L’estetica come performance sociale
Negli ultimi anni, la costruzione dell’immagine corporea negli adolescenti e nei giovani uomini si è progressivamente spostata all’interno di un ecosistema digitale in cui l’aspetto fisico non rappresenta più soltanto un elemento identitario, ma una vera e propria forma di performance sociale.
In questo scenario si inserisce il fenomeno del looksmaxxing, un insieme eterogeneo di pratiche e narrazioni online che promettono di massimizzare l’attrattività maschile attraverso interventi sul corpo, sullo stile di vita e su caratteristiche facciali considerate “ottimizzabili” (Konig et al., 2025; Vives et al., 2026).
A prima vista può sembrare una forma estrema di self-care. Tuttavia, la letteratura recente suggerisce che il fenomeno si inserisce in dinamiche psicologiche più profonde legate al perfezionismo, al confronto sociale e alla costruzione dell’identità (Sousbois, 2025). Lo stesso autore afferma, inoltre, che ciò che distingue il looksmaxxing da forme più tradizionali di cura di sé è la sua impostazione implicitamente valutativa: il corpo non è soltanto curato, ma continuamente misurato, scomposto in parametri estetici (simmetria facciale, mandibola, proporzioni cranio-facciali) e ricondotto a una logica di ranking.
Dalle community online alla cultura mainstream
Il termine nasce in contesti forum-based come 4chan, ma si è progressivamente diffuso su piattaforme mainstream come TikTok, Instagram e YouTube Shorts, dove ha assunto forme più accessibili e visivamente accattivanti (Vives et al., 2026).
I contenuti sono spesso prodotti da creator che si presentano come esperti informali di estetica maschile, pur non avendo alcuna formazione clinica o medico-specialistica. Le narrazioni proposte semplificano in modo estremo il concetto di attrattività, riducendolo a un insieme di variabili tecniche e modificabili. In questo passaggio, il corpo viene trasformato in un progetto ottimizzabile, mentre l’identità rischia di essere assorbita da una logica di miglioramento potenzialmente infinita.
Tra cura di sé e progressiva rigidità comportamentale
Come già accennato, molte pratiche associate al looksmaxxing nascono all’interno di comportamenti non patologici: attività fisica, skincare, attenzione all’immagine personale. Tuttavia, in una quota di utenti, questi comportamenti possono evolvere verso forme di rigidità crescente. Il punto di svolta clinicamente rilevante è il passaggio da un miglioramento orientato al benessere a un’ottimizzazione guidata da ansia, controllo e insoddisfazione persistente (Halpin et al., 2025).
In questo contesto emergono pratiche prive di evidenze scientifiche, ma presentate online come strumenti trasformativi. Un esempio è il cosiddetto mewing, che propone modificazioni della postura linguale con l’obiettivo di alterare la struttura mandibolare. Le evidenze disponibili non supportano cambiamenti strutturali significativi del volto attraverso questa tecnica (Lee et al., 2019). Ancora più problematiche sono le pratiche estreme come il bone-smashing, che promuove microtraumi facciali autoindotti per modificare la struttura ossea. Tali comportamenti espongono a rischi concreti, tra cui fratture, danni neurovascolari e deformità permanenti (Grillo, 2024). Accanto a queste pratiche si osserva anche la diffusione dell’uso non regolamentato di melanotan, un analogo sintetico dell’ormone melanotropo promosso online come agente abbronzante. Il suo utilizzo è associato a diversi rischi dermatologici, tra cui la comparsa di nevi atipici, modificazioni di lesioni pigmentate preesistenti e un possibile aumento del rischio di melanoma, oltre a più ampie criticità di sanità pubblica legate alla vendita e all’impiego di sostanze non autorizzate (Sidhu et al., 2026).
L’esposizione ripetuta a contenuti di questo tipo solleva interrogativi rilevanti sul ruolo delle piattaforme digitali nel normalizzare comportamenti potenzialmente dannosi e nell’amplificare la vulnerabilità degli utenti più giovani.
Social media, algoritmi e insoddisfazione corporea
Diversi studi hanno evidenziato come l’esposizione a contenuti fortemente orientati all’immagine sia associata a livelli più elevati di insoddisfazione corporea e a sintomi compatibili con il disturbo da dismorfismo corporeo (BDD) (Gupta et al., 2023; Halpin et al., 2025). Sebbene non sia corretto sovrapporre automaticamente il looksmaxxing al BDD, alcune pratiche tipiche delle community — come misurazioni facciali, analisi ossessiva dei tratti, confronto continuo e ricerca di feedback — condividono elementi strutturali con i comportamenti dismorfofobici. Il disturbo da dismorfismo corporeo da una preoccupazione eccessiva per difetti percepiti e da comportamenti ripetitivi come controllo allo specchio, confronto sociale e ricerca di rassicurazioni (American Psychiatric Association, 2022; Phillips, 2005). Nel contesto digitale, questi processi vengono amplificati e “esternalizzati”: il confronto diventa continuo, quantitativo e mediato da immagini idealizzate (Perloff et al., 2014; Monks et al., 2021). In questo quadro si colloca anche la cosiddetta muscle dysmorphia, una condizione caratterizzata dalla percezione persistente di insufficiente muscolarità nonostante una condizione fisica spesso nella norma (Murray et al., 2017; Tod et al., 2016). Sia nel bodybuilding estremo sia nel looksmaxxing, il corpo viene vissuto come un progetto incompiuto, costantemente migliorabile ma mai sufficiente. Questa dinamica può rendere difficile riconoscere la sofferenza psicologica sottostante, spesso mascherata da disciplina e autocontrollo.
Interventi terapeutici e adattamenti digitali
La Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) rappresenta il trattamento di prima linea per il disturbo da dismorfismo corporeo e le preoccupazioni eccessive per i propri difetti fisici (Wilhelm et al., 2013; Krebs et al., 2024). Tuttavia, un recente filone di letteratura sostiene che l’integrazione del contesto digitale sia oggi essenziale (Krebs et al., 2024). Ad esempio alcuni autori propongono che le tecniche di esposizione debbano includere:
- pubblicazione di immagini senza editing,
- partecipazione a videochiamate senza modifiche estetiche,
- riduzione del controllo dei feedback sociali.
Inoltre, le componenti di prevenzione della risposta dovrebbero affrontare comportamenti compulsivi digitali come il controllo delle notifiche e la modifica ripetuta delle immagini (Veale & Neziroglu, 2010). Studi emergenti suggeriscono inoltre che anche micro-interventi digitali e modifiche del feed social possano ridurre l’insoddisfazione corporea (Fardouly et al., 2023; Smith et al., 2023).
In ultimo, sul versante della prevenzione, la letteratura suggerisce che interventi di media literacy possano ridurre i livelli di insoddisfazione corporea negli adolescenti (McLean et al., 2017). Tuttavia, il contesto attuale richiede un passaggio ulteriore: la comprensione dei meccanismi algoritmici che strutturano la visibilità dei contenuti. La cosiddetta algorithmic literacy implica riconoscere che ciò che viene visualizzato non è neutro, ma selezionato e ottimizzato per massimizzare l’engagement (Chung, 2025). Questo spostamento concettuale è cruciale per ridurre la naturalizzazione degli ideali estetici digitali.
Il looksmaxxing come pratica “di confine”
Il looksmaxxing rappresenta un fenomeno culturale emergente che si colloca all’intersezione tra self-improvement, estetica digitale e vulnerabilità psicologica.
Sebbene non possa essere automaticamente