Tecnologia e cognizione: oltre la contrapposizione tra potenziamento e declino
Quando si parla dell’impatto degli ambienti digitali sulla cognizione umana, di solito la discussione tende a polarizzarsi attorno a due prospettive: da un lato l’entusiasmo e la narrazione secondo cui ogni innovazione equivale a un potenziamento delle capacità umane; dall’altro c’è un certo allarmismo, la paura che l’evoluzione della tecnologia corrisponda a un detrimento delle nostre capacità di pensiero, di ragionamento, di memoria, di empatia.
Entrambe le visioni condividono lo stesso limite: la tendenza a semplificare fenomeni complessi e ad astrarre i processi cognitivi dall’ecologia delle relazioni e degli contesti in cui si esplicano. Nel suo volume Zombificazione digitale (2026) Sauro Tronconi scarta questi due poli e propone un’analisi dei sistemi biologici e del design delle piattaforme digitali.
La “zombificazione” come adattamento
La zombificazione chiaramente non è una patologia clinica, un quadro nosografico o una lesione strutturale dell’encefalo, bensì un assetto funzionale specifico che scaturisce dall’interazione tra una tendenza biologica innata e il design delle piattaforme.
L’essere umano è un organismo biologicamente orientato al risparmio energetico e alla semplificazione dei processi decisionali; ha la tendenza ad automatizzare i comportamenti ripetitivi per liberare risorse cognitive. E quando questo sistema di adattamento entra in contatto con ambienti ad altissima densità informativa, come i social, la modalità automatica tende a diventare dominante.
Ma come si diventa degli “zombie sapiens”? Secondo Tronconi, succede quando sperimentiamo un vuoto che riempiamo col telefono prima ancora di darci il tempo di rimanere nel qui e ora. E perché continuiamo a scorrere anche quando ci stiamo annoiando o ci sentiamo frustrati? Perché il design del feed sfrutta la promessa dell’incertezza, mantenendo accesa la fame di verifica (detta “wanting”).
La notifica funziona come una “domanda senza risposta”: anche quando non viene aperta o si resiste all’impulso di guardarla, il solo segnale consuma risorse attentive.
Dalla neurobiologia alle metriche di ingaggio sui social
Il fenomeno, sottolinea l’autore nel volume Zombificazione digitale (2026), è integrato nella struttura stessa delle piattaforme: l’ottimizzazione delle metriche di coinvolgimento (follower, condivisioni, commenti) punta a trattenere gli utenti il più a lungo possibile. Più tempo passiamo online, più pubblicità guardiamo: è su questa semplice equazione che si reggono i ricavi delle piattaforme.
Per questo i sistemi di raccomandazione e il design agiscono intercettando leve neurobiologiche come i circuiti dopaminergici legati all’aspettativa e alla ricerca della ricompensa, in particolare proprio la dopamina è il motore dell’inseguimento continuo della novità e della riduzione dell’incertezza. Sfruttando questa caratteristica evolutiva, gli ambienti online trasformano il tempo e la disponibilità attentiva dell’utente, portando a condizioni di affaticamento cognitivo, frammentazione del focus e persistenza del cosiddetto residuo attentivo (ovvero la quota di attenzione che rimane ancorata al compito precedente) durante il passaggio rapido da un contenuto all’altro.
L’impoverimento dell’attenzione come fenomeno collettivo
Sebbene sappiamo che gli ambienti digitali ci “addestrano” a interruzioni continue, quando ci accorgiamo di non riuscire più a leggere un libro o a stare concentrati, non pensiamo “un ambiente mi ha addestrato a interrompermi”, ma “non sono più capace, sono fatto così”: trasformiamo un effetto ambientale in un tratto identitario o in un limite del nostro carattere.
Ma non solo. Lo sguardo di Tronconi si allarga poi al piano sociale: l’affaticamento cognitivo erode il dibattito pubblico, rendendo la cittadinanza meno tollerante verso la complessità, il confronto articolato e le sfumature della realtà; da qui nascono fenomeni come l’echo chamber e la polarizzazione a volte radicale cui si assiste non di rado online, alimentate da quello che l’autore definisce populismo dopaminergico.
In definitiva, è auspicabile una presa di coscienza lucida sui costi cognitivi e sociali della delega attentiva, con l’invito a una maggiore consapevolezza e senso critico.