; De Marco, 1987; Hunt, 1993; Nevo e Breitstein, 1999; Gargiulo, 2003; Venza e Mandalà, 2005), senza tuttavia giungere ad una conclusione comune. Si evidenzia, tuttavia, la rilevanza dell’ansia e dei fattori che predispongono a sviluppare panico in situazioni stressanti (Bachrach e Egstrom, 1987; Morgan, 1995).

Andare sott’acqua costituisce, di per sé, una situazione potenzialmente stressante, in quanto l’acqua non è l’elemento “naturale” dell’essere umano e per sopravvivere il subacqueo si affida completamente alla propria attrezzatura, che potrebbe presentare malfunzionamenti. Inoltre, le condizioni dell’ambiente acquatico possono mutare velocemente, costringendo il subacqueo a rivedere la pianificazione dell’immersione, affrontando, a volte, situazioni disagevoli (forte corrente, poca visibilità). Sembra essere, quindi, fondamentale, la capacità dell’individuo di gestire l’ansia nelle immersioni subacquee prima che questa sfoci in panico, limitando i comportamenti che possono risultare dannosi.

Infatti, in una situazione di panico, il sub ha una sola cosa in mente: raggiungere la superficie il più in fretta possibile; in queste circostanze è molto facile che egli dimentichi la regola fondamentale della subacquea: respirare sempre per evitare che risalendo in superficie l’aria contenuta nei polmoni, non più sottoposta a pressione, si espanda causando lesioni polmonari. D’altra parte, se abbiamo la sensazione di non riuscire più a respirare (così comune negli attacchi di panico) la cosa che istintivamente ciascuno farebbe sarebbe cercare di raggiungere la superficie, trattenendo quel poco di aria che ancora ci sembra di avere. Statistiche del DAN (Divers Alert Network, 1999) sostengono che il panico è responsabile del 20-30% degli incidenti mortali che si verificano nel corso di un’immersione ed è probabilmente la prima causa di morte nelle attività subacquee. Sembra, inoltre, che l’eventualità di sviluppare un attacco di panico nel corso di un’immersione non sia prerogativa dei neo-brevettati: Morgan (1995) ha rilevato che oltre la metà dei sub esperti che si sono sottoposti ad intervista ha sperimentato almeno una volta un attacco di panico. Sembra pertanto utile cercare di capire quali siano le caratteristiche dell’ansia nelle immersioni subacquee, se vi siano peculiarità rispetto alle crisi che si verificano sulla terraferma, al fine di sviluppare sistemi di gestione sempre più efficienti.

 

Ansia nelle immersioni subacquee: conoscere l’ansia

L’ansia è uno stato d’animo normale, utile e con funzione protettiva. In particolare, ci segnala la presenza di una potenziale minaccia per la nostra sopravvivenza e per il nostro benessere. Questo segnale induce il nostro Sistema Nervoso Autonomo ad attivarsi per dare una pronta risposta alla potenziale minaccia avvertita, nella forma di una risposta di attacco o di fuga. In particolare, questa attivazione (arousal) comporta una risposta fisiologica e cognitiva: dal punto di vista fisiologico si sperimenta un aumento della velocità del respiro, che diventa però sempre meno profondo, un aumento del battito cardiaco, una aumentata sudorazione, una maggiore tensione muscolare (tutte reazioni che rendono più agevole una eventuale fuga o un eventuale attacco); dal punto di vista cognitivo si verifica una focalizzazione sulla potenziale minaccia (o problema), con lo scopo di trovare la soluzione più efficace per fronteggiarla.

È quindi evidente come l’ansia, a livelli moderati, sia funzionale ad ottenere una migliore performance, in quanto aiuta a mantenere la concentrazione sul proprio obiettivo ed un adeguato livello di motivazione. Tuttavia, un livello di ansia molto elevato tende a far concentrare l’individuo su se stesso e sulle proprie paure, allontanandolo dai propri obiettivi (Andrews, 2003). In particolare, l’individuo percepisce la situazione come minacciosa, considera le sue capacità di far fronte alla situazione come insufficienti e si concentra sulle conseguenze negative che conseguiranno al fallimento, piuttosto che cercare effettive soluzioni (Zeidner, 1998). Pertanto, un basso livello di ansia può aiutare il subacqueo ad essere più prudente, mentre uno stato d’ansia eccessivo può condurre ad una dimensione cognitiva e percettiva ridotta, in cui l’attenzione del subacqueo si sposta su timori e preoccupazioni, facendogli trascurare aspetti importanti, come la risalita lenta.

Il panico, invece, è caratterizzato da paura, capogiri, sensazione di svenire, sensazione di soffocamento, dispnea, paura di morire, impazzire o perdere il controllo; consiste quindi in una situazione in cui i sintomi sono più pronunciati, ha un esordio improvviso, raggiunge rapidamente il picco sintomatologico (10 minuti o meno), svanisce entro un’ora ed è spesso accompagnato da un senso di catastrofe imminente (paura di morire, impazzire o perdere il controllo) e dall’urgenza di allontanarsi. In queste circostanze, il pensiero razionale risulta “sospeso” e le persone possono agire in modo imprevedibile, tale da mettersi in pericolo (Barlow, 1988).

Studi epidemiologici sulla popolazione subacquea (Morgan, 1999) hanno evidenziato che il panico sembra essere più frequente nelle donne (64%; uomini 50%), che tuttavia sperimentano tale evento come una minaccia alla propria sopravvivenza in percentuale minore (35%, uomini 48%). Molti sono i fattori che possono essere individuati come stressor: la sensazione di non ricevere abbastanza aria, la preoccupazione rispetto a malfunzionamenti dell’attrezzatura, la percezione di non avere le capacità di affrontare la situazione, la perdita di familiarità con l’ambiente circostante (definita “Blu Orb Syndrome”, simile ad una forma di deprivazione sensoriale). Oggettive difficoltà e “semplici” pensieri possono quindi innescare una catena di pensieri negativi, in cui il subacqueo ipotizza le conseguenze peggiori possibili, fino a concludere che la propria sopravvivenza è a rischio e sviluppando un attacco di panico. Tali attacchi possono essere inaspettati (non provocati), quando il subacqueo non ha alcun fattore di stress apparente; causati dalla situazione (provocati), se si manifestano subito dopo o nell’attesa di un fattore scatenante situazionale (malfunzionamento dell’attrezzatura, perdita di orientamento, scarsa visibilità…); sensibili alla situazione, non invariabilmente legati allo stimolo stressante e si possono manifestare anche successivamente.

 

Ansia nelle immersioni subacquee: come riconoscerla

Non tutti i subacquei sperimentano ansia nelle immersioni subacquee o panico e non tutti i subacquei che sperimentano ansia in una determinata situazione reagiscono in modo irrazionale. Tali differenze sembrano essere da imputare all’importanza che lo stimolo stressante riveste per l’individuo coinvolto, al fatto che ci sia stato uno specifico addestramento ed ai risultati che tale addestramento ha avuto nel rendere il subacqueo sicuro di sé ed adattabile alle diverse situazioni impreviste. Sembrano giocare un ruolo importante anche alcune caratteristiche individuali quali, per esempio, la maturità e stabilità emotiva, la capacità di far fronte a situazioni stressanti, la velocità di risposta, oltre alla consapevolezza delle proprie abilità motorie e alla fiducia nei confronti del proprio compagno di immersione (Baddeley et al, 1975; Nevo e Breitstein, 1999; Dolmierski et al, 1980).

Alcune condizioni costituiscono fattori che, se non gestiti con grande attenzione, possono rendere pericolosa l’esperienza subacquea: claustrofobia, ideazione suicidaria, psicosi, ansia di tratto, grave depressione, stati maniacali. Capodieci (2006) propone una piccola batteria di test per riconoscere gli individui più suscettibili al panico, non con lo scopo di escluderli dall’attività subacquea quanto, piuttosto, al fine di predisporre per loro percorsi personalizzati volti a sviluppare le capacità di gestione dell’ ansia nelle immersioni subacquee. Tali test sono:
– Clinical Anxiety Scale (CAS) di Thyer, un test di screening volto alla misurazione della quantità, del grado e della gravità dell’ansia (Thyer, 1992);
– Stait-Trait Anxiety Inventory (STAI) di Spielberger, che permette di identificare l’eventuale predisposizione all’ansia e al panico e differenzia l’ansia di stato, dovuta ad una situazione di vita del soggetto, dall’ansia come tratto di personalità (Spielberger et al, 1970);
– Self-rating Anxiety Scale (SAS) di Zung, una sorta di promemoria che il subacqueo passa in rassegna per addestrarsi a quantificare il proprio livello di ansia.

Come anticipato, tale batteria non è volta all’esclusione dall’attività subacquea di persone con predisposizione all’ansia, in quanto essa può essere superata con l’aiuto dell’esperienza e dell’addestramento.

 

Ansia nelle immersioni subacquee: prevenzione e trattamento

L’attività subaquea si caratterizza come una costante scoperta di un mondo parallelo, dove l’essere umano è ospite e dove ogni scorcio, ogni guizzo, è unico; l’uomo non si muove nel proprio elemento naturale e l’attività respiratoria, normalmente scontata ed automatica, diviene oggetto di attenzione. I problemi maggiormente associati con gli incidenti subacquei sono correlati alla respirazione e comprendono la mancanza di fiato e la difficoltà a respirare (reale o percepita) e la tachipnea (respirazione rapida) o iperpnea (respirazione più profonda) (Childs, Norman, 1978). Gli autori sottolineano come sia proprio l’alterazione nella respirazione (il passaggio da una respirazione normale ad una respirazione accelerata o con un diverso pattern) a costituire un segnale di ansia, riconoscibile dal subacqueo stesso e dai suoi compagni ed istruttori.

Allo stesso tempo, tra tutti i compiti che un soggetto deve svolgere per adattarsi sott’acqua, il cambiamento nella respirazione è sicuramente il più importante (Fagraeus, 1981). Innanzitutto, dalla respirazione nasale si passa a quella attraverso la bocca; inoltre la stessa sequenza della respirazione si modifica: mentre in superficie il pattern del respiro è, tipicamente, costituito da inspirazione – espirazione – pausa, in acqua tale pattern diviene inspirazione – pausa – espirazione. Non dimentichiamo poi la presenza della maschera, che influenza anche la capacità di prestazione visiva, oltre a contribuire al senso di ostruzione.

Appare quindi di centrale importanza proprio la gestione del respiro, come valida tecnica di gestione dell’ansia: controllando il ritmo e la profondità del respiro si previene quella che in superficie viene definita come iperventilazione. Tra le tecniche più efficaci nella gestione dell’ansia nelle immersioni subacquee troviamo la desensibilizzazione sistematica, utile per ridurre le preoccupazioni di quegli allievi che pur desiderando approcciarsi al mondo sommerso sono preda di timori quali la difficoltà di respirare sott’acqua o l’impossibilità di risalire al momento desiderato. Tale tecnica permette di definire una graduatoria di stimoli ansiogeni, che vengono affrontati gradualmente sia attraverso esperimenti immaginativi, sia attraverso esperimenti in vivo, in cui l’allievo, accompagnato dalla guida esperta di un istruttore e, quindi, in condizioni di sicurezza, sperimenta le proprie capacità e l’effettiva difficoltà della situazione temuta.

Altra tecnica utile è il flooding (tecniche implosive), soprattutto nella sua forma immaginativa, che consiste nel prospettare all’individuo uno scenario negativo e fortemente ansiogeno, così da aiutarlo a mettere in atto tecniche di problem solving, mantenendo sempre una condizione di sicurezza. Le tecniche cognitivo-comportamentali sembrano essere fortemente indicate, visti anche i successi ottenuti nel trattamento dei disturbi d’ansia più in generale. Tali tecniche permettono infatti di identificare, contestare e sostituire i pensieri automatici negativi che si celano sotto il timore cosciente sperimentato dall’individuo. In particolare, tali tecniche permettono di andare ad indagare gli scenari temuti, che spesso sono ancora più spaventosi in quanto percepiti come catastrofici ma indefiniti; inoltre consentono di ridurre il tempo dedicato al rimuginio su pensieri negativi ed intrusivi, ad esempio con la tecnica dello “stop del pensiero”.

Le principali didattiche riconoscono il potere stressante di molteplici situazioni e l’efficacia delle terapie cognitivo-comportamentali e propongono una specie di mantra che ogni subacqueo dovrebbe ripetersi e al quale dovrebbe affidarsi: la formula Fermati – Respira – Pensa – Agisci. Tale sequenza è volta proprio alla gestione di situazioni potenzialmente stressanti che, se affrontate sull’onda dell’ansia e della preoccupazione che inevitabilmente generano, possono evolvere in incidenti anche gravi. Questa formula sottolinea, come già fatto precedentemente, l’importanza del respiro, sia come fonte d’aria necessaria per la sopravvivenza, sia come ancora per mantenere il contatto con la realtà senza farsi travolgere dal panico. Tale strategia cognitiva appare particolarmente utile nella gestione degli attacchi di panico causati dalla situazione, mentre non sembra essere altrettanto efficace per le forme di panico inaspettato (Capodieci, 2006).

 

Conclusioni

In conclusione sembra possibile affermare che vi siano soggetti maggiormente predisposti a sviluppare ansia nelle immersioni subacquee; in particolare, persone con un’elevata ansia di tratto e con convinzioni negative su di sé e sulle proprie capacità di affrontare e gestire le situazioni. Non sembra tuttavia possibile descrivere queste persone come “inadeguate” all’attività subacquea, in quanto proprio grazie alla pratica di questa attività possono sperimentarsi come persone capaci e possono acquisire nuove strategie di gestione dell’ansia, che possono risultare utili nella vita quotidiana.

Appare tuttavia importante poter identificare questi individui al fine di offrire loro un percorso di formazione e di addestramento personalizzato, che rispetti i loro tempi e le loro necessità, dando modo agli istruttori di approfondire e sviluppare gli esercizi più adeguati ad implementare la sensazione di sicurezza e di controllo durante un’immersione. Aspettative negative e preoccupazioni sono aspetti che possono fare sperimentare una situazione come più negativa di quanto essa sia, spesso ancor prima di sperimentarla, provocando quindi una condizione di stress; è quindi fondamentale che chi pratica l’attività subacquea sviluppi un buon dialogo con se stesso relativo al proprio stato d’animo, oltre che buone capacità di assertività per riuscire a rispettare le proprie necessità, anche quando questo comporta rinunciare ad un’immersione e ammettere, davanti a tutti, di non sentirsi in grado.

La comprensione della fisica nei bambini: non parlano, non camminano, ma i lattanti conoscono già la fisica dei liquidi

Nasciamo equipaggiati con un bagaglio di nozioni di fisica di base, quel che basta per non essere colti di sorpresa quando interagiamo con gli oggetti. Gli scienziati lo hanno scoperto negli ultimi due decenni. Quello che non sapevano ancora però era che questa fisica “ingenua” già a soli cinque mesi di vita si estende anche ai liquidi e a quei materiali che non si comportano come solidi (la sabbia per esempio), come dimostra un nuovo studio pubblicato su Psychological Science.

SISSA, Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati

 

Se prendiamo una palla in mano, la lasciamo andare e questa rimane sospesa per aria, anche un bambino di pochi mesi rimane sorpreso. Proprio come un adulto, si aspetta che l’oggetto cada. Anche così piccolo l’essere umano possiede già alcuni rudimenti sul comportamento dei solidi. Ora un nuovo studio amplia questa conoscenza, inserendo nella “fisica ingenua” dei bambini anche i liquidi e altri non-solidi.

[blockquote style=”1″]Questo nuovo lavoro nasce sulla base di esperimenti precedenti dove avevamo osservato che i bambini si sorprendevano quando un liquido non si comportava da liquido, (negli esperimenti ‘baravamo’ mascherando un solido da liquido)[/blockquote] spiega Alissa Ferry, ricercatrice della SISSA fra gli autori della ricerca. La loro sorpresa, spiega Ferry, dimostra che le aspettative sul liquido erano disattese. [blockquote style=”1″]Quello che però non potevamo ancora stabilire era se i bambini sapessero come si doveva comportare il liquido, o se semplicemente si aspettassero che fosse diverso da un solido.[/blockquote]

Ferry e colleghi (la prima autrice dello studio è Susan Hespos della Northwestern University in Illinois, USA, dove sono stati condotti gli esperimenti) hanno perciò ideato una nuova serie di prove con una gamma più ampia sia di materiali che di “interazioni” col materiale. In una prima fase di “abituazione”, il contenuto di un bicchiere veniva mostrato ai bambini, inclinato davanti ai loro occhi. Il bicchiere poteva contenere un solido (che nell’aspetto da fermo era indistinguibile dall’acqua), o dell’acqua. Quando il bicchiere veniva inclinato avanti e indietro, i due materiali si comportavano in modo diverso: il solido restava perfettamente fermo, l’acqua si muoveva. Questa fase serviva a far capire al bambino se stava guardando un solido o un liquido.

Abnituation to liquids and solids - 1

Successivamente i bambini osservavano un bicchiere identico a quello della fase precedente (facendo loro credere che si trattava dello stesso) che in realtà poteva contenere lo stesso materiale che avevano già visto o quello opposto. A questo punto i bambini osservavano lo sperimentatore che rovesciava il contenuto del bicchiere in un altro recipiente con sopra una griglia, oppure immergeva la griglia (o la appoggiava se si trattava del solido) dentro al bicchiere.

[blockquote style=”1″]Negli esperimenti precedenti ci limitavamo a versare il contenuto del bicchiere. Questa volta abbiamo aggiunto la griglia per verificare se davvero i bambini comprendevano la bassa coesività del liquido, che può passare attraverso una superficie forata e ricomporsi nella bacinella, a differenza di un solido che, essendo altamente coesivo, non passa attraverso un altro solido[/blockquote] spiega Ferry.

Nella fase di abituazione infatti i bambini potevano sapere come il liquido si deforma con il movimento, ma non era chiaro se fossero in grado di usare questa conoscenza per comprendere le proprietà dei liquidi. [blockquote style=”1″]Se i bambini capiscono le proprietà dei liquidi, allora dovrebbero sorprendersi nel vedere che quello che pensano essere un liquido rimane intrappolato nella grata.[/blockquote]

Abnituation to liquids and solids - 2

 

E infatti l’analisi del comportamento dei bambini dimostra che quando si aspettavano un liquido restavano stupiti a vederlo bloccarsi sulla grata (o vedendo la griglia che non riesce a immergersi nel materiale). Viceversa se credevano di guardare un solido, allora si sorprendevano a vederlo passare attraverso la grata.

Nello studio sono stai usati anche altri materiali, come la sabbia e delle biglie di vetro. [blockquote style=”1″]Anche in questo casi i bambini mostravano di conoscere il comportamento delle sostanze. Questo è particolarmente interessante perché se possiamo immaginare che anche a soli 5 mesi i lattanti abbiano già una certa esperienza diretta con i liquidi, l’acqua in particolare, fra poppate, bagnetti e 9 mesi di permanenza nel liquido amniotico, è improbabile che abbiano incontrato molte volte la sabbia o le biglie colorate. Questo suggerisce che i bambini hanno una comprensione ‘ingenua’ della fisica delle sostanze non-solide[/blockquote] conclude Ferry.

Dopo i 18 anni non si è più autistici: l’imbarazzante paradosso italiano

Nessuno lo trova imbarazzante? Io lo trovo imbarazzante, come probabilmente buona parte dei genitori che vivono la stessa paradossale esperienza di Gianluca Nicoletti di svegliarsi una mattina, esattamente il giorno del diciottesimo compleanno del figlio, sapendo che fino alla sera prima era autistico e da ora non lo sarà più.

I genitori lo sanno bene che non è certo un’etichetta diagnostica a condizionare il loro modo di guardare i propri figli ma sanno anche che, dopo 18 anni di calvario, questo è ciò che ha garantito loro quel minimo di servizi che lo stato dedica alla popolazione autistica.

L’autismo è una neurodiversità da cui non si guarisce, si nasce autistici e si muore autistici. Negare l’esistenza di un autismo “adulto” è un po’ come negare l’esistenza dell’autismo stesso e deresponsabilizzare tutta la società dal dovere di conoscere la cultura autistica per garantire l’inclusione dei suoi membri.

Si parla tanto di inclusione scolastica ma essa dovrebbe essere lo specchio di quanto attenderà tutti i nostri figli, autistici e non, una volta fuori dalle aule e invece spesso non è che un’esperienza a tempo determinato che vede nella scuola primaria il suo massimo splendore per poi spegnersi lentamente con il passare degli anni.

Per le famiglie degli autistici, più che per altri, questo percorso suona quasi come un avvertimento, preannuncia la fine dell’autismo dei propri figli e l’inizio di qualcosa che non si conosce se non con un’unica consapevolezza, quella che un’altra etichetta andrà appiccicata ma sarà sicuramente quella sbagliata.

 

 

[blockquote style=”1″]Nella norma l’entrata di un figlio nella maggiore età è un passaggio fondamentale per un genitore, si tira il primo sospiro di sollievo, si pensa (magari ci s’illude) che il più sia fatto, ora è un adulto in prima fila al teatro della vita, che vada… Già ma quelli come Tommy dove volete che vadano? Da maggiorenni gli autistici s’imbullonano definitivamente ai genitori, i loro punti di riferimento certi si assottigliano sempre di più con il crescere. Ogni routine quotidiana deve necessariamente essere abbandonata, e per un autistico questo corrisponde a un cataclisma cosmico. Quando Tommy non potrà più vedere il suo pulmino giallo, sarà la fine di un rito per lui vitale, come quei sacrifici che gli uomini antichi facevano perché ogni mattina potesse rispuntare il sole. La scuola non potrà tenerselo parcheggiato ancora per molto, anche ogni centro pomeridiano di abilitazione e terapia ha scritto su Tommy la data di scadenza. A diciotto anni fuori, loro si occupano solo di bambini, massimo adolescenti. E da chi lo facciamo visitare se ha problemi? Di autismo ne sanno solo (pochi) neuropsichiatri infantili e lui ha barba e baffi. Già qualcuno ci parla di quei tristissimi posti chiamati «diurni», proprio come i bagni e docce con le piastrelle ingiallite, costruiti ai margini dei binari per il confort veloce di viaggiatori sudati. Sono sempre parcheggi, finisce ogni pretesa di abilitazione, si viene considerati come infilatori di perline, innaffiatori di basilico, passeggiatinatori da marciapiede.[/blockquote]

 

Compie oggi 18 anni ed è autistico, la vita nuova di mio figlio TommyConsigliato dalla Redazione

Mio figlio autistico Tommy compie 18 anni. È un giorno da festeggiare perché da oggi non è più autistico. Mi piacerebbe dire che è stato un miracolo, ma è soltanto la guarigione forzata per cui sono… (…)

Tratto da: LaStampa.it

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 

Linguaggio Schizofrenico e Psicoterapia d’Intervento: dalla struttura del linguaggio al contesto clinico

Le caratteristiche del linguaggio schizofrenico sono un elemento nodale per l’inquadramento clinico e il successivo orientamento tecnico/terapeutico in corso di trattamento; le sue specificità contenutistiche e le peculiari organizzazioni sintattiche differiscono totalmente da quelle di altre patologie cliniche in ambito mentale.

 

Il linguaggio schizofrenico: introduzione

Il linguaggio schizofrenico è, più di ogni altra organizzazione comunicativa patologica, il portato tangibile dell’esperienza psicotica interna rispetto alla realtà oggettiva, soggettiva e intersoggettiva. In questo articolo, esaminando la schizofasia, ovvero l’uso schizofrenico del linguaggio e la sua propria forma di retorica, forniremo un quadro di riferimento comunicativo-diagnostico con alcune specificità d’intervento proprio in relazione alla comunicazione terapeuta-paziente nelle psicosi schizofreniche.

 

Psicofisiologia: la funzionalità schizofrenica

Le teorie, i modelli e gli approcci psicodinamici circa la schizofrenia sono numerosi ed essendo obiettivo di questo articolo il linguaggio schizofrenico in quanto tale, e la tecnica di interazione nel trattamento relativa, è opportuno volgere inizialmente l’attenzione sulla funzionalità psicofisiologica di tale disturbo tramite le evidenze sperimentali e strumentali capaci di fornire comunanze cliniche circa ogni scuola. Iniziamo col dire che gli studi sperimentali accreditati sembrano indicarci come i disordini del linguaggio schizofrenico siano in stretto rapporto con due elementi nodali: la modalità delirante, propriamente detta, con un disturbo formale positivo del pensiero.

Ciò a dire che è la perdita dei nessi associativi tra le idee e la “delimitazione” concettuale delle idee stesse a determinare le forme del linguaggio schizofrenico incoerente, illogico, tangenziale, deragliante, eccentrico (Bleuler 1985; Andreasen, Grove 1986); a questo dobbiamo aggiungere le analisi propriamente linguistiche – sintattiche e di associazione nei test carta/matita (anche simbolici) che hanno evidenziato come il pensiero disorganizzato, il deficit della memoria (a breve e a lungo termine) sarebbero apprezzabili indicatori di una condizione clinica meritevole d’attenzione, ciò specialmente per quanto riguarda test di valutazione dei ricordi e del linguaggio narrativo (Hoffman et al. 2011).

Più specificatamente, a livello di analisi strumentale, l’attivazione cortico-somatosensoriale, sui processi di organizzazione e controllo dell’azione, è stato dimostrato come abbia notevole ruolo nelle cinestesie, nei fenomeni di improvvisa “deriva” cognitivo-sensoriale e nelle allucinazioni uditive, ciò sino ad avere diretta e conseguente influenza nella stessa produzione linguistica schizofrenica (Frith 2004). L’esame alla risonanza magnetica funzionale (f MRI) avrebbe evidenziato due elementi centrali:
un’anomala attività delle aree cerebrali temporali e un’anomala attività delle zone parietali dell’emisfero sinistro (parte posteriore del giro temporale con specificità d’attività nel medio).

Questi due elementi sarebbero in relazione con la presenza delle allucinazioni uditive e con i fenomeni di dissociazione delle rappresentazioni lessicali e semantiche (Wible 2008). La conferma, indiretta ed incrociata, di questi elementi funzionali ci viene dall’utilizzo dei potenziali evento-correlati (ERPs) che confermano i problemi di memoria semantica (N400) e di comprensione verbale (P600) con disturbi d’onda emessa in P300 e ciò a livello delle aree: corticali temporali, frontali e parietali dell’emisfero sinistro (Sitnikova,2010; Ditman et al. 2011; Liddle et al, 2002).

 

Linguaggio schizofrenico: clinica psicoterapeutica

Le primissime osservazioni cliniche circa la schizofrenia inducevano a teorizzare una sorta di disturbo non specifico dell’organizzazione del linguaggio (Wible 2008), non del tutto distinguibile da un progressivo degrado delle funzioni cognitive. Tale sovrapposizione di elementi definì il termine di dementia o dementia precox. Il linguaggio schizofrenico infatti manifesta elementi semantici estremamente caratteristici ma difficilmente comprensibili in prima battuta e suscettibili di confusione con un deterioramento meccanico-funzionale delle capacità cognitive e di relazione (Frith 2004). Oltre la scarsa trasparenza dei segni linguistici, della loro incomprensibilità, del fatto che essi sembrano dei giochi di parole meta-ricorsivi, vi è la possibilità di trovare un senso condivisibile e terapeuticamente funzionale al linguaggio schizofrenico.

Nelle manifestazioni schizofreniche il significato delle costruzioni linguistiche rimane latente, oscuro, ambiguo; fatti, circostanze, ricordi, idee e sentimenti si perdono nella particellazione di un discorso che finisce col perdere il valore semantico comune e condiviso per privilegiare invece gli aspetti strutturali, esteriori. Allo stesso tempo non sembra avere molta importanza per lo schizofrenico la presenza e il riferimento a un altro da sé: in tali casi il coinvolgimento relazionale si conclude con le esperienze dissociative dell’Io, con il ritiro in sé del soggetto poiché l’altro – sia esso una persona o un evento qualsiasi – è percepito invariabilmente come alieno; si tratta di una struttura/processo in perenne divenire ove disgregazione e ristrutturazione ideativo/emotiva procedono per picchi dai nessi associativi del tutto interni, personali ed arbitrari.

Gli schizofrenici possono adoperare, nel corso della stessa seduta, un registro formale, manierato, incomprensibile, autoreferenziale come anche espressioni esplicite di uso corrente, estremamente dirette pur nella loro brevità e semplicità concettuale. Questo particolare flusso linguistico è il vero e proprio “andamento” della patologia stessa, ovvero il nucleo delirante dissociativo che incorpora, assembla, frammenti percettivi ed ideativi alimentando, ingrossando e contaminando il flusso interno di informazioni. È proprio questo, la labilità dei nessi associativi nelle idee, che favorisce l’overinclusion di elementi concettuali ridondanti, non contestuali o destrutturanti che determinano la rilevabile distorsione dei contenuti rappresentativi, simbolici, espressivi del discorso schizofrenico e si risolvono nei processi linguistici schizofasici (Cameron, 1944).

Questa area di confusività circa il linguaggio schizofrenico è da riferirsi all’uso massivo e alla ricorrenza delle seguenti strutture semantiche ascritte propriamente in questo disturbo, ovverosia:
neologismi;
paralogismi;
lapsus linguae.

Nodali, e ricorrenti, tra le strutture presentate sono i paralogismi (o parafasie) ovvero termini che assumono arbitrariamente il suono (fonema), il referente (reale o immaginario) e il significato (come anche il significante) di altre parole e/o suoni usati altrove correntemente, ciò soprattutto in modo quasi mai connesso a un contesto specifico o argomento. Nella pratica clinica che accoglie ed interagisce col paziente schizofrenico, si colgono enunciati incentrati nella forma di locuzioni olofrastiche, come anche le cosiddette druse verbali, queste ultime estremamente ed ulteriormente peculiari poiché sono “neoformazioni” di parole o di frasi condensati tra loro che, ad una prima analisi, rimandano ad una pluralità di concetti assemblati e confusi tra loro al fine di enucleare un solo e personalissimo concetto (Hoffman et al.2011). Queste ricorrenze e specificità di strutture semantiche destrutturano e frammentano – proprio come è il disturbo schizofrenico – la linearità concettuale e semantica della frase sino a condurre ad un inanellamento di micro concetti, estremamente brevi e all’apparenza non collegati tra loro, in una successione diversa dagli stimoli ambientali o dal referente in campo (Piro 1967).

Il focus del linguaggio schizofrenico non è tanto a livello della struttura sintattica delle frasi ma, piuttosto, ad un livello più profondo che tocca il senso individuale e il significato condivisibile, complessivo, dell’esperienza personale delirante per riflettersi, poi, in quello peculiare della parola come atto comunicativo e di azione nel mondo, con un costante ed inarrestabile rimbalzo del significato delle parole e delle espressioni verso categorie sempre più generiche e dai significati sfumati e/o confusi.

Si viene così a strutturare un “discorso” permeato di un “alone semantico”, senza un preciso inizio e senza reale fine:
– metalinguistico: una parola sottintende un’altra e da questa un’altra ancora in uno spostamento continuo di argomento e contesto.
– ambiguo: non vi è referente chiaro nelle asserzioni e il termine appena detto è metafora dell’altro a venire.
– allusivo: il significato di una parola o frase non è mai identificabile, il discorso è perennemente aperto ad ulteriori interpretazioni.
indeterminato: le frasi sono spesso neutre, senza chiara valenza di positività o negatività di opinione o vissuto verso qualcosa o qualcuno.

Da cui ne deriva la quasi completa dispersione del significato nel discorso schizofrenico.

Questo flusso continuo ma spaiato di concetto/i-contesto/i origina il vero e proprio “alone semantico” fatto di concatenazioni linguistiche incomprensibili, in forme glossolaliche, ovvero le specifiche e rilevabili “lingue” schizofreniche.

 

Cosa intendiamo con forme glossolaliche associate alle lingue schizofreniche?

Intendiamo (Cameron, 1944; Piro 1967; Hoffman et al.2011) l’insieme di flussi linguistici incomprensibili ma ben strutturati sintatticamente, tali da configurarsi come vere e proprie protolingue legate a un uso referenziale (delirante e allucinatorio) assolutamente privato e molto difficilmente condivisibile sul piano esperienziale e comunicativo. Esempi di questi flussi linguistici e protolingue sono:
– strutturare frasi al contrario
– usare una protolingua creata ad hoc e ciò con particolare riferimento ad una persona che condivide questa modalità o tendenza
– intervallare una frase positiva con una di senso avverso, alternando una lingua ad un’altra o mimando voci
– sottrarre consonanti o vocali (o anche entrambe ma secondo regole numeriche, ad esempio) ad una frase o discorso
– il “pensare” una parola, o frase, e disegnarla con la lingua sulla parete interna dei denti o praticare uno “spelling” lettera per lettera usando i denti
– il “mimare” una parola o frase agendola in tutto e per tutto in una rappresentazione catartica/isteroide di tipo delirante, con conseguenti manifestazioni ed effetti di irrefrenabile euforia o tristezza o disperazione oppure una vera e propria crisi.

 

Linguaggio schizofrenico: psicoterapia d’intervento

L’approccio terapeutico, inteso come identificazione-accoglienza della patologia ed interazione clinica con essa, deve essere centrato sull’importante distinguo relativo all’alterità del soggetto circa l’altro (un Tu referente) e del mondo (il contesto in vivo) (Andreasen N.C., Grove W.M., 1986; Frith C.D. 2004). In altre parole per lo specializzando in psicoterapia – sia psicologo che psichiatra – è opportuno sempre tenere in conto la “distanza” (o prossimità implicita) che il soggetto schizofrenico e/o paranoide stabilisce ed agisce nelle sue fasi, siano esse episodiche.
In altre parole: nella pratica clinica è la presenza o meno di un tu, rispetto ai discorsi ed affermazioni, del paziente ad orientare il dialogo clinico e strategico.
L’assenza totale di un Tu nella mente schizofrenica rimanda al già enunciato concetto di Nevrosi Narcisistica di freudiana memoria.

Il linguaggio schizofrenico è l’implosione di un soliloquio senza cornice, dove significante e significato si fondono e confondono in una progressione ora lenta, ora veloce, ora ricca ora povera di termini (Sitnikova,2010; Ditman et al. 2011; Liddle et al, 2002). Il clinico avrà la necessità di considerare la fertilità ed “espansione” stessa di questo eloquio anziché il significato reale di questo, come a dire che sarà la frequenza e flusso del linguaggio a determinare il livello di dialogo tra paziente e terapeuta ponendo a parte la pretesa – pur giusta e logica ma in questo caso fuorviante – del “cosa significa tutto questo”. Il significato del suo linguaggio, per lo schizofrenico, è il contatto continuo col suo mondo interno imploso e il tentativo, ora discreto ora inefficace, di “organizzarsi” internamente in una struttura coerente, stabile, capace di scambio.

Rispetto alla schizofrenia la difficoltà è e sarà sempre far concentrare il soggetto su di un referente reale, normativo se si vuole usare questo termine, dialogante e solido, ed in questo è la difficoltà sostanziale di un’alleanza terapeutica e processo terapeutico continuativo con obiettivi terapeutici raggiungibili (Wible C.G., 2008).
Le specifiche psicopatologiche derivanti dall’analisi del linguaggio schizofrenico e le conseguenti attenzioni/azioni cliniche, ad esso relative, sono presentate, esposte e specificate in quanto segue:

– Il linguaggio non ha un referente, non c’è un Tu cui si è rivolti (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004)
– I significati e significanti tra loro sono scambiati, interpolati ed espansi
– Non vi è una cornice contestuale di riferimento
– Il confine Io-Tu è abbattuto da percezioni corporee al limite della cinestesia e l’accadimento psicologico è anche l’accadimento psichico e viceversa (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004)
– L’eloquio non ha un perché, non ha un tangibile ed intellegibile significato immediato. Il clinico deve “imparare” quella forma particolare di linguaggio soggettivo di quello specifico paziente come fosse una lingua nata e sviluppata in base ad una storia di sofferenza mentale (Wible C.G., 2008).

– Il linguaggio schizofrenico porta comunque una particolare forma di condivisione e disvelamento di eventi traumatici, di conflitti passati e presenti come, anche, del cosiddetto “segreto terapeutico” ovvero del nucleo cognitivo/affettivo restante che serba l’evento traumatico psicologico. Il clinico deve avere disposizione alla massima attenzione ai concetti e sfumature di essi poiché è nelle pieghe di questo linguaggio che risiedono informazioni preziosissime pur non manifeste (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004).

– Annotare le forme grammaticali ricorrenti ed i termini maggiormente utilizzati dal paziente. Sono nodi linguistici e concettual-esperenziali che si ripropongono con una certa frequenza, la chiave di accesso alla relazione col paziente schizofrenico è in queste ricorrenze (Wible C.G. ,2008).
A seguito di queste ricorrenze e stabilita una anche pur labile forma di alleanza terapeutica, il clinico sposterà l’attenzione del setting terapeutico e del paziente stesso sui referenti di questi nodi concettuali ed esperenziali, identificando le figure di riferimento a tali nodi (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004).
– Mappa Comunicativa: rappresentare graficamente, con uno schema, l’eloquio schizofrenico ed i suoi contenuti (la sintassi, i termini, le ricorrenze, i referenti) aiuterà a creare una mappa d’intervento con e sul paziente. Vi si troveranno almeno due o tre ricorrenze che dovranno poi essere integrate in una ideale life-spam line timing (linea del tempo del paziente, vita e cicli vitali), andando a porre enfasi sulla sequenza di eventi occorsi nella storia clinica sì da individuare i punti di “frattura” interna e le debolezze dell’Io circa la progressione del disturbo (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004).
– Creare un ambiente di riferimento stabile (spazio): ciò significa assicurare allo schizofrenico un ambiente il più stabile, coerente e persistente nel tempo possibile. I dialoghi, i confronti o le conversazioni troppo animate devono essere evitate; bisogna rivolgerglisi con fare calmo e parole semplici, frasi brevi, spiegando semplicemente ciò che si fa o si sta per fare (J.S. Kasa-nin, 2012).

– Creare un ambiente di referenza stabile (tempo): indispensabile è provare a stabilire e a far ottemperare qualche minima regola riguardante l’igiene, le sigarette, scandire la giornata con attività di routine normative ed integrative (sveglia, igiene personale, attività intermedie, pasto, passeggiate, ecc.) (J.S. Kasa-nin, 2012).
– Dialogare senza Effrazione: questa specificità è nodale nel setting terapeutico ma è anche una consegna e modalità di relazione che, nel caso vi siano, deve essere volta a familiari ed amici. Un dialogo senza effrazione verbale è un dialogo percepito dallo schizofrenico come non invasivo e facilita, nel quadro di una terapia farmacologica e psicoterapeutica, una strutturazione ideativa. Critiche, imposizioni, minacce il più delle volte non sono nemmeno percepite mentre, in fase fertile, possono essere restituite al contesto in gravi crisi o atti distruttivi. La preferenza va data agli incoraggiamenti piuttosto che alle rimostranze (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004; J.S. Kasa-nin, 2012).
– La Risorsa Sistemica: la cerchia di familiari e amici gioca un ruolo importante nel far rispettare le prescrizioni farmacologiche, gli appuntamenti terapeutici e di follow up. Ridondante è la questione della terapia farmacologica e ciò essenzialmente per i relativi e commisurati effetti collaterali, alcuni sono transitori, scompaiono dopo qualche giorno di trattamento, altri possono essere corretti con farmaci o devono condurre a modificare la terapia. Se un’altra persona, in casa, segue un qualsiasi tipo di altra terapia, può essere utile instaurare un momento in comune per l’assunzione dei farmaci, al fine di ridurre i rischi di dimenticanza o negligenza (C. McDonald, K.Schulze, R.M. Murray, P. Wright, 2004; J.S. Kasa-nin, 2012).
– Nella crisi schizofrenica (Piro S., 1967; J.S. Kasa-nin, 2012) è spesso agitato, angosciato, in preda ad allucinazioni o a idee deliranti. Le azioni concomitanti debbono essere tese a contenere onde evitare un suo aggravamento ulteriore o passaggi all’atto. Quindi attenersi a quanto segue:

a) è preferibile essere soli col paziente, anche se ci sono persone in una stanza vicina, e rassicurarlo parlandogli dolcemente nel modo più normale possibile;
b) nessun contatto fisico o fissarlo negli occhi o prossimi fisicamente, men che meno bloccare le uscite (ciò per evitare che il paziente si senta minacciato e per proteggere la persona che è con lui/lei);
c) esprimere empatia, chiedendo cosa c’è che non va o commentando ciò che sente (n.b. riformulazione sull’evidenza:“Hai paura?”), senza moltiplicare o complicare le domande o iniziare dialoghi. Formule semplici, ripetute in modo identico, ciò contiene e minimizza ulteriori destabilizzazioni (Piro S., 1967; J.S. Kasa-nin, 2012).

 

Conclusioni

La struttura e il significato delle proposizioni schizofreniche, e delle sue molteplici variazioni e declinazioni schizofreniformi, invitano se non impongono allo specialista una curva specifica di neo-apprendimento e dimensionamento dell’intervento su specifiche, sia psicopatologiche che d’intervento. Un’analisi della psicofisiologia specifica del disturbo schizofrenico, gli studi su questo specifico meta-linguaggio – e sulle sue dislocazioni psicopatologiche – facilitano la clinica alla progettazione ed attuazione di un piano terapeutico e d’intervento. Il cogliere contributi multidisciplinari, direziona ed agevola nella ipotesi diagnostica e di cura, alla costruzione, ogni volta sempre più specifica a seconda del caso, di un attuned intervention ove il generale della patologia e il particolare del soggetto possono incontrare adeguata risposta ed aumentata efficacia.

Terapia della bambola (Doll Therapy): un aiuto alla persona con demenza

Attualmente sono disponibili diverse terapie per il trattamento non farmacologico delle demenze. Un intervento che trova ampio utilizzo nella pratica clinica è la cosiddetta terapia della bambola (Doll Therapy), che nasce all’interno della terapia del giocattolo.

Nelle malattie accomunate da un progressivo decadimento cognitivo, come le demenze, emergono con il passare del tempo sintomi psichiatrici e comportamentali (spesso indicati con l’acronimo BPSD, Behavioural and Psychological Symptom of Dementia).

Considerato il crescente numero di persone con demenza, si sente sempre più forte il bisogno di interventi personalizzati per attenuare i sintomi associati a questa condizione. Circa il 90% degli anziani con demenza presenta almeno un sintomo della demenza BPSD tra cui vengono inclusi: sintomi psicotici, agitazione, disturbi dell’umore come depressione, apatia e iperattività (Alzheimer Society 2014).

Kitwood (1997) sostenne che i sintomi della demenza BPSD non sono semplicemente il risultato di cambiamenti organici del cervello ma, la conseguenza della relazione tra questi cambiamenti e l’ambiente psicosociale. Per muoversi verso un modello olistico di cura alle persone con demenza, è importante limitare l’uso di farmaci neurolettici ed esplorare altri interventi per migliorarne la cura e la qualità di vita. L’uso di interventi non farmacologici nella cura del disagio invita gli operatori sanitari ad assumere un approccio di cura centrato sulla persona.

 

La terapia della bambola per i sintomi della demenza

Attualmente sono disponibili diverse terapie per il trattamento non farmacologico dei sintomi della demenza BPSD. Un intervento che trova ampio utilizzo nella pratica clinica è la cosiddetta terapia della bambola (Doll Therapy), che nasce all’interno della terapia del giocattolo, diffusasi negli anni ‘80 negli USA e in Australia. Gli studi osservarono che l’uso dei giocattoli favoriva sentimenti positivi di attaccamento e sicurezza, miglioramenti nella comunicazione, e una diminuzione dei comportamenti aggressivi e oppositivi, in anziani con varie forme di demenza.

Attraverso un’analisi retrospettiva condotta su anziani con diagnosi di demenza residenti in casa di riposo, Ellingford, James, e Mackenzie (2007) hanno rilevato un aumento di comportamenti positivi (come impegnarsi in attività) e una diminuzione di comportamenti aggressivi nei residenti coinvolti nella terapia della bambola (Doll Therapy) rispetto ai soggetti che non la utilizzavano. Heathcote e Clare (2014) hanno riportato 12 casi di pazienti che hanno mostrato grandi benefici dalla terapia della bambola come: diminuita agitazione, aumento delle interazioni, e un miglioramento dell’appetito. Ulteriori studi hanno riferito che gli anziani con demenza hanno sviluppato relazioni significative e piacevoli con le bambole, sentimenti di attaccamento e orgoglio (Stephens et al., 2013).

La terapia della bambola (Doll Therapy) si configura, quindi, come un intervento dinamico tra l’anziano, la bambola e chi sta vicino per ottenere benefici nella comunicazione, nelle relazioni, per avere effetti calmanti e una riduzione dei comportamenti socialmente inappropriati.

 

Linee guida per la terapia della bambola

Mackenzie Wood-Mitchell e James (2007) hanno fornito delle linee guida per l’uso della terapia della bambola. Tra queste vengono specificate alcune caratteristiche che le bambole dovrebbero possedere, tra cui: corpi morbidi, occhi che si aprono e chiudono per evitare l’angoscia derivante dal fatto che possano pensare che la bambola dorma o sia morta, facce e vestiti diversi e variegati per evitare confusione sul possesso con gli altri ospiti. Diversi autori consigliano di introdurre la bambola in maniera indiretta, lasciandola nelle aree comuni in modo tale da consentire una libera interazione con essa.

Gli operatori coinvolti dovrebbero inoltre garantire che le bambole non vengano tolte all’ospite senza permesso, o senza una valida spiegazione e la rassicurazione che sarà restituita. La persona con demenza decide se si tratta di un bambino o di una bambola; ed è responsabilità degli operatori rinforzare questa credenza, i quali vengono incoraggiati ad utilizzare lo stesso termine scelto dall’anziano per definire la bambola (ad es. bambino o bambola) in modo tale da non creare confusione e rassicurarlo.

La bambola ha dunque il potenziale di migliorare il benessere personale attraverso l’incoraggiamento dell’interazione e della comunicazione, di favorire l’attaccamento e il bisogno di accudimento e di fornire una stimolazione sensoriale attraverso l’attività.

 

Critiche e punti di vista sulla terapia della bambola

Nonostante i suoi potenziali benefici, la terapia della bambola è attualmente sottoutilizzata, probabilmente a causa di interpretazioni etiche negative della sua pratica (Mackenzie, Wood-Mitchell and James 2007). Questa terapia ha, infatti, ricevuto diverse critiche in passato, la maggior parte delle quali si riferiva al rischio di infantilizzare l’anziano, assumendo comportamenti lesivi della sua dignità.

Diversi autori ritengono, invece, che le terapie non farmacologiche si configurano come interventi person-centred e si basano sull’analisi dei bisogni del singolo, per questo conferiscono valore ed unicità ad ogni persona con demenza.

Forniscono, inoltre, la concreta possibilità di attenuare dei sintomi che impattano notevolmente con il benessere e la qualità di vita del soggetto e di chi gli sta accanto.

 

Terapia della bambola, servizio di Biella TV (Video)

Lo schermo empatico, la simulazione incarnata al cinema. Cinema e neuroscienze

Lo scopo principale di questo libro, scritto a quattro mani da uno scienziato di fama internazionale e da un teorico del cinema, è di descrivere la simulazione incarnata (embodied simulation), un meccanismo funzionale del nostro cervello che ci consente di comprendere il senso del comportamento motorio altrui riutilizzando i nostri stessi stati o processi mentali.

 

In questo modo riusciamo a giustificare nello stesso tempo una teoria dell’intersoggettività e la capacità di ricezione di un film, in quanto si fondano entrambe sugli stessi meccanismi percettivi e neurofisiologici. Questa tesi si collega strettamente alla scoperta dei neuroni specchio nel cervello del macaco prima e dell’uomo poi, che ha permesso di declinare l’intersoggettività come intercorporeità.

Questo significa che comprendiamo le azioni e le esperienze altrui in quanto ne condividiamo la natura corporea e la rappresentazione neurale corporea sottostante. Pertanto si può parlare di cognizione incarnata (embodied cognition) in quanto stati e processi mentali sono rappresentati in un formato corporeo.

Il corpo è alla base della consapevolezza pre-riflessiva di sé e degli altri e il punto di partenza di ogni forma di cognizione esplicita e linguisticamente mediata degli oggetti stessi. L’utilizzo del brain imaging (tramite tecniche come l’elettroencefalografia ad alta densità, la magnetoencefalografia e la Stimolazione Magnetica Transcranica che si affiancano all’fMRI), gli studi sui deficit conseguenti a lesioni cerebrali studiati dalla neuropsicologia clinica e la registrazione dell’attività di singoli neuroni in modelli animali consentono oggi di rivedere il sistema motorio del lobo frontale del cervello, diviso originariamente in tre aree: l’area motoria primaria (F1), l’area 6 di Brodmann e il lobo prefrontale. Oggi l’area 6 è stata suddivisa in diverse aree distinte e si è scoperto inoltre che il sistema motorio non produce solo movimenti ma soprattutto atti motori, cioè movimenti dotati di uno scopo, come ad esempio afferrare un oggetto.

 

Simulazione incarnata (embodied simulation)

Le ricerche sperimentali sulla simulazione incarnata riguardano innanzitutto lo spazio peripersonale (come si può vedere dall’indagine dei neuroni dell’area premotoria F4), che si basa sull’integrazione di informazioni visive, tattili, uditive e propriocettive, ma è anche di natura motoria e centrato sul corpo. La scoperta dei neuroni canonici nell’area premotoria F5 dei macachi ha dimostrato che il sistema motorio si attiva anche quando non ci muoviamo: vedere l’oggetto significa simulare automaticamente cosa faremmo con quell’oggetto. All’interno di questa stessa area sono stati individuati i neuroni specchio, che si attivano sia quando si esegue un atto motorio come afferrare un oggetto o produrre gesti comunicativi con la bocca, sia quando si osserva un altro individuo compiere lo stesso atto o gesto.

Questo vuol dire che vedere un’azione significa anche simularla nel proprio sistema motorio. Con i neuroni specchio la simulazione incarnata coinvolge la sfera dell’intersoggettività, compresa quella che emerge nell’atto di vedere un film, ma anche nel sentirne i rumori. Lesioni neurologiche nelle aree premotorie, infatti, inibiscono il riconoscimento dell’azione altrui prodotta con la parte corporea lesa.

Pertanto originariamente l’intersoggettività si costituisce come intercorporeità e quindi il sé è innanzitutto fisico e si origina dalla possibilità di interagire con l’altro. Non a caso il meccanismo di simulazione è particolarmente efficace con la mimica facciale, la cui imitazione però non significa condividere necessariamente le emozioni che si stanno imitando.

Secondo l’ipotesi della simulazione incarnata, la stessa simulazione motoria nell’imitare azioni o gesti compiuti da altri nel cervello del macaco e dell’uomo spiega anche l’immedesimazione dello spettatore con quanto visto sullo schermo. In altri termini, l’esperienza filmica si può spiegare a partire da forme di embodiment generate dalle tecniche cinematografiche. Il tema cinestesico del resto era stato già anticipato da importanti teorici del cinema e filosofi citati puntualmente nel libro, da Merleau-Ponty a Deleuze, da Benjamin a Morin, i quali però non si sono limitati a questo solo aspetto, come mi sembra che facciano gli autori nel libro.

 

L’azione cinematografica e la simulazione incarnata

La tesi qui sostenuta è che i diversi tipi di movimento di azioni ripresi dalla macchina da presa sono in stretta relazione fisica con gli spettatori che li osservano grazie ai meccanismi di simulazione incarnata prodotti dall’attivazione dei neuroni specchio. Questi neuroni motori che si trovano tra le aree frontali e parietali posteriori del cervello si attivano indifferentemente durante l’esecuzione oppure l’osservazione di azioni e movimenti, permettendo così la comprensione delle intenzioni motorie del comportamento osservato negli altri. A supporto di ciò sono stati effettuati diversi esperimenti (riportati puntualmente nel libro) mediante lo studio elettroencefalografico (EEG) ad alta densità del cervello degli spettatori.

Il miglior risultato in termini di relazione tra il coinvolgimento motorio dello spettatore e i movimenti di macchina si ottengono utilizzando la Steadicam, come in Shining (1980) di Stanley Kubrick.

(The Shining -1980- S. Kubrick. Sequenza ripresa con la steadycam)

 

Il primo piano invece focalizza l’attenzione dello spettatore sulle sensazioni tattili, cioè volti, mani, paesaggi, oggetti prodotti dalla mano umana. In altri termini, in base alla tesi principale del libro, siamo in grado di simulare le esperienze tattili altrui non soltanto con il sistema visivo, ma anche con quello tattile e motorio. La modalità sensoriale del tatto, che si sviluppa prima degli altri sensi, si trova nell’area somatosensoriale primaria, nota anche come area SI, che è composta a sua volta dalle aree di Brodmann 3a, 3b, 1 e 2, a cui bisogna aggiungere la seconda area somatosensoriale, SII, strettamente collegata alle altre aree sensoriali.

Le neuroscienze cognitive:

[blockquote style=”1″]consentono di formulare un nuovo modello di percezione in cui azione, percezione e cognizione sono strettamente integrate, e in cui l’integrazione multimodale, modellata sull’esperienza corporea che facciamo del mondo, informa il modo in cui il nostro cervello attraverso il corpo mappa il nostro essere nel mondo (p.218).[/blockquote]

Gli studi sul cervello hanno mostrato l’integrazione tra le diverse modalità sensoriali, per cui le aree visive rispondono anche a stimoli tattili e acustici, le aree somatosensoriali e le aree acustiche rispondono nello stesso tempo a stimoli visivi, così come le aree motorie rispondono anche a stimoli sensoriali. A livello neurale è dunque necessaria la multimodalità per conoscere il mondo. Sono soprattutto gli studi fMRI a dimostrare che le stesse aree cerebrali che di solito si attivano quando esperiamo in prima persona delle sensazioni tattili, sono coinvolte allo stesso modo come simulazione incarnata quando vediamo toccare le parti corporee altrui.

A supporto di questa ipotesi gli autori analizzano in modo dettagliato sequenze tratte da film come Notorious (1946) di Alfred Hitchcock (a cui è dedicata la copertina del libro), Una donna nel lago (1947) di Robert Montgomery, La fuga (1947) di Delmer Daves, La scala a chiocciola (1946) di Robert Siodmak e, ancora, La palla n.13 (1924) di Buster Keaton, Una donna sposata (1964) di Jean-Luc Godard, Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme, Shining (1980) di Stanley Kubrick, l’incipit di Persona (1966) di Ingmar Bergman (altri esempi più recenti sono l’analisi di frammenti tratti da La caduta della casa Usher (1980), Possibilità di dialogo (1982) e Buio-luce-buio (1989) di Jan Švankmajer e Toy Story (1995) di John Lasseter).

L’analisi delle sequenze indubbiamente prova la presenza del meccanismo della simulazione incarnata, ma questo non comporta necessariamente la condivisione della narrazione e dei sentimenti suscitata dai meccanismi di proiezione e identificazione con i personaggi di cui ha parlato il pur citato Morin. Sarebbe stato più coerente dimostrare l’esperienza visiva e tattile delle immagini cinematografiche rifacendosi al cinema muto delle origini (non andavano bene le comiche di Charlot?), in cui era più accentuato il comportamento motorio dei personaggi e quindi la possibilità di dimostrare che noi simuliamo con il nostro corpo le azioni che vediamo in quanto abbiamo soprattutto reazioni emotive.

In realtà lo scopo scientifico del libro mi sembra troppo ambizioso: si vuole prendere sul serio il cinema subordinando le sue tecniche alla simulazione incarnata. Mettendo completamente da parte il linguaggio narrativo del film, la sua capacità di suscitare sentimenti e riflessioni in quanto opera d’arte, sembra che la visione cinematografica sia come giocare alla Playstation. Infatti la domanda cruciale, che gli autori non si pongono, è: noi siamo attratti come spettatori da un film soltanto per il movimento delle azioni che imitiamo corporalmente?

In altri termini, la simulazione incarnata non è soltanto il punto di partenza di una serie di comportamenti che la trascendono e che non sono motori, anche se dipendono da questi? La mancata consapevolezza di ciò è, a mio avviso, il limite della teoria dei neuroni specchio (la cui funzione rimane imprescindibile): l’attivazione di questi determina il meccanismo di simulazione di ciò che appare, non di ciò che si sente. Imitiamo il pianto e il sorriso ma non condividiamo, se non per brevi istanti, il dolore e la gioia di un altro. Per poterlo fare è indispensabile relazionarci con l’altro, conoscerlo, metterci al posto di, così come è necessario, per immedesimarci con i personaggi di un film, conoscerne la storia, il carattere, quello che provano interiormente. I neuroni specchio, in altri termini, dimenticano la psicologia e la filosofia, così come il cinema, se subordinato soltanto alla percezione visiva e tattile delle immagini in movimento, perde la propria anima.

PAS: una web app per l’autoefficacia nel contesto scolastico

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 – Sezione Junior

PAS: una web app per l’autoefficacia nel contesto scolastico

Ludovica Gonzaga

Abstract

Il successo scolastico rappresenta uno dei principali compiti di sviluppo per un adolescente.

Il presente studio si pone l’obiettivo di ideare, progettare e verificare l’efficacia di uno strumento di supporto ai teenagers proprio nel contesto scolastico. Tale strumento è PAS (Potenziamento Autoefficacia Scolastica), una web app realizzata ad hoc, sulla base di un solido impianto teorico. Per abbassare il livello dell’ansia scolastica, accrescere la motivazione e modificare il locus of control, è stato proposto ad un campione bilanciato di 77 studenti iscritti al primo anno di due licei milanesi un training online attraverso l’utilizzo di PAS per un mese.

L’analisi dei dati ha messo in luce l’esito positivo dell’addestramento in termini di potenziamento dell’autoefficacia nel contesto scolastico e di internalizzazione del locus of control. La bassa compliance da parte del campione sperimentale rappresenta tuttavia la principale criticità riscontrata nel disegno sperimentale e rende difficile la generalizzazione dei dati, per la quale sono auspicabili un campione più consistente e una gestione più strategica della compliance.

Success in school is one of the main developmental tasks for adolescents. The present study aims to design, plan and monitor the effectiveness of a support tool for teenagers at school. Such tool is PAS (Potenziamento Autoefficacia Scolastica), a web-app built ad hoc, based on a solid theoretical. To lower the level of anxiety at school, increase motivation, and change the locus of control, an on-line training through the use of PAS for a month has been proposed to a balanced sample of 77 students enrolled in the first year of two high schools in Milan. The analysis of data has highlighted the success of the training in enhancing self-efficacy of adolescents at school and in shifting the locus of control inside the subjects. The low compliance of teenagers is, however, the main problem encountered in the experimental design and makes it difficult to generalize the data. A more consistent sample and a more strategic compliance management are desirable for further studies.

Parole chiave: autoefficacia, tecnologia positiva, empowerment, adolescenza, scuola

ALLEGATO 1

ALLEGATO 2

Violenza domestica: come i partner abusanti utilizzano i propri figli per controllare le partner ed ex partner?

La letteratura scientifica suggerisce che i partner abusanti utilizzino i propri figli per controllare le partner ed ex partner in vari modi.
I padri biologici, ad esempio, possono servirsi delle “battaglie” per la custodia dei minori al fine di “tenere traccia” delle loro madri o utilizzare le visite ai figli come opportunità per continuare ad abusare le loro madri. Questo fenomeno è divenuto così esteso che ha portato allo sviluppo di centri di visita controllati, che consentissero all’abusante di vedere i propri figli, ma non la partner o ex partner.

Maddalena Ischia, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI 

 

Introduzione: la violenza domestica e i partner abusanti

Stime conservative indicano che ogni anno, solo negli Stati Uniti, le donne aggredite dai loro partner o ex partner siano almeno da 2 a 4 milioni (Browne & Williams, 1993; Edleson, 1999; Tjaden & Thoennes, 1998; Tomkins et al.,1994).

In Italia, i dati non sembrano essere migliori: si stima che siano circa 250 le donne che, ogni giorno, subiscono violenze da parte di un membro della propria famiglia, in particolare dal partner o ex partner (SVS, Soccorso Violenza Sessuale Clinica L. Mangiagalli Milano, 2006).
La violenza domestica, che comprende gli atti di vessazione compiuti dal partner intimo o da altri membri del nucleo familiare, è un fenomeno molto complesso, che include un modello di comportamento attraverso il quale gli autori mantengono il potere e controllo sulle loro vittime (Dobash, Dobash, Wilson, E Daly, 1992; Johnson, 1995).

Oltre all’abuso fisico (schiaffi, percosse, calci, minacce con un oggetto o un’arma), il maltrattamento include violenza sessuale (costrizione al rapporto sessuale tramite minacce, intimidazione o uso di forza fisica), vessazioni psicologiche (comportamenti volti ad intimidire e perseguitare, minacce di abbandono o maltrattamenti, minaccia di allontanamento dai figli, minacce verso persone care alla vittima, sorveglianza ossessiva, isolamento dalla rete amicale e familiare, aggressione verbale), e vessazioni economiche (rifiuto di concedere soldi, rifiuto di contribuire finanziariamente alle esigenze del nucleo familiare) (Bancroft,2002; Pence & Paymar, 1993; SVS, Soccorso Violenza Sessuale Clinica L. Mangiagalli Milano, 2006).

Per comprendere meglio questo fenomeno, ricerche precedenti hanno esaminato un certo numero di modi in cui i maltrattanti abusano e controllano le loro vittime. Ad esempio, alcune ricerche hanno indagato i modi in cui i maltrattanti abusano economicamente delle loro partner (Brush & Raphael, 2000; Lloyd & Taluc,1999; Shepard e Pence, 1988), e la misura in cui le terrorizzano psicologicamente (Street & Arias 2001; Tolman, 1992).

Recentemente, una certa attenzione è stata dedicata anche alle modalità con cui i partner abusanti molestano o minacciano i cari delle loro partner o ex partner, ai fini di controllarle (Goodkind, Gillum, Bybee, & Sullivan, 2003; Riger, Racha, e Camacho, 2002).
Sebbene la ricerca indichi che milioni di bambini negli Stati Uniti sono esposti al maltrattamento delle loro madri (Carlson, 1984; Straus, 1992), e che molti sono essi stessi abusati (Edleson, 2001), poco si sa sul modo in cui questi vengono utilizzati da coloro che abusano per manipolare o danneggiare le loro madri.

 

L’utilizzo dei figli da parte dei partner abusanti

La letteratura scientifica suggerisce che i partner abusanti utilizzino i propri figli per controllare le partner ed ex partner in vari modi.
I padri biologici, ad esempio, possono servirsi delle “battaglie” per la custodia dei minori al fine di “tenere traccia” delle loro madri (Bancroft & Silverman, 2002; Saunders, 1994), o utilizzare le visite ai figli come opportunità per continuare ad abusare le loro madri (Saunders, 1994; Shepard, 1992). Questo fenomeno è divenuto così esteso che ha portato allo sviluppo di centri di visita controllati, che consentissero all’abusante di vedere i propri figli, ma non la partner o ex partner (Oehme & Maxwell, 2004; Thoennes & Pearson, 1999).

I partner abusanti, inoltre, possono minacciare di fare del male o rapire i bambini qualora la partner o ex partner non si comporti come loro desiderano (Bancroft & Silverman, 2002).
I bambini possono poi essere utilizzati come fonti di informazioni rispetto alle attività o agli spostamenti compiuti dalla loro madre. Non è infrequente, infatti, che i maltrattanti interroghino i propri figli sulle attività svolte dalla loro madre, in modo da avere sotto controllo tutti gli aspetti della vita della donna. Ciò può essere eseguito in modo sottile, cosicché il bambino non realizzi di essere manipolato.

Utilizzare i figli per controllare il comportamento delle loro madri può risultare una strategia particolarmente efficace, in quanto le madri solitamente antepongono il benessere e le esigenze dei propri figli alle loro.
Risulta pertanto importante esaminare la misura in cui i partner abusanti si impegnano in questi tipi di comportamenti, così come comprendere i fattori predittivi di queste strategie. Per esempio, ci si potrebbe aspettare che gli uomini che sono padri biologici dei bambini siano più propensi ad utilizzare il sistema giudiziario per controllare le loro partner, rispetto a coloro che non possiedono diritti legali sui figli.

Ci si potrebbe inoltre aspettare che i partner abusanti che vivono con le loro vittime possano utilizzare i bambini per “tenere traccia” delle attività svolte dalla loro madre, o minacciare di fare loro del male qualora la donna dovesse lasciarli.
Qualora invece il partner maltrattante abbia concluso la sua relazione con la partner, potrebbe utilizzare i figli per convincere la donna a riprendere la relazione o per monitorare i suoi spostamenti.

Nel 2007, Beeble, Bybee, e Sullivan (2007) hanno effettuato uno studio su un campione composto da 156 donne maltrattate, che avevano subìto violenza fisica da parte di un partner intimo durante i quattro mesi precedenti.
Sebbene tale studio sia di natura esplorativa, gli autori hanno ipotizzato che l’uso dei bambini fosse collegato ad una serie di fattori.
In particolare, gli autori ipotizzavano che i padri biologici fossero più propensi ad utilizzare i bambini per controllare il loro partner o ex-partner, a causa sia di un loro diritto legale di avere accesso ai bambini, che di un naturale “senso di diritto” sulla loro prole.
Gli autori hanno inoltre esaminato se l’uso dei bambini variava in base allo stato attuale del rapporto dell’aggressore con la donna (partner vs ex partner).

Infine, hanno ipotizzato che gli aggressori per i quali il Tribunale aveva stabilito il diritto di visita ai figli, li utilizzassero più spesso rispetto a quelli che non avevano ricevuto tale disposizione, o rispetto a coloro che attualmente vivevano con i loro figli.
Dai risultati dello studio è emerso in primo luogo come l’utilizzo dei figli da parte dei partner abusanti sia un fenomeno molto diffuso: la maggioranza delle donne (88%) ha infatti riferito che i loro aggressori avevano usato i loro figli per controllarle in vari modi e a vari livelli.
Tale controllo è stato attribuito dalle vittime alle seguenti finalità: rimanere nella loro vita (70%), tenere traccia di loro (69%), molestarle (58%), intimidirle (58%), e spaventarle (44%).
Quasi la metà (47%) delle donne ha riportato che gli aggressori avevano cercato di mettere i loro figli contro di loro, mentre il 45% ha riferito che gli aggressori avevano tentato di utilizzare i bambini per convincerle a riprendere una relazione.

Gli autori hanno rilevato inoltre che l’uso dei bambini contro le donne da parte dei maltrattanti differiva sulla base del tipo di relazione tra questo e il bambino. I padri biologici, infatti, erano significativamente più propensi a usare i bambini contro le loro partner o ex rispetto ai patrigni (uomini legalmente sposati con la madre del bambino), alle figure paterne (uomini che avevano giocato un ruolo genitoriale significativo con il bambino), e a quelle classificate come “non paterne” (partner attuali o precedenti che non avevano giocato un ruolo genitoriale significativo nella vita del bambino).

Le donne che avevano chiuso o stavano terminando il loro rapporto con l’aggressore (M = 2.39; DS = .93) avevano vissuto in modo significativamente maggiore l’uso dei bambini rispetto alle donne che stavano continuando la relazione con il maltrattante (M = 1.69; DS = .76), con F (1, 54) = 13.33, MSE = .82, P <.01).
In aggiunta, gli aggressori per i quali il Tribunale aveva disposto visita ai figli, utilizzavano questi in misura significativamente più alta contro le loro partner o ex partner (M =2.93; DS = .86), rispetto a coloro che non avevano ricevuto queste disposizioni (M = 2.19; DS = .90; p <.01), o che vivevano con i bambini (M = 1.91; DS = .89; p <.01).

 

Considerazioni e conclusioni

La letteratura esaminata mostra come molti partner abusanti utilizzino i bambini per continuare a controllare e abusare le loro partner o ex-partner.

Nello studio condotto da Beeble, Bybee, e Sullivan (2007), il settanta per cento dei partner abusanti ha usato i bambini per rimanere nella vita delle partner o ex-partner, mentre più della metà ha usato i figli anche per molestarle. Poco meno della metà dei partner abusanti ha cercato di mettere i bambini contro le loro madri, mentre altri hanno usato i bambini per convincere le donne a riprendere una relazione con loro.
Il rapporto dell’abusante con i bambini è risultato essere una caratteristica distintiva per comprendere le condizioni in cui si è verificato l’uso dei bambini: i padri biologici utilizzavano i bambini contro le loro madri più dei patrigni, delle figure paterne e non paterne.

Ci sono un certo numero di possibili spiegazioni per questa constatazione.
La prima spiegazione potrebbe essere sintetizzata nella frase “l’occasione fa l’uomo ladro”: i padri biologici potrebbero avere più accesso ai loro figli rispetto ai patrigni o alle figure non paterne, cosa che potrebbe dare loro maggiori opportunità di usarli contro le loro madri.
A questo proposito, alcuni padri biologici potrebbero sentire un senso di proprietà sui propri figli (Bancroft, 2002; Bancroft & Silverman, 2002), il che potrebbe portarli a sentirsi giustificati ad utilizzarli per nuocere alle loro madri. I padri biologici potrebbero anche avere relazioni più strette con i bambini rispetto ai patrigni, e alcuni potrebbero sfruttare quella vicinanza chiedendo ai bambini di convincere le madri a riprendere una relazione con loro, o attribuendo la colpa per la rottura del rapporto alle loro madri. Altri ancora potrebbero utilizzare la minaccia di una battaglia per la custodia dei figli per controllare le loro partner o ex-partner (si vedano, ad esempio, Bancroft & Silverman, 2002; Saunders, 1994).

Studi futuri saranno necessari per capire meglio come la relazione con il bambino interessa la capacità e la volontà dell’abusante di usarli per danneggiare o controllare la loro madre.

Anche l’accesso dei partner abusanti ai bambini attraverso le visite ordinate dal Tribunale è risultata essere una caratteristica distintiva che aiutava a comprendere le condizioni in base alle quali gli aggressori utilizzavano i bambini contro le loro partner o ex-partner.
Gli abusanti che avevano diritto di visitare i figli, secondo quanto stabilito dal Tribunale, hanno infatti utilizzato i bambini più di quelli che ne erano privi. Anche in questo caso, è possibile che questi aggressori abbiano più accesso ai bambini, e, di conseguenza, più opportunità di utilizzarli contro le loro partner o ex-partner, rispetto agli aggressori che non hanno tali diritti.
Va evidenziato, tuttavia, che l’ordine di visita stabilito dal Tribunale è stato segnalato dalle madri nei confronti di uno qualsiasi dei loro figli, elemento che non ha reso possibile collegare le modalità di visita per un bambino specifico all’uso di quel bambino da parte dell’aggressore. Allo stesso modo, nulla sappiamo sulle caratteristiche individuali del bambino (ad esempio, età, sesso) che potrebbero essere associate con un elevato rischio per questo tipo di manipolazione.

Un’analisi più precisa di questi aspetti richiederà un’attenta raccolta di informazioni sulle caratteristiche specifiche dei minori, nonché del tipo di contatto avuto con l’aggressore.

In sintesi, è possibile affermare che sono necessarie ulteriori ricerche in questo settore per esaminare le diverse modalità in cui i bambini vengono utilizzati contro le loro madri, nonché i predittori di tale comportamento, così come le conseguenze di tali atti sulle madri ed i loro figli.
Lo studio di questo fenomeno risulta essere importante per una serie di motivi.
Da un punto di vista prettamente clinico, è importante capire come le tattiche utilizzate possano traumatizzare le donne, e portarle a comportarsi in modi che possono risultare poco comprensibili ai professionisti che le assistono. Si pensi, in questo senso, al fatto che le vittime di violenza domestica possano decidere improvvisamente di riiniziare una relazione con il partner maltrattante, o rifiutarsi di interromperla.
Inoltre, ai clinici che lavorano con i bambini potrebbe essere utile comprendere quanto comune sia l’utilizzo di queste tattiche, per aiutarli a sviluppare efficaci strategie di coping.

A livello politico, la comprensione di come i bambini sono utilizzati come “armi” da molti partner abusanti è di cruciale rilevanza per la creazione di politiche (policy) in materia di visite e custodia.
Ad esempio, molte comunità ancora non hanno Centri di visita sorvegliati che le donne possono utilizzare quando l’aggressore ha il diritto legale di vedere il bambino, ma solo quando tale accesso mette in pericolo l’incolumità della madre. Se la prevalenza di questo fenomeno fosse meglio compresa, così come le sue conseguenze sia per le madri e per i bambini, tali centri potrebbero diventare una priorità maggiore nelle comunità.

Infine, utilizzare i bambini per nuocere e controllare le loro madri è una strategia che può avere gravi conseguenze negative, sia per le donne, che per i loro bambini.
Ad oggi, nulla si sa su come i bambini affrontino l’essere utilizzati in questo modo. Si sa anche poco su come le diverse tattiche influenzano i comportamenti delle donne, così come il loro benessere psicologico.
Far luce su questo fenomeno complesso può portare ad una risposta comunitaria migliore per le vittime e i loro bambini, rendendo più difficile per coloro che abusano impegnarsi con successo in tali tattiche in futuro.

Il doppio senso della supervisione – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 8

La realtà si manifesta solo nell’interazione con un osservatore. La sua rappresentazione è dunque frutto parimenti della cosa in sé e degli schemi percettivi e cognitivi dell’osservatore.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE (RUBRICA) – LEGGI L’INTRODUZIONE

 

La realtà, ammesso che esista indipendentemente, si manifesta solo nell’interazione con un osservatore. La sua rappresentazione è dunque frutto parimenti della cosa in sé e degli schemi percettivi e cognitivi dell’osservatore.

Tutto questo non è il delirio estremo di costruttivisti radicali ma è dimostrato scientificamente vero dalla teoria standard dei quanti: non esistono cose ma soltanto avvenimenti ovvero interazioni tra cose: se non c’è interazione spariscono davvero pure le cose, mica poco!

In terapia abbiamo un soggetto A che ci descrive il mondo in cui è immerso e che gli genera disagio.

Un intervento di basso livello, la valutazione è mia e riguarda l’eleganza (che però mi è difficile definire più operativamente anche se mi capisco da solo) e la stabilità nel tempo dell’efficacia, riguarda l’aggiustamento (critica e discussione) di questa costruzione in modo che sia più adattiva ovvero più idonea a consentire il perseguimento degli scopi di A.

Un intervento di livello superiore riguarda invece la consapevolizzazione e la relativizzazione (non necessariamente la sostituzione) degli schemi percettivi costruttivi del soggetto stesso che sono congruenti con i suoi scopi. In supervisione abbiamo un T e un S.

T descrive il mondo della sua relazione con A il quale gli descrive il mondo in cui è immerso e che gli genera disagio. S può fare un intervento, magari utile ma di basso livello, nel senso sopradescritto, correggendo la costruzione che T ha di A al fine di perseguire meglio lo scopo della guarigione di A. Interventi del tipo: aggiustiamo la diagnosi, vediamo le tecniche utilizzabili, come superare le resistenze ecc.

Ma S può fare anche un intervento di livello superiore mostrando e relativizzando gli schemi percettivi costruttivi con cui T vede A, con ciò evidenziando gli scopi che muovono T.

Questo secondo tipo di intervento anche se apparentemente meno utile nell’immediato è più efficace ed economico perché gli scopi e gli schemi conseguentemente attivi di T verso A lo sono presumibilmente anche nelle relazioni di T con A2, A3, A4, An, ovvero non con il singolo paziente ma con la categoria generale dei pazienti e forse, più in generale degli esseri umani.

Ovviamente il regresso può continuare all’infinito: nella costruzione che S fa di A, di T e della loro relazione entrano in gioco soprattutto gli schemi di S. Non si può ovviare a tutto e comunque alla fine un punto di vista dal quale si predica resta sempre (un pulpito fuoricampo, gli occhi che guardano ma non vedono loro stessi).

Si può ovviare in parte al punto cieco, avendo più S ed è proprio questo il senso di un gruppo di supervisione e più in generale dell’intervisione. Non serve che S sia necessariamente più esperto ma soprattutto che sia esterno.

 

 

RUBRICA CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE

Webinar: Alcologia: la consulenza, la diagnosi e il trattamento

Webinar articolato in due sessioni successive: Alcologia: la consulenza, la diagnosi e il trattamento

Martedì 1 marzo dalle 20,30 alle 22

Martedì 15 marzo dalle 20,30 alle 22

 

Normalità o patologia? Quale è il confine che definisce e distingue il consumo di alcolici sano da quello problematico? L’insufficiente conoscenza scientifica dell’argomento e la larga diffusione del consumo di alcolici, fa sì che le persone che gradualmente sviluppano un rapporto patologico con l’alcol – e spesso anche chi sta loro vicino – sottovalutino i segnali precoci della insorgenza del problema. I pregiudizi, le false credenze e lo stigma sociale che si associano alla patologia alcologica determinano gravi ritardi nella richiesta di aiuto e la attuazione di maldestri tentativi di risolvere il problema. Ma sempre più spesso capita che le persone – direttamente interessate, o in qualità di partner o familiare – si rivolgano ad un professionista della salute chiedendo una consulenza sulle tematiche alcologiche.

Se tale professionista è uno psicologo con una formazione specialistica adeguata, questi sarà in grado di raccogliere nei colloqui col paziente ed i familiari quegli elementi informativi che gli consentono di formulare una diagnosi alcologica e di orientare agli interventi trattamentali multidisciplinari più opportuni. In questi due incontri dedicati al Disturbo da uso di alcol verrà introdotto l’argomento in una prospettiva scientifica; verranno illustrate le modalità indicate per la costruzione del setting consulenziale col paziente ed i familiari; verranno descritti alcuni strumenti diagnostici; verranno analizzati i trattamenti, con attenzione specifica ai trattamenti psicoeducazionale e psicoterapeutico; verranno spiegate alcune modalità di presa in carico in equipe multidisciplinari e in collaborazione con i gruppi di auto-aiuto.

Cinzia Sacchelli è psicologa, psicoterapeuta. Laureata presso la Università degli Studi di Padova, si è specializzata in Psicoloterapia dopo aver frequentato Il Centro Studi Psicoanalitici di via Ariosto a Milano. Dal 1991 opera nell’ambito delle dipendenze, prima collaborando con alcune Comunità Terapeutiche e con un reparto ospedaliero di Alcologia; poi lavorando come Psicologo in un SerT. Nel 1999 si è trasferita a Milano, dove per la ASL Milano ha avviato con un gruppo di colleghi un Nucleo Operativo Alcologia (NOA) di cui da allora è Responsabile. Ha effettuato numerose attività didattiche ed alcune pubblicazioni di settore. Dal 2014 è Presidente della sezione lombarda della Società Italiana Alcologia.

Per garantire agli iscritti una maggiore capacità di approfondimento della tematica oggetto del seminario quest’ultimo è stato articolato in due appuntamenti, vi aspettiamo pertanto il 1 marzo e il 15 marzo alle 20.15 presso la Casa della Psicologia in Piazza Castello 2 a Milano, o alle 20.30 degli stessi giorni sulla piattaforma gotowebinar di OPL.

 

Per partecipare via web, ti invitiamo a iscriverti seguendo il form disponibile in questa pagina (https://attendee.gotowebinar.com/register/3144381526915035394). Se desideri partecipare dal vivo puoi mandare una mail a [email protected] ma devi arrivare almeno un quarto d’ora prima dell’inizio di ciascun seminario (quindi alle 20.15).

Atteggiamenti verso il lavoro e comportamento organizzativo: hope, job satisfaction e organizational committment

Gli atteggiamenti verso il lavoro sono una sintesi dell’interazione tra le tendenze affettive, cognitive e comportamentali. Gli atteggiamenti più studiati nella psicologia del lavoro sono tre: hope, job satisfaction e organizational committment.

Gli atteggiamenti verso il lavoro sono una categoria di differenze individuali che influisce sul comportamento di una persona, anche all’interno di un’azienda.

Sono sentimenti, convinzioni e tendenze comportamentali relativamente stabili nei confronti di idee, dilemmi, oggetti e persone. Sono importanti perché rappresentano la modalità in cui le persone esprimono ciò che provano.

Apparentemente gli atteggiamenti sembrano un concetto semplice ma ciò che risulta complesso sono gli effetti sul comportamento. Di fatti, le componenti degli atteggiamenti sono:

  • Emotive: sensazioni ed emozioni, stati d’animo su una persona o un oggetto;
  • Cognitive: pensieri, credenze, conoscenze e informazioni, in relazione a un oggetto o una persona;
  • Comportamentali la predisposizione ad agire sulla base di una valutazione negativa o positiva circa un oggetto o una persona.

Queste componenti funzionano in sinergia; l’atteggiamento quindi è una sintesi dell’interazione tra le tendenze affettive, cognitive e comportamentali. Alcuni di questi atteggiamenti sono più importanti di altri perché hanno a che fare con la prestazione lavorativa. Tre sono in particolar modo gli atteggiamenti legati al lavoro: hope, job satisfaction e organizational committment.

 

Tre atteggiamenti verso il lavoro

Hope

L’hope è un concetto che fa riferimento alla forza di volontà di una persona, cioè la determinazione nel perseguire gli obiettivi ma con in più la raffigurazione di una mappa mentale che il lavoratore utilizza per definire i modi per raggiungerli (assomiglia molto alla visualizzazione praticata dagli sportivi prima di una qualificazione o di una competizione). Hope equivale a volontà, mappa mentale, convinzione positiva del superamento degli ostacoli.

Esistono questionari che permettono di valutare la dimensione ‘Ottimismo‘ (vedi Snyder, LaPointe, Crowson, Early 1998). Ad una affermazione come Ho raggiunto un certo livello di successo nella vita si attribuisce un punto da 1 (assolutamente falso) a 4 (Assolutamente vero). Una persona con elevato livello di Hope ama confrontarsi con obiettivi stimolanti e relativamente complessi, fa uso del dialogo interno, si impegna in modo costante e non si lascia condizionare dal rischio di fallire. In altre parole, immagina un percorso per raggiungere l’obiettivo e alimenta la propria motivazione.

Al contrario, una persona con basso Hope manifesta apprensione verso il futuro, accumula stress sul lavoro, si fa condizionare dalle emozioni negative, ha una percezione distorta delle proprie capacità. In azienda, i manager con alto livello di hope sono più collaborativi, alimentano canali di comunicazione e si prefiggono obiettivi difficili ma raggiungibili. Un modo in cui questi manager aiutano i colleghi ad essere più efficienti, è quello di parcellizzare un grande obiettivo in tanti sotto-obiettivi. Il principio è come quello che si applica quando impariamo a guidare l’automobile: la successione dei vari step porta all’automatizzazione del processo e al raggiungimento dello scopo.

 

Job Satisfaction

La Job Satisfaction si riferisce alla soddisfazione lavorativa. Si intende la misura in cui le persone si sentono realizzate nello svolgere il proprio lavoro, rispetto al quale sviluppano emozioni positive. Studi e osservazioni hanno dimostrato che un basso livello di job satisfaction può causare turnover, ritardi, assenteismo e problemi di salute mentale. La scala che misura l’intensità della soddisfazione sul posto di lavoro (Hackman, Oldham 1980) aiuta ad esplicitare i cinque aspetti di questo concetto che sono:

  • Retribuzione
  • Sicurezza sul posto di lavoro
  • Rapporti sociali
  • Supervisione
  • Crescita personale

Nonostante la job satisfaction a prima vista sembra suggerire prestazioni efficaci sul lavoro, molti studi hanno dimostrato che non esiste una relazione lineare tra le due dimensioni. Questo perché vi sono atteggiamenti di carattere complessivo che permettono di prevedere macrocomportamenti, laddove atteggiamenti specifici sono correlati a comportamenti specifici. Inoltre ulteriori studi hanno dimostrato che, globalmente parlando, la job satisfaction è positivamente correlata con la performance dell’intera azienda. Un’azienda con dipendenti soddisfatti tende a lavorare meglio e produrre di più. Lo stesso concetto vale per quei dipendenti che lavorano con i clienti, per cui è importante essere soddisfatti per un servizio ricevuto.

La job satisfaction, quando alta e positiva, fornisce un rientro in termini di valore sociale aggiunto e anche economico. Infatti, la perdita di un dipendente, per un’azienda, rappresenta un costo aggiuntivo nel momento in cui viene assunto un nuovo dipendente.

 

Organizational Committment

L’Organizational Committment è un concetto che sta per identificazione. Si intende l’intensità con cui un dipendente si sente coinvolto nell’azienda e si identifica con essa. Una forte organizational committment si manifesta con accettazione dei valori e degli obiettivi aziendali, associati al desiderio di realizzarli. I dipendenti che hanno una forte identificazione con l’azienda per cui lavorano affermano ‘noi fabbrichiamo prodotti di alta qualità’, mentre chi non si sente veramente parte di essa tende a rivolgersi in terza persona ‘loro non offrono un servizio di qualità‘.

Questo atteggiamento, quando positivo, si correla con la tendenza a rimanere in azienda per un tempo più lungo e ad una maggior efficacia della prestazione. Il concetto di organizational committment è un concetto più ampio rispetto a quello di job satisfaction perché fa riferimento all’intera azienda e non riguarda solo il lavoro svolto dal dipendente.

Inoltre il committment iniziale è connesso alle caratteristiche individuali (personalità e attitudini) del lavoratore o del manager, quindi può variare da persona a persona. Con il passare del tempo, se la persona continua a esperire buoni rapporti con i colleghi, buone condizioni lavorative (sia fisiche, che logistiche e psicologiche) e buone prospettive di avanzamento, l’organizational committment tende a rafforzarsi perché:

  • I dipendenti rafforzano i rapporti con i colleghi e con l’azienda
  • L’anzianità aziendale permette di sviluppare atteggiamenti verso il lavoro più positivi
  • Con l’età, le opportunità di lavoro offerte dal mercato possono diminuire, cosi che i lavoratori tendono a rimanere in azienda più a lungo

 

Tutti questi atteggiamenti verso il lavoro, insieme a molti altri semanticamente appartenenti alla psicologia del lavoro e del comportamento organizzativo come l’intelligenza emotiva, la motivazione, la leadership, la gestione del conflitto ecc., determinano ciò che viene chiamato clima psicologico (e organizzativo) dell’azienda.

Un’analisi accurata del clima che si respira in azienda permette al management di rilevare il livello di soddisfazione/insoddisfazione diffuso, rilevare eventuali disagi e cause collegate, fotografare le reazioni dei dipendenti rispetto a un evento o un fatto aziendale. Ma non solo, anche i sistemi di comunicazione, lo stile di direzione, la chiarezza della struttura e dei ruoli, i risultati perseguiti dall’organizzazione.

L’Effetto Pigmalione di Rosenthal e Jacobson – I Grandi esperimenti di psicologia nr. 4

Effetto Pigmalione: vi presentiamo una serie di articoli relativi ai più grandi esperimenti in ambito sociologico e psicologico. Per fare ciò abbiamo cercato di risalire alle fonti originarie, ai primi articoli divulgati dagli autori. In questo modo sarà più facile vivere le loro scoperte a partire dalle loro stesse ipotesi e respirare un’aria in cui, liberi (purtroppo) da vincoli etici, tutto era possibile in nome della scienza.

 

#4: L’ Effetto Pigmalione di Rosenthal & Jacobson (1965)

Nel 1965, Robert Rosenthal (professore di Psicologia Sociale ad Harvard) e Lenore Jacobson (maestra di scuola elementare a San Francisco) decidono di studiare l’effetto dell’aspettativa dell’insegnante sul rendimento degli alunni. Voci narrano che l’idea derivi dal famoso caso Clever Hans, un cavallo che nei primi del ‘900 si diceva avesse la capacità di risolvere problemi matematici. In realtà lo psicologo Oskar Pfungst viene chiamato a studiare il comportamento del cavallo e spiega, in un lavoro del 1907, che l’animale non è realmente in grado di contare, ma utilizza i segnali corporei del suo addestratore, seppur non volontariamente attuati, per tentare di azzeccare l’opzione corretta.

I due studiosi si chiedono se ci possa essere un effetto simile anche nel genere umano e se, ad esempio, dei bambini sarebbero stati tanto sensibili quanto il furbo cavallo nell’avvertire alcune aspettative su di sé. L’ambiente più facile per indagare questa ipotesi è quello scolastico, dove ad esempio il ruolo dell’addestratore può essere rivestito dagli insegnanti. È così che i ricercatori tentano di rispondere alla loro domanda e di verificare se l’effetto aspettativa, effetto Pigmalione,  può essere più rilevante della classe frequentata, delle abilità di partenza, del sesso o dell’appartenenza a una minoranza.

L’esperimento dell’ effetto Pigmalione

Rosenthal e Jacobson comunicano a diversi insegnanti il nome di alcuni bambini della classe che hanno ottenuto punteggi elevati all’Harvard test of Inflected Acquisition. In realtà questo test non esiste e i nomi sono stati scelti in maniera casuale. Misurano il QI di ciascuna classe in cui viene proposto lo studio e lasciano che il tempo e le aspettative dell’insegnante facciano il loro dovere. L’anno dopo, ripropongono ai bambini il test del QI.

In media, gli studenti indicati come promettenti migliorano il loro QI di 4 punti in più rispetto al resto della classe: questo miglioramento tuttavia non è statisticamente significativo, potrebbe essere solamente dettato dal caso. Ma analizzando solo i bambini dei primi due anni di scuola la situazione cambia notevolmente: gli studenti giudicati promettenti all’interno della prima classe, in particolare, mostrano di superare i compagni di oltre 15 punti. Un altro dato interessante è che i risultati migliori appaiono nelle prove di ragionamento, mentre le prove di carattere verbale tendono a omologare la classe. Anche il sesso sembra avere un certo peso nel raggiungimento di punteggi più alti: in particolare, le femmine mostrano miglioramenti maggiori nelle prove di ragionamento, mentre i maschi migliorano di più in quelle verbali. Infine, i bambini appartenenti a minoranze sono più avvantaggiati dall’avere aspettative positive nei loro confronti rispetto agli altri: a detta degli studiosi, questo dato potrebbe essere spiegato dal fatto che gli insegnanti si aspettano solitamente prestazioni peggiori da questo gruppo di studenti.

Effetto pigmailone: i risultati dell’esperimento

I risultati mostrano come le aspettative verso il comportamento dell’altro possono essere profezie che si auto-avverano. Perché ciò avviene in misura maggiore nelle classi più giovani? I ricercatori avanzano delle ipotesi. In primo luogo, i bambini più piccoli sono maggiormente plasmabili e flessibili, come già dimostrato alcuni anni prima. Ma è anche vero che i bambini più piccoli sono meno “etichettati”, non hanno ancora una chiara reputazione e questo aiuterebbe gli insegnanti ad avere più fiducia nelle loro capacità. Ma potrebbe essere anche una combinazione dei due fattori: gli insegnanti potrebbero credere che bambini più piccoli siano più flessibili. O ancora, gli alunni più giovani potrebbero essere più sensibili a segnali di manifestazione delle aspettative nei loro confronti e quindi essere più simili al cavallo Clever Hans.

Oppure la differenza la fanno gli insegnanti coinvolti e su questo punto alziamo le mani e ci fermiamo: gli autori non hanno studiato la variabile “insegnante”, quindi può darsi che semplicemente le insegnanti di quei primi due anni avessero un particolare atteggiamento verso gli scolari. Non lo scopriremo mai, ma di certo avere come insegnante una persona che crede positivamente in te migliora le noiose ore di scuola, ora come negli anni ‘60.

 

Effetto pigmalione: video

 

Terapia Assistita con gli animali: una nuova esperienza al carcere di San Vittore

Lavorare affiancati da un cane, ci spinge a un miglioramento del saper essere piuttosto che del saper fare e i risultati si misurano su rilassamento e divertimento.

Silvia Carlini

 

La Terapia Assistita con gli Animali (TAA) in carcere è un’esperienza diffusa negli USA e anche sul territorio nazionale ma, un’attività all’interno del reparto psichiatrico del carcere di San Vittore, è un’esperienza unica in Europa che ci permette di sviluppare al massimo le potenzialità del ruolo animale a confronto con i problemi psichiatrici.

L’esperienza affiancata e supportata dal team psichiatrico del carcere ci porta ogni settimana a confrontarci con un piccolo gruppo scelto che ha poche affinità ma proprio grazie all’inserimento del cane, sta sviluppando collaborazione e socializzazione.

L’ostacolo linguistico (sono stranieri) viene superato dalla voglia di relazionarsi ed entrare in contatto con il cane semplicemente perché l’animale nel ruolo di mediatore, conduce le emozioni direttamente al corpo, quindi all’azione, senza che prima vengano elaborate a livello razionale, senza che l’emozione passi attraverso il pensiero e ad un’analisi a livello cognitivo.

Allora ecco che prima dell’incontro settimanale i detenuti aiutano a preparare la stanza che li accoglierà; durante l’attività c’è chi prova a improvvisarsi interprete a vantaggio dei compagni e, senza conflitti o rivalità, si lavora come un gruppo coeso.

L’esperienza mediata dal cane, ci permette di riconoscere meglio le nostre emozioni, che influiscono sul nostro modo di interpretare la realtà determinando il nostro agire, dandoci la possibilità di migliorare noi stessi e i nostri rapporti interpersonali proprio perché al centro del rapporto c’è la relazione e non la prestazione.

Lavorare affiancati da un cane, ci spinge a un miglioramento del saper essere piuttosto che del saper fare e i risultati si misurano su rilassamento e divertimento.

Attraverso il rapporto con gli animali s’intende ancora promuovere una ‘rieducazione affettiva’ dei carcerati, abituandoli nuovamente a prendersi cura di qualcuno attraverso una serie di gesti semplici come dargli da bere, dei premietti da mangiare o spazzolarli. Con le attività dedicate all’accudimento degli animali si raggiunge la dimensione epimeletica per il rafforzamento dell’autostima, fortificare la pro-socialità e sviluppare l’empatia.

Quando gli ospiti ammirano gli esercizi di un cane, questa fase estetica, ha un forte effetto decentrativo, diminuisce la chiusura in se stessi e l’ossessività; con le Terapie Assistite con gli Animali, si combatte il senso di solitudine e gli episodi di violenza e di autolesionismo.

Un progetto pilota al carcere di San Vittore che consentirà, grazie al monitoraggio delle attività, di avere degli importanti riscontri sul rapporto tra animali e pazienti psichiatrici in reclusione.

 

Il cervello degli adolescenti: ciò che è necessario sapere per aiutare a crescere i nostri figli (2015) – Recensione

Cervello degli adolescenti: Nell’ultimo decennio la neurofisiologia e le neuroscienze hanno mostrato come, a fronte di una rivoluzione ormonale e di un sistema limbico – sede dell’integrazione delle emozioni e delle esperienze – sovraccarico e immaturo, i lobi frontali – necessari per soppesare le azioni, giudicare i comportamenti e prendere decisioni – siano l’ultima regione a svilupparsi e a connettersi con le restanti aree cerebrali.

Eleonora Minacapelli, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI 

Introduzione

[blockquote style=”1″]«Voglio farmi delle mèche rosse» buttò lì con nonchalance. Rimasi di sasso. «È davvero il mio bambino?» pensai.[/blockquote]

È così, con sguardo di madre e di neurologa affermata, che Frances E. Jensen affronta il tema del cervello degli adolescenti. Dopo essersi imbattuta nel ruolo di genitore di due figli teenager e aver a lungo studiato i processi di sviluppo del cervello umano, l’autrice dà sfogo all’inchiostro del suo sapere scrivendo un libro utile alla famiglia e al professionista alle prime esperienze.

Quale genitore faccia a faccia con un figlio quattordicenne non ha assistito a improvvisi malumori, scoppi di rabbia o momenti d’incontenibile espansività ed euforia? Solitamente la causa di tutto ciò viene concordemente attribuita a una generale immaturità dei ragazzi adolescenti, intesa in primis come una mancanza di esperienza nella vita. Jensen ci mostra, invece, come il cervello degli adolescenti, sia di fatto diverso da quello adulto, sia nella sua connettività, sia nella sua funzionalità, spiegando così gran parte dei comportamenti bizzarri o sconclusionati che spesso siamo soliti vedere in questi ragazzi.

[blockquote style=”1″]Gli adolescenti hanno un’incredibile capacità di apprendimento e potranno anche sembrare adulti e pensare sotto molti profili come degli adulti, ma è di cruciale importanza sapere che cosa non sono in grado di fare, insomma quali sono i loro limiti cognitivi, emotivi e comportamentali.[/blockquote]

 

Il cervello degli adolescenti e quello adulto

Nell’ultimo decennio la neurofisiologia e le neuroscienze hanno mostrato come, a fronte di una rivoluzione ormonale e di un sistema limbico – sede dell’integrazione delle emozioni e delle esperienze – sovraccarico e immaturo, i lobi frontali – necessari per soppesare le azioni, giudicare i comportamenti e prendere decisioni – siano l’ultima regione a svilupparsi e a connettersi con le restanti aree cerebrali. La connettività, infatti, si sposta lentamente dalla parte posteriore a quella anteriore dell’encefalo, cablandosi a partire dalle strutture che mediano le nostre interazioni con l’ambiente e regolano i nostri processi sensoriali, fino ad arrivare solo in un secondo momento alle funzioni psichiche superiori.

Questo rende già l’idea di come gli attimi d’irritazione e “isteria” spesso rilevati tra gli adolescenti, siano da attribuire non solo ad un fattore ormonale, ma soprattutto ad un’attività immatura delle strutture deputate al supporto dell’emotività, cui si associa un’assenza di controllo inibitorio da parte delle aree più evolute del nostro cervello. Se, infatti, fino a qualche tempo fa la variabilità emotiva era attribuita unicamente a fattori ormonali, questa, spiega l’autrice, si configura oggi come una credenza da sfatare, poiché i livelli ormonali dei ragazzi e degli adulti non differiscono poi così sensibilmente tra loro, cosa non altrettanto vera per i loro processi di controllo.

Scendendo a un livello microscopico, se alla nascita il nostro cervello è fornito già di quasi tutti i neuroni che ci serviranno per la vita, ciò non è altrettanto vero per le sinapsi, strutture di connessione tra neuroni, che continueranno a prodursi con l’esperienza e l’apprendimento. È così che pian piano si creerà un ispessimento della sostanza grigia, evidente proprio in età adolescenziale, capace di rendere i ragazzi particolarmente rapidi nell’imparare cose nuove. Allo stesso tempo, tuttavia, tale profusione di materia cerebrale causerà una sorta di dissonanza cognitiva, per cui il cervello stenterà a captare i segnali giusti in mezzo al generale rumore di fondo. Uno degli effetti di tale confusione è, ad esempio, una peggiore prestazione degli adolescenti rispetto ai bambini nei compiti di “go-no-go” (inibizione della risposta automatica), suggerendo come gli adolescenti impieghino più tempo a capire quando non fare una cosa! Via via che il corpo cresce, l’encefalo attuerà così uno “sfoltimento” delle proprie connessioni, chiamato pruning sinaptico, che porterà all’ottimizzazione comunicativa tipica dell’età adulta.

 

Il cervello degli adolescenti, le dipendenze patologiche e il disagio psichico

Partendo dalla neurofisiologia e dalla neurobiologia, Jensen approda dunque a una serie di temi caldi per i genitori di figli adolescenti, spiegando il rapporto tra il cervello degli adolescenti e il sonno, il tabacco, l’alcol, l’erba, le droghe pesanti, fino ad arrivare alla malattia mentale. Spiega come la privazione di sonno in questi ragazzi comporti un’inibizione del pruning sinaptico, causando una difficoltà nell’organizzare le informazioni in base alle priorità. Spiega come il mondo odierno tenda a esporre i giovani a rischi maggiori rispetto a qualsiasi altro periodo storico per il solo fatto di avere una comunicazione facilitata attraverso l’uso di Internet e dei media in genere.

Tale libertà, commenta, mal si accompagna alla difficoltà di ponderare costi/benefici e di resistere alla gratificazione, capacità sviluppate più tardi nella crescita. Affronta il tema delle dipendenze e delle differenti capacità di liberarsi dall’abuso di sostanze in base allo step di sviluppo raggiunto al momento del primo contatto con esse. Aggiunge informazioni sulle conseguenze cognitive, emotive e comportamentali emergenti dal contatto ripetuto o una tantum con sostanze stupefacenti, ma non solo. Suggerisce quindi delle linee guida per distinguere tra i normali cambiamenti d’umore tipici di quest’età e i campanelli di allarme del disagio psichico, dai sintomi ansiosi e depressivi agli esordi psicotici. Una carrellata, insomma, di conoscenze utili a comprendere come i tipi di segnali e stimoli presenti durante lo sviluppo influenzino sensibilmente il modo di funzionare del cervello nei successivi anni di vita, ponendo anche uno sguardo sulle differenze di genere.

Jensen aggiunge, infine, un’interessante sezione sugli effetti traumatici degli sport da contatto e sui disturbi della condotta che portano al coinvolgimento giudiziario, facendoci vivere dall’interno dell’encefalo una partita di football e una rapina a mano armata.

 

Conclusioni

Il libro si conclude, quindi, con un capitolo dedicato alla post-adolescenza e cioè alla giovane età adulta, osservando, come già fatto da Daniel Siegel nel suo libro “La mente adolescente”, che lo sviluppo cognitivo continui anche dopo il raggiungimento della maggiore età e stimolando noi tutti a una riflessione in tal senso, soprattutto in termini giuridici e di responsabilizzazione sociale.

Una lettura utile a chi è privo di conoscenze sulle neuroscienze in genere e sullo sviluppo adolescenziale in particolare. Da utilizzare per piacere o in contesto di sostegno psicologico e psicoterapeutico per il training della coppia genitoriale. Nota forse dolente: qualche suggerimento opinabile sugli stili educativi da adottare. Le linee guida dell’autrice, infatti, sebbene spesso basate sui risultati di ricerche scientifiche internazionali, lasciano, talvolta, trasparire una dose d’influenza autobiografica, non del tutto scevra da una quota di giudizio personale. D’altra parte, però, quale mamma impegnata a parlare di figli non farebbe altrettanto?

Il digiunatore da circo del cinquecento – Storia dei disturbi alimentari

A partire dal Cinquecento i casi di digiuno prolungato furono vissuti sempre più come manifestazioni strambe e sensazionali, con una trasformazione graduale dell’epifania sacra in stravagante fenomeno da circo.

MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI: Digiunatori da Circo (Nr.4)

 

Il digiuno prolungato tra frode e spettacolo

Tra le sante digiunatrici e le moderne ragazze anoressiche c’è stato un intermezzo in cui l’astensione dal cibo, venuto meno il significato religioso medievale, assunse il senso di spettacolo da fiera paesana. Come scrivono Vandereycken e van Deth (1994), il processo di secolarizzazione rese meno credibile il valore sacro del digiuno, il suo essere segno di santità, mentre lo sviluppo della scienza medica ne faceva un problema di salute. Il sentimento del sacro fu sostituito dalla meraviglia unita al sospetto dubbioso.

A partire dal Cinquecento i casi di digiuno prolungato furono vissuti sempre più come manifestazioni strambe e sensazionali, con una trasformazione graduale dell’epifania sacra in stravagante fenomeno da circo, passando per la possessione diabolica e per la vera e propria frode. Abbiamo così i tre anni di digiuno totale di Jeanne Balam in Francia (1599); i dieci anni di astinenza alimentare di Apollonia Schreier in Svizzera (1611); i tredici mesi di digiuno della diciannovenne Martha Taylor in Inghilterra (1667); gli anni di restrizione nutritiva – un cucchiaio di latte al giorno, con un pezzetto di pane e burro grande come una moneta – di Mary Vaugthton alla fine del Seicento, ancora in Inghilterra; fino ai quarant’anni di digiuno della tedesca Maria Furtner fino alla morte, avvenuta nel 1884.

Queste fanciulle digiunatrici erano visitate da dignitari e potenti, con offerte di denaro e doni di vario genere, di cui beneficiava non solo la fanciulla, ma anche la comunità che la ospitava. Non mancavano, però, i controlli da parte di medici illustri ed esperti di vario tipo, che a volte confermavano il digiuno, altre volte scoprivano la truffa.

Nel 1813 Ann Moore, diventata così celebre da accumulare una fortuna di 400 sterline (per l’epoca una somma enorme), fu smascherata. Ann riusciva a nutrirsi da una salvietta intrisa di sugo di carne. Nel 1736, in Olanda, era stata scoperta la simulazione di Anna Maria Eeltiens, che venne condannata a un’ora di gogna davanti alla chiesa del paese con la scritta ‘pubblico impostore’.

 

Scheletri viventi e artisti della fame: la desacralizzazione del digiuno

La scoperta di queste frodi rappresentava la prova della desacralizzazione del digiuno. Nell’Ottocento questi fenomeni vennero sempre più trattati e descritti come simulazioni isteriche. Ma tra di essi c’erano anche i primi casi di anoressia.

Tipico dell’Ottocento fu il fenomeno degli scheletri viventi e degli artisti della fame. A partire dal Settecento, si registrano casi di ragazze (ma anche individui di sesso maschile) che si esibiscono mostrando la loro – reale o simulata – capacità di sopravvivere senza mangiare.

Questi artisti esibivano il proprio corpo emaciato nelle fiere di paese e nei circhi. Questo tipo di spettacoli rimase popolare fino alla fine dell’Ottocento. Una delle descrizioni più note di questi artisti da circo si trova in una novella di Kafka, ‘Ein Hungerkünstler’ (letteralmente, un artista della fame, che in italiano è stata tradotta con ‘Un digiunatore‘).

Kafka la scrisse nel 1922, quando la passione popolare per i digiunatori si era ormai affievolita (il racconto inizia proprio con le parole: ‘In questi ultimi decenni l’interesse pei digiunatori è molto diminuito‘).

RUBRICA MAGREZZA NON E’ BELLEZZA – I DISTURBI ALIMENTARI

 

Franz Kafka, Un digiunatore (1922)

In questi ultimi decenni l’interesse pei digiunatori è molto diminuito. Mentre prima meritava metter su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi quelli. Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l’interesse del pubblico; tutti volevano vedere il digiunatore, almeno una volta al giorno; e negli ultimi giorni c’erano perfino degli abbonati che sedevano intere giornate davanti alla sua piccola gabbia; anche di notte avevano luogo delle visite alla luce delle fiaccole, per aumentare l’effetto; quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all’aperto, e allora erano specialmente i bambini a cui veniva mostrato il digiunatore; mentre per gli adulti costituiva spesso solo uno spasso, a cui si partecipava perché era di moda, i bimbi lo guardavano ammirati a bocca aperta, tenendosi per precauzione per la mano, mentre egli, pallido, nella sua maglia nera, con le costole esageratamente sporgenti, sdegnando perfino una poltrona, se ne stava seduto sopra paglia sparsa qua e là, facendo a volte un cenno cortese con la testa, a volte rispondendo alle domande con un sorriso sforzato o allungando un braccio attraverso le sbarre per far palpare la sua magrezza; e finiva poi per sprofondarsi in se stesso senza occuparsi più di nessuno, neppure del battito dell’orologio – così importante per lui – unico mobile della sua gabbia, per guardare fissamente cogli occhi semichiusi dinanzi a sé, succhiando di quando in quando un sorso d’acqua da un minuscolo bicchierino, per inumidirsi le labbra.

Oltre agli spettatori consueti e mutevoli c’erano anche dei guardiani fissi, scelti dal pubblico, che per una strana coincidenza eran di solito macellai e, sempre a tre per volta, avevan il compito di sorvegliare il digiunatore giorno e notte, perché, clandestinamente, non riuscisse a nutrirsi in qualche modo. Ma era solo una formalità, adottata per tranquillità della folla, poiché gli iniziati sapevano bene che il digiunatore, durante il periodo, non avrebbe toccato nessuna qualità di cibo, a nessun costo, neppure se vi fosse stato costretto; lo impediva il rispetto verso la sua arte. Ma naturalmente, non tutti i guardiani potevano intendere ciò; a volte si formavano dei gruppi di sorveglianti notturni che compivano il loro dovere molto superficialmente, si ritiravano di proposito in un cantuccio lontano, per darsi tutti a giuocar a carte, con l’intenzione evidente di dare al digiunatore il modo di fare un piccolo spuntino che, a loro parere, avrebbe potuto consumare ricorrendo a qualche segreta riserva. Per il digiunatore nulla era più penoso di questi guardiani; lo facevano diventare melanconico, gli rendevano terribilmente difficile il digiuno; a volte riusciva a vincere la sua debolezza e cantava durante la veglia finché aveva fiato, per mostrar a quella gente quanto ingiustamente sospettavano di lui, ma serviva a poco, perché quelli invece lo ammiravano per la sua abilità di mangiare perfino mentre cantava. Preferiva di molto quei guardiani che si sedevano proprio vicino alla gabbia e, non contenti della fioca illuminazione notturna della sala, lo illuminavano con lampadine elettriche tascabili, che l’impresario metteva a loro disposizione. Quella luce cruda non lo disturbava per nulla; tanto, dormire non poteva, mentre gli riusciva di appisolarsi un poco sempre, con qualsiasi illuminazione e a qualsiasi ora, anche se la sala era piena di gente e di fracasso; egli era dispostissimo a passare la notte con quei guardiani senza dormire mai; era pronto a scherzare con loro, a raccontare loro qualche storia della sua vita errante, ad ascoltare a sua volta i loro racconti, e tutto soltanto per tenerli svegli, per convincerli continuamente che non c’era nulla da mangiare nella gabbia e che egli digiunava come nessuno di loro avrebbe potuto fare. La sua felicità toccava il colmo, però, quando faceva giorno e, a sue spese, veniva portata loro un’abbondantissima colazione, su cui si gettavano con l’appetito proprio delle persone sane dopo una faticosa veglia notturna. C’era, è vero, della gente che vedeva in questa colazione una scandalosa circonvenzione dei guardiani da parte sua, ma era un andar troppo oltre, e quando si chiedeva a quelle persone, se fossero disposte ad assumersi la veglia notturna senza colazione, per andare in fondo alla cosa, si dileguavano, pur restando fedeli ai loro sospetti.

Questo d’altronde faceva parte di quei sospetti che circondavano comunque l’arte del digiuno. Nessuno infatti, era in condizione di passar tutti quei giorni e quelle notti ininterrottamente come guardiano accanto al digiunatore, e nessuno dunque poteva sapere, per propria esperienza, se il digiuno veniva osservato davvero senza interruzioni, in maniera assoluta; solo il digiunatore in persona era in grado di saperlo e di essere così anche lo spettatore pienamente soddisfatto del suo digiuno. Egli invece non era soddisfatto mai, per un’altra ragione: forse non era dimagrito per il digiuno – tantoché alcune persone, pur dolenti, erano costrette a rinunciare a quello spettacolo perché non sopportavano la sua vista – ma piuttosto perché non era soddisfatto di sé. Egli solo sapeva – e nessuno iniziato lo sospettava – quanto fosse facile il digiunare. Era la cosa più facile del mondo. Non lo nascondeva neanche, ma non gli si prestava fede e, nel migliore dei casi, lo si riteneva modesto, più spesso avido di pubblicità o addirittura un imbroglione, a cui il digiunare certo era facile, perché sapeva renderselo tale, e aveva anche la faccia tosta di lasciarlo intendere. Tutto questo ormai l’aveva dovuto sopportare, e nel corso degli anni ci s’era perfino abituato, ma nell’intimo questo malcontento lo rodeva sempre, tant’è vero che mai, dopo nessun periodo di digiuno – questa testimonianza non gli si poteva negare – aveva lasciato la gabbia spontaneamente. Come termine massimo del digiuno l’impresario aveva fissato quaranta giorni, non gli permetteva di superare mai quel limite, neppure nelle metropoli… e non senza ragione. L’esperienza insegnava che sino a quaranta giorni si poteva aumentare gradatamente l’attenzione di una città con una pubblicità sempre più intensa; più a lungo il pubblico non rispondeva più; si notava una sensibile diminuzione dell’affluenza; c’era naturalmente qualche divario, sotto quest’aspetto, tra un paese, tra una città e l’altra, ma la regola era che quaranta giorni costituissero il limite massimo. Il quarantesimo giorno la porta della gabbia inghirlandata veniva aperta, una folla di spettatori entusiasmati gremiva l’anfiteatro, una banda militare suonava, due medici entravano nella gabbia per fare le misurazioni di rito al digiunatore, con un megafono venivano diffusi tra la gente i risultati dell’esame medico, e finalmente arrivavano due giovani signore, felici di esser state designate dalla sorte, per aiutare il digiunatore a uscire dalla gabbia, scendere due scalini e arrivare sino al tavolino ove era imbandito un pranzo da malati, preparato con cura. A questo punto il digiunatore si ribellava sempre. Porgeva di buon grado, sì, le braccia scheletriche alle signore chine su di lui, che gli tendevano le mani pronte per aiutarlo, ma non si voleva alzare. Perché smettere il digiuno proprio ora, dopo quaranta giorni? Avrebbe resistito ancora a lungo per un tempo illimitato; perché farlo smettere proprio ora ch’era nel punto culminante del digiuno, anzi non c’era ancora arrivato? Perché defraudarlo della gloria di continuare ancora a digiunare, di diventare non solo il più grande digiunatore di tutti i tempi – questo, forse, lo era già – ma di superare perfino se stesso sino a un punto incredibile, perché sentiva che le sue possibilità di digiunare erano addirittura illimitate? Perché quella folla che dimostrava di ammirarlo tanto, aveva tanta poca pazienza con lui? Se resisteva lui a digiunare ancora, perché non voleva resister lei? E levava lo sguardo verso gli occhi di quelle signore, apparentemente così gentili, in realtà così crudeli, scuotendo la testa troppo pesante per il suo debole collo. E poi era stanco, se ne stava bene lì nella paglia e doveva invece rizzarsi in tutta la sua lunghezza, per andare verso quel cibo, il cui solo pensiero gli procurava una nausea, che solo per riguardo alle signore cercava faticosamente di soffocare. Ma poi avveniva quel che capitava sempre. Interveniva l’impresario e senza dir una parola – la musica non permetteva di scambiarne neppure due – levava le braccia sul digiunatore, come se invitasse il cielo a guardare una buona volta sulla paglia la sua opera, quel povero martire – e questo il digiunatore lo era, ma in tutt’altro senso, – afferrava il poveretto per la esile vita, facendo credere, con un eccesso di precauzione, di aver a che fare con un oggetto molto fragile, per consegnarlo poi – non senza averlo di nascosto scosso un poco, facendogli così oscillare in qua e in là senza controllo le gambe e il busto – alle signore, che erano intanto mortalmente impallidite. Da quel momento il digiunatore tollerava tutto; la testa pendeva sul petto, come se fosse rotolata lì per caso, fermandosi per una qualche ragione inspiegabile; il corpo era tutto incavato; le gambe con le ginocchia serrate per istinto di conservazione, raspavano il suolo come se non fosse quello vero, ma lo stessero, a quel modo, soltanto cercando; e tutto il peso, per quanto modesto del suo corpo, gravava sopra una delle signore, che, cercando aiuto intorno e tutta ansimante – non s’era certo immaginata così quell’incarico onorifico – prima allungava il collo quanto era possibile, per preservare il viso dal contatto col digiunatore, ma poi, vedendo che non ci riusciva e che la sua più fortunata collega, non le veniva in soccorso, ma si contentava di reggere tremando davanti a sé la mano del digiunatore – un mucchietto d’ossa – scoppiava in lacrime tra le risate di soddisfazione della sala, per venir subito sostituita da un inserviente pronto già da tempo. Poi veniva il pasto, di cui l’impresario faceva ingerire qualche boccone al digiunatore caduto in un dormiveglia simile a un deliquio, mentre parlava allegramente, per distrarre l’attenzione del pubblico dallo stato pietoso in cui il poveretto si trovava; poi veniva ancora un brindisi al pubblico e l’impresario dava a intendere che glielo aveva sussurrato il digiunatore stesso; la banda sottolineava tutto con una rumorosa fanfara finale, la folla si disperdeva e nessuno aveva più diritto di essere scontento dello spettacolo, tranne il digiunatore, lui soltanto sempre.

Così aveva vissuto per molti anni con brevi e regolari intervalli di riposo, in mezzo a un apparente benessere, rispettato dal mondo, eppur quasi sempre immerso in una cupa malinconia, che diveniva sempre più cupa perché nessuno riusciva a prenderla sul serio. E come, d’altronde, consolarlo? Che poteva ancora desiderare? E se per caso capitava una volta una persona di buon cuore, che lo compativa e gli voleva spiegare come quella malinconia probabilmente venisse dal digiuno, poteva anche accadere, specie quando il digiuno era già molto lungo, che il digiunatore rispondesse con un impeto di furore e, tra lo spavento di tutti, si mettesse a scuotere le sbarre della gabbia come una bestia. Ma in casi simili l’impresario ricorreva a una punizione, che usava di preferenza. Scusava il digiunatore dinanzi al pubblico radunato, ammetteva che si poteva perdonare il contegno del digiunatore solo pensando a un’irascibilità, provocata dalla fame, e solo difficilmente immaginabile da chi era sazio; veniva poi, come di conseguenza, a parlare, per spiegarla nello stesso senso, dell’asserzione del digiunatore di poter prolungare il digiuno molto più di quel che già non facesse; lodava il nobile intento, la buona volontà, la grande abnegazione, contenuti certo anche in questa asserzione; ma tentava poi subito di svalutarla mostrando semplicemente delle fotografie, subito messe in vendita, in cui si vedeva il digiunatore giunto al quarantesimo giorno, in un letto, quasi esausto dalla debolezza. Questa maniera di storcere la verità, per quanto ben nota al digiunatore, riusciva pur sempre a snervarlo ogni volta ed era veramente troppo per lui. Quello che era la conseguenza di un’anticipata fine del digiuno, veniva presentata qui come la causa! Era impossibile lottare contro una simile incomprensione, contro questa universale incomprensione. Ogni volta era rimasto ad ascoltare ansiosamente e fiducioso, attaccato alle sbarre, l’impresario, ma quando comparivano le fotografie, abbandonava ogni volta la gabbia per ricadere con un sospiro sulla paglia, mente il pubblico tranquillizzato poteva riavvicinarsi e guardarlo.

I testimoni di queste scene, quando ci ripensavano qualche anno dopo, non riuscivano quasi più a comprender se stessi, perché nel frattempo era intervenuto quel mutamento cui s’è già accennato; ed era sopraggiunto quasi d’improvviso; ci sarà stata certo qualche ragione profonda; ma chi si prendeva la briga di andar a cercarla? Comunque un bel giorno il digiunatore, così viziato dal pubblico, si vide abbandonato dalla folla desiderosa di divertirsi, che affluiva ormai ad altri spettacoli. Un’ultima volta l’impresario se lo trascinò dietro in fretta per mezza Europa, per vedere se qua e là non rispuntasse l’antico entusiasmo; ma tutto fu vano; come per una segreta intesa si era destata una vera avversione per il digiuno come spettacolo. Naturalmente questo fenomeno non s’era potuto verificare in realtà da un momento all’altro e ora tornavano in mente, in ritardo, alcuni segni precursori di cui, a suo tempo, nell’ebbrezza del successo, non s’era tenuto abbastanza conto, né sufficientemente ostacolata l’apparizione; ma era troppo tardi ormai per combatterli in qualche modo. Era bensì certo che sarebbe tornato un giorno l’ora fortunata del digiuno, ma non era sufficiente conforto per quelli che vivevano allora. Cosa doveva fare il digiunatore? Uno, che s’era visto acclamare da migliaia di persone, non poteva esibirsi nei baracconi delle piccole fiere di campagna; per mettersi a fare un altro mestiere il digiunatore non solo era troppo vecchio, ma soprattutto troppo fanaticamente attaccato alla sua arte. Così egli congedò l’impresario, compagno di una carriera senza pari, e subito si fece scritturare da un gran circo; per riguardo alla sua suscettibilità non volle neppure vedere le clausole del contratto.

Un gran circo con quella marea di persone, di animali e di arnesi, che si equilibrano e si completano l’un con l’altro, può sempre utilizzare chicchessia, in qualunque momento, anche un digiunatore, naturalmente purché abbia pretese relativamente modeste; inoltre, in questo caso particolare, non era soltanto lui a essere scritturato, ma anche il suo nome da tempo ormai celebre; anzi per la singolarità di quest’arte, che con l’aumentare degli anni non soffriva diminuzioni, non si poteva neanche dire che in questo caso un artista ormai invecchiato, non più nel pieno splendore dei suoi mezzi, si fosse rifugiato nel tranquillo impiego di un circo, ché anzi il digiunatore assicurava, e gli si poteva credere, che avrebbe continuato a digiunare come prima; affermava persino che, se lo lasciavano fare – e gli fu promesso senz’altro – avrebbe proprio ora stupito il mondo e con ragione; un’asserzione, questa, che, considerando l’umore del tempo – e il digiunatore nel suo entusiasmo se ne dimenticava facilmente – suscitava nella gente del mestiere solo un sorriso.

In fondo anche il digiunatore s’era reso conto del reale stato delle cose e considerò quindi naturale che non lo si mettesse con la sua gabbia nel mezzo della pista, come un numero sensazionale, ma fuori, in un posto del resto comodamente accessibile, in vicinanza delle stalle. Grandi cartelli variopinti incorniciavano la gabbia, spiegando al pubblico cosa c’era da vedere in quel luogo. Quando, durante le pause dello spettacolo, la gente s’affollava verso le stalle per vedere le bestie, era quasi inevitabile che passasse davanti al digiunatore e si soffermasse un attimo davanti a lui; forse c’era chi si sarebbe trattenuto ancora più a lungo se non ci fossero stati, nello stretto corridoio, quelli che venivano dietro e non comprendevano la ragione di quell’indugio sulla via che portava alle ambite stalle, rendendo così impossibile una visita più prolungata e pacata. Questa era anche la ragione per cui il digiunatore tremava al pensiero di queste ore di visita, di cui pure era ansioso come dello scopo della sua vita. Nei primi tempi non vedeva l’ora che queste pause dello spettacolo arrivassero; la vista di quella massa ondeggiante di gente, che s’avvicinava, l’aveva incantato, sinché non s’era presto convinto – anche la più tenace, quasi consapevole illusione non aveva resistito all’esperienza – che intenzionalmente erano tutti, senza eccezione, dei visitatori delle stalle. Lo spettacolo della gente che s’avvicinava da lontano, rimase la sensazione migliore, perché appena era giunta vicino a lui, egli veniva come sopraffatto dal gridìo e dalle dispute di due gruppi che si formavano di continuo: uno di coloro, che volevano guardarselo comodamente – e presto divenne per il digiunatore il gruppo più sgradito – ma non per una vera comprensione, bensì per capriccio e puntiglio; e un altro di coloro, che prima di tutto volevan giungere alle stalle. Passato il grosso del pubblico, venivano poi i ritardatari e proprio questi, cui nessuno impediva di fermarsi quanto volevano, gli passavano dinanzi, allungando il passo, senza quasi degnarlo di un’occhiata, per arrivare in tempo a veder gli animali. E non era davvero molto frequente il caso fortunato di un padre di famiglia che, arrivando lì coi figlioli, accennava col dito al digiunatore, spiegando loro minuziosamente di che si trattasse, ricordando i tempi andati, in cui aveva assistito a esibizioni simili ma molto più grandiose; i bambini, scarsamente preparati su questo argomento dalla scuola e dalla vita – che poteva significare per loro patir la fame? – continuavano a starsene lì, senza capire, ma nello splendore dei loro occhi incuriositi pareva di intravedere il riflesso di tempi nuovi, lontani ancora e più caritatevoli. Forse, si diceva a volte il digiunatore, tutto sarebbe andato meglio se non lo avessero collocato tanto vicino alle stalle. Così la gente aveva una scelta troppo facile, per tacere poi che le esalazioni delle stalle, l’irrequietezza delle bestie nella notte, il passaggio dei pezzi di carne cruda per le belve, i ruggiti che ne accompagnavano i pasti lo disturbavano molto e lo deprimevano continuamente. Non osava però rivolgersi alla direzione del circo per protestare; in fondo doveva alla presenza delle bestie quella folla di spettatori, tra cui poteva pur capitarne di quando in quando uno destinato a lui e chissà dove l’avrebbero cacciato, se richiamava l’attenzione della direzione sopra di sé e quindi anche sul fatto che, in conclusione, egli costituiva solo un ostacolo sulla via che conduceva alle stalle.

Un piccolo ostacolo, però, che si faceva sempre più piccolo: ci si abituò alla stranezza, in tempi come i nostri, di reclamare l’attenzione del pubblico sopra un digiunatore, e con questa abitudine il suo destino fu segnato. Poteva digiunare quanto voleva … ed egli lo faceva; ma nulla lo poteva più salvare, nessuno più si curava di lui. Si provi qualcuno a spiegare l’arte del digiuno! A chi non la conosce, non si può darne un’idea. I bei cartelloni con le iscrizioni divennero sudici e illeggibili; e vennero strappati via e a nessuno venne in mente di sostituirli; la piccola tabella poi, col numero dei giorni di digiuno compiuti, che nei primi tempi veniva rinnovata ogni giorno, rimase per lungo tempo sempre la stessa, poiché dopo le prime settimane al personale del circo anche quella piccola fatica era parsa troppo; e così il digiunatore continuava a digiunare, come aveva sognato un tempo, e gli riusciva senza sforzo come aveva predetto, ma nessuno contava più i giorni, nessuno, nemmeno il digiunatore, sapeva quanto alta era ormai la sua prova e il suo cuore si sentì oppresso. E se una volta, in quel tempo, qualche sfaccendato si fermava dinanzi alla gabbia, considerava con ironia la cifra altissima e parlava di imbroglio, era, in questo senso, la più stupida menzogna che l’indifferenza e un’innata malignità avevan potuto inventare; poiché non era il digiunatore ad ingannare – egli lavorava onestamente – ma il mondo lo frodava del premio che si meritava.

E passarono ancora molti giorni ed anche questo finì. Un giorno la gabbia dette nell’occhio a un custode, che chiese agli inservienti perché si tenesse lì quella gabbia ancora buona ad usarsi, senza utilizzarla, con tutta quella paglia fradicia; nessuno lo sapeva, sinché uno, col soccorso dei cartelli, non si ricordò del digiunatore. La paglia venne smossa con delle stanghe e vi si trovò il digiunatore. «Digiuni dunque ancora?» chiese il custode, «quando ti deciderai a smettere?». «Perdonatemi voi tutti» sussurrò il digiunatore; ma soltanto il custode che teneva l’orecchio accosto alle sbarre, lo intese.

«Ma certo» disse il custode, toccandosi la fronte con un dito per accennare al personale lo stato in cui si trovava il poveretto, «ti perdoniamo.» «Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno» continuò il digiunatore. «E noi, infatti, ne siamo ammirati» disse condiscendente il custode. «E invece non dovete ammirarlo» replicò il digiunatore. «E allora non lo ammireremo» rispose il custode, «ma poi perché non dobbiamo farlo?». «Perché sono costretto a digiunare» continuò il digiunatore. «Ma senti un po’» disse il custode «perché non ne puoi fare a meno?». «Perché io» disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, «perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri». Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba convinzione di continuare a digiunare.

«E ora fate ordine!» disse il custode; e il digiunatore fu sotterrato insieme alla paglia. Nella gabbia fu messa poi una giovane pantera. E vedere nella gabbia sì a lungo deserta dimenarsi quella fiera fu un sollievo per tutti, anche per gli spettatori più ottusi. Non le mancava nulla. Il cibo che le piaceva, glielo portavano senza tante storie i guardiani; non sembrava neppure che la belva rimpiangesse la libertà; quel nobile corpo, perfetto e teso in ogni parte sin quasi a scoppiarne, pareva portare con sé anche la libertà; sembrava celarsi in qualche punto della dentatura; e la gioia di vivere emanava con tanta forza dalle fauci, che agli spettatori non era facile resistervi. Ma si dominavano, circondavano la gabbia e non volevano saperne di andar via.

La fase dell’adolescenza nell’era moderna e i comportamenti a rischio

Adolescenza: Lo studio dei comportamenti a rischio adolescenziali è recente e ha acquisito maturità scientifica solo dagli anni ottanta del secolo scorso, quando si è compreso come la maggior parte delle cause di malattia e di morte in quell’ età dipendano da comportamenti a rischio. Comportamenti pericolosi per la salute come l’uso di sostanze, il comportamento sessuale precoce o rischioso, la guida pericolosa, il comportamento suicida e omicida, i disordini alimentari e la delinquenza. 

Questo articolo è stato pubblicato da Giovanni Maria Ruggiero su Linkiesta il 20/02/2016

L’adolescenza nell’era moderna

Un tempo, a quindici anni non si era adolescenti ma già giovani adulti. L’adolescenza è un’invenzione moderna, questa età inquieta in cui si è ancora economicamente dipendenti dalle figure familiari e s’intraprende un lungo percorso di preparazione scolastica al mondo del lavoro; e al tempo stesso si è già fisicamente cresciuti e psicologicamente pieni di aspirazioni, sogni e progetti che non sono più quelli infantili, il desiderio di esplorare il mondo è li, davanti a noi. E infine, e questo è il terzo ingrediente che fa saltare tutto, la dipendenza economica si unisce però a una disponibilità, a un benessere sconosciuti alle età passate della sussistenza economica. Si è nell’epoca del consumismo, e tra lavoretti part time e paghette passate dai genitori l’adolescente, pur dipendente, ha anche una sua indipendenza che lo rende già soggetto economico, cliente e consumatore. Soprattutto consumatore di cultura: musica prima di ogni cosa, e poi cinema, serie TV, informatica, insomma ogni genere di media.

Questo adolescente è quindi uno strano soggetto, un individuo e un cittadino a metà, dipendente e indipendente, oggetto e agente, attore e comparsa. Promuove e sostiene una cultura che è dominante soprattutto nel campo musicale, almeno dai tempi di Presley, mentre in altri campi è assente per oggettiva immaturità. Questa sua instabilità destabilizzante si prolunga in una giovinezza infinita che è poi un’infinita adolescenza, negli studi universitari e nella ricerca del primo impiego. E anche in quei casi in cui non si studia all’università e ci si inserisce prima nel mondo del lavoro, permane questa sensazione di eterna attesa e di eterna adolescenza.

L’adolescenza è quindi destabilizzazione per eccellenza. Lo fu in maniera divertente e musicale negli anni ’50, psichedelica e idealista nei ’60, cupamente utopica nei ’70, e poi si è quasi paradossalmente stabilizzata nella sua labilità e nella sua natura di età imperfetta negli anni successivi.
Eppure la letteratura psicologica ha abbandonato la rappresentazione dell’adolescenza come condizione di disagio e sofferenze. La crisi adolescenziale non è l’unica e forse nemmeno la più importante nella vita di una persona. Il cambiamento e lo sviluppo –e quindi la destabilizzazione– non sono limitati al periodo iniziale della vita, ma riguardano tutta l’esistenza, dal momento che tutte le funzioni psichiche subiscono mutamenti incessanti lungo l’intero corso della vita.

È vero che l’allargarsi delle libertà individuali e delle possibilità di realizzazione personale rende più problematica quest’età sospesa nella quale non si realizza ancora una vera e completa partecipazione sociale e gli scopi personali non sono ancora chiari e ben definiti. Accade quindi che per un adolescente l’impegno nello studio possa essere messo in atto per compiacere i genitori in una relazione di dipendenza, o possa essere lo strumento per raggiungere una maggiore autonomia attraverso il successo scolastico. Oppure che l’affermazione di sé possa realizzarsi attraverso comportamenti pericolosi e ad alto rischio, come l’uso di droghe, o con comportamenti socialmente utili, come l’impegno a favore degli altri.

 

I comportamenti a rischio nell’adolescenza

Lo studio dei comportamenti a rischio adolescenziali è recente e ha acquisito maturità scientifica solo dagli anni ottanta del secolo scorso, quando si è compreso come la maggior parte delle cause di malattia e di morte in quell’età dipendano da comportamenti a rischio. Comportamenti pericolosi per la salute come l’uso di sostanze, il comportamento sessuale precoce o rischioso, la guida pericolosa, il comportamento suicida e omicida, i disordini alimentari e la delinquenza. Questi comportamenti mettono in pericolo il benessere psicologico, sociale e fisico: l’attività sessuale precoce e non protetta che può portare a una gravidanza precoce, la guida pericolosa e il fumo di sigaretta.

Tuttavia, questi comportamenti a rischio hanno un senso e una funzione. Questi comportamenti consentono al ragazzo o alla ragazza di mettere alla prova le proprie abilità e competenze, di mettere alla prova i livelli di autonomia e controllo raggiunti e di sperimentare nuovi stili di comportamento. L’assunzione del rischio e la sperimentazione aiutano gli adolescenti a raggiungere indipendenza, maturità e a costruire una propria identità. Tuttavia, tale assunzione di rischio può portare a mettere in atto comportamenti estremamente dannosi per la salute propria e altrui.

Accanto alla necessità di mettersi alla prova, di saggiare le proprie forze, vi sono altri due fattori alla base dei comportamenti destabilizzanti dell’adolescenza: l’ottimismo irrealistico e la ricerca di sensazioni (sensation seeking). Il primo è una distorsione cognitiva che fa sottostimare all’adolescente il rischio che corre. Questa distorsione ha il suo senso, perché concorre a incoraggiare l’adolescente a mettersi alla prova.

Naturalmente però concorre anche alla devianza e alla destabilizzazione. La ricerca di sensazioni è il desiderio e la ricerca attiva di novità e di intensità nelle esperienze. Che però si correla con comportamenti sessuali precoci e non protetti, l’uso di droga e alcol e altri comportamenti a rischio.

Insomma, l’adolescente è catapultato in una condizione nuova, sospeso tra i due estremi di una condizione perduta di certezza, l’infanzia, e una nuova di affascinante e terrificante incertezza, l’età adulta; tra gli agi e le sicurezze di quando era fanciullo, accudito dai genitori e dalle figure di riferimento, e la libertà e le nuove responsabilità della condizione adulta. I comportamenti, rischiosi e normali, messi in atto dai soggetti durante l’adolescenza hanno lo scopo di fornire una soluzione ai diversi compiti di sviluppo, che appaiono spesso indefiniti. Tra i comportamenti a rischio messi più frequentemente in atto oggi vi è l’utilizzo di stupefacenti, e in particolare di cannabis, che è la sostanza psicoattiva illegale maggiormente diffusa nel mondo. Uno dei luoghi comuni tra gli adolescenti è che la cannabis sia un prodotto pressoché innocuo, anche se ormai la sua pericolosità sia a breve che a lungo termine è stata accertata. Una destabilizzazione chimica, che ingannevolmente aiuta l’adolescente a sopportare la lunga attesa, la lunga anticamera che deve affrontare. Aiuto ingannevole, che anzi toglie armi mentali che saranno preziose nell’agognata età adulta successiva.

Guida perversa all’ideologia (2012) di S. Fiennes– Recensione

In questo film di Sophie Fiennes, Slavoj Žižek ci guida perversamente nel Grande Altro (in senso lacaniano) dell’Ideologia.

 

Il presupposto è, ovviamente, che le ideologie non sono affatto morte, come qualcuno ripete meccanicamente da anni. Secondo il filosofo e psicanalista sloveno un esempio di ottima salute di cui gode il sistema ideologico è dato dalla faticosa lotta che Barack Obama ha dovuto combattere per attuare la riforma sanitaria: prova di una irriducibile ideologia dell’individualismo sregolato.

La società in cui viviamo, con i suoi emissari che prendono le forme di Marketing, Religione, Famiglia, Istituzioni organizzate, ci guida silenziosamente lungo il corso della nostra vita e ci impone quelli che sono i suoi gusti, costumi e desideri; fino al punto di non essere più in grado di comprendere se questi sono davvero nostri o se ci sono stati instillati.

Fin qui niente di nuovo, quasi banale. Ma non è la cosa più inquietante: Žižek dimostra (citando Hollywood, in particolare Carpenter – ‘Essi vivono’ – e Frankenheimer – ‘Operazione diabolica’) che, se mai avessimo l’opportunità di cambiare questo status di surrogato di noi stessi, sentiremmo la dolorosa mancanza di ciò che siamo.

Sentiremmo il bisogno di difendere tutte quelle piccole cose che ci fanno sentire al sicuro e che ci tengono per mano lungo il cammino della nostra vita. Come dice David Pollens, psicoanalista che lavora a New York:

Molti vengono a chiederci aiuto e subito dopo cercano di impedirci di aiutarli […]. Come fai ad aiutare una persona quando ti dice, in un modo o nell’altro, ‘Non aiutarmi’? La psicoanalisi è tutta qui.

Un secondo esempio di condizione ambivalente nella quale si trova a vivere l’Uomo la troviamo nel capitolo del film dedicato al concetto di godimento (jouissance, per dirla come Lacan). Žižek ha già affrontato il tema in ‘Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo‘ (Bollati Boringhieri, 2009).

Godi!‘ è l’ossessione imposta dalla società contemporanea. Il Super-Io, prima depositario del divieto di godere (Freud), diventa ora il tiranno che impone il divieto di non godere (Lacan), a tal punto che «non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando si arriva a non godere». La condizione dei pazienti sul lettino è cambiata nei decenni:

Un tempo, si contava sulla psicoanalisi affinché consentisse al paziente di superare gli ostacoli che gli impedivano l’accesso a una normale soddisfazione sessuale (…). Oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere.

Godimento è cosa diversa dal semplice piacere, nella contrapposizione dovere-piacere il godimento si soddisfa solo includendo entrambe le polarità: provando piacere e al contempo sofferenza per aver eluso il dovere.

In un passaggio del film Žižek nota che la Coca-Cola ha il potere di protrarre il desiderio. Il paradosso di questa bevanda è che se sei assetato desideri berla, ma più la bevi e più provi sete. E’ il desiderio del desiderio stesso, il desiderio di continuare a desiderare. Il prodotto menzionato è figlio di un’ideologia, quella consumista.

Per Kafka l’uomo moderno ritrova l’unico contatto col Divino nella Burocrazia. Quest’altra ideologia, attraverso l’onnipotenza delle proprie procedure insensate ma obbligatorie, è espressione del godimento divino. Il produrre il nulla sul nulla, la mancanza di scopo, è il modo attraverso cui l’impianto burocratico genera il godimento che si riproduce all’infinito.

Che cosa è il Grande Altro dunque? Secondo Lacan è l’elemento base della struttura ideologica. Da un lato è l’ordine segreto delle cose, agente che garantisce il significato di ciò che facciamo. Molto più interessante è l’altra funzione, quella di mantenere intatte le apparenze.

Un esempio struggente ci è dato dal film di David Lean, Breve incontro. Due amanti decidono di darsi appuntamento al bar di una stazione ferroviaria per un addio estremamente malinconico, non potendo più portare avanti la loro passionale relazione. Ad un tratto fa il suo ingresso un’amica di famiglia della donna, descritta come stupida e decisamente invadente, che si accomoda al tavolo. Questa fastidiosa presenza irrompe nella loro intensa intimità e li travolge con un fiume di chiacchiere insensate. Parla fino a quando sopraggiunge il treno che li separerà per sempre portando via l’uomo.

La sconosciuta svolge la funzione di Grande Altro, durante la sua presenza i due amanti decidono di fingere di essere solo conoscenti e salvare le apparenze, per non minare la stabilità che l’entità suprema garantisce. Ma in una scena successiva la tragedia si esplicita in tutto il suo straziante dilemma: la protagonista guarda la stupida signora mentre continua a parlare e pensa ‘come vorrei potermi fidare di te’, la sofferenza accumulata per la separazione dall’amante vuole venir fuori, la protagonista vorrebbe incidere la sua Verità nella mente del Grande Altro. Ecco ancora una contraddizione, il Grande Altro ci obbliga a fingere ma vorremmo anche confessargli le nostre verità.

Ritengo che questa sia anche la funzione dell’analista. Attraverso il processo di transfert il terapeuta rappresenta sia un’ordine precostituito al quale il paziente si relaziona, fatto di un’immagine composta anche dalle proprie fantasie, e sia un testimone delle proprie sofferenze.

Žižek propone due stati psicoanalitici: la perversione e l’isterìa. Nel primo caso il soggetto ha la totale convinzione che i desideri del Grande Altro siano i propri, nel secondo caso c’è la messa in dubbio destabilizzante di questo principio. Questo è lo stato più creativo. C’è sempre in ognuno di noi almeno una traccia di isterìa.

Nel film di Scorsese ‘L’ultima tentazione di Cristo‘, l’esperienza tormentata di Gesù viene letta come un’esperienza d’isterìa, drammatizzata come una lotta coi propri demoni interiori. Il processo, in questo caso spirituale ma potremmo ipotizzarlo come analitico, di Cristo si conclude con la morte (che sappiamo essere una Rinascita). Negli ultimi minuti della propria vita, Cristo pone la domanda al cielo ‘Eloì, Eloì, lama sabactàni?’ (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) e realizza: il Grande Altro non esiste.

Il filosofo giunge alla conclusione che il cristianesimo è più ateo dell’ateismo stesso. Nella religione cattolica il figlio di Dio raggiunge il punto più alto della propria consapevolezza prima di lasciare gli uomini da uomo, comprendendo che il padre non esiste. Nell’ateismo le persone possono dedicare intere vite a una o più ideologie, talvolta senza nemmeno averne contezza.

Siamo essenzialemente soli, ma attraverso la relazione con gli altri, reali o fantasticati, possiamo esprimere la soggettività e questa nuova solitudine può rappresentare la nostra salvezza.

La relazione tra la tendenza a fantasticare e i sintomi depressivi: pensa positivo, ma impegnati!

Un recente studio ha indagato la relazione tra la tendenza a fantasticare, a sognare ad occhi aperti, e la presenza di sintomi depressivi.

Un recente studio pubblicato su Psychological Science (Oettingen, Mayer & Portnow, 2016) ha indagato la relazione che esiste tra la tendenza a sognare a occhi aperti, a fantasticare,  e la presenza di sintomi depressivi sia considerando queste due variabili nello stesso momento che in una prospettiva temporale più ampia (fino a 7 mesi).

 

Gli effetti della tendenza a fantasticare a distanza di 1 mese

Nello specifico, gli autori hanno svolto 4 studi sul tema. Nel primo, hanno chiesto a 88 partecipanti di fantasticare sulla conclusione di uno scenario solo abbozzato e hanno valutato per ogni partecipante la presenza di sintomi depressivi in due momenti a distanza di un mese uno dall’altro: le analisi dei dati hanno mostrato che più la conclusione immaginata era positiva, minore era il livello di sintomi depressivi nel momento specifico in cui si fantasticava; tuttavia, più una persona fantasticava in modo positivo, più i sintomi depressivi si facevano sentire un mese dopo.

 

Gli effetti della tendenza a fantasticare sull’arco di 7 mesi

Nel secondo studio gli autori hanno seguito la stessa procedura, ma applicandola a 109 bambini di circa 10 anni e valutando un periodo di tempo di 7 mesi anziché uno. Anche in questo caso, la tendenza a fantasticare su scenari positivi è risultata correlata con un maggiore benessere nel momento stesso in cui si fantastica, ma a una maggiore presenza di sintomi depressivi 7 mesi dopo.

 

Diario giornaliero sulla tendenza a fantasticare e risultati sui 6 mesi

Nel terzo studio, al posto della procedura utilizzata in precedenza, è stato utilizzato un diario che valutasse la tendenza a fantasticare di 73 soggetti in modo positivo nel corso della giornata, e di nuovo l’umore e stato valutato all’inizio dello studio e 6 mesi dopo. Ancora una volta, i risultati hanno replicato quanto emerso nei due studi precedenti: la tendenza dei soggetti a lasciarsi andare a fantasticherie positive nel corso della giornata era correlata con minori sintomi depressivi sul momento, ma con maggiori sintomi depressivi nel lungo termine (6 mesi dopo).

 

Gli effetti della tendenza a fantasticare su impegno e risultati accademici

L’ultimo studio ha coinvolto 148 studenti del college, che hanno completato la medesima procedura utilizzata negli studi 1 e 2 per quanto riguarda la tendenza a fantasticare in modo positivo; due mesi dopo gli allievi sono stati sottoposti alla seconda valutazione dell’umore e alla valutazione dell’impegno nelle attività accademiche. Infine, è stato registrato il dato relativo al successo accademico dei partecipanti, in termini di esami sostenuti e votazione finale. Ancora una volta, le fantasie positive erano legate a un umore migliore in un primo tempo, e a maggiori sintomi depressivi a distanza di due mesi.

Inoltre, il successo accademico e l’impegno nello studio erano in grado di mediare parzialmente la relazione tra le fantasticherie positive e i sintomi depressivi. Vale a dire, sembra esserci una linea che porta dalla tendenza a fantasticare in modo positivo a un minore impegno e un minore successo accademico, e da queste difficoltà a una maggiore presenza di sintomi depressivi.

 

La tendenza a fantasticare: dispersione di energie e diminuzione dell’impegno

Come interpretare questi risultati? Gli autori suggeriscono alcune possibilità.

Secondo loro, mentre le aspettative positive sarebbero basate su esperienze passate concrete ed effettivamente avvenute, fantasticare su scenari ideali sembrerebbe sprecare energia e ostacolare il successo sia in ambito accademico che relazionale.

Dall’analisi della letteratura, sembra che fantasticare sul futuro porti a una diminuzione delle energie, valutate sia attraverso questionari che attraverso la misurazione della pressione sanguigna, e a sua volta l’abbassamento di energia porterebbe a minori sforzi e una peggiore prestazione e, di conseguenza, a una maggiore probabilità di sviluppare sintomi depressivi (Kappes & Oettingen, 2001; Strauman, 2002).

Azzardando forse un po’ troppo, nella discussione ai risultati, gli autori ipotizzano che fantasticare sul futuro potrebbe incoraggiare le persone a godersi gli esiti di questi scenari in anticipo, abbassando così l’energia e l’impegno richiesti per raggiungere concretamente l’obiettivo.

Riassumendo, fantasticare in modo positivo sul futuro può essere sia un fattore di rischio che un fattore di protezione contro una sintomatologia di tipo depressivo. Quando le persone sognano a occhi aperti, questo le fa stare meglio, contrastando nel breve termine la tristezza; tuttavia, questo potrebbe anche portare le persone a perdersi sia in termini di energie che di direzionalità verso l’obiettivo, rendendo le fantasie un fattore di rischio per l’immobilità e, di conseguenza, la difficoltà a raggiungere l’obiettivo concretamente nel lungo termine.

Fate attenzione a quello che desiderate, ma soprattutto dopo averlo desiderato andatevelo a prendere!

cancel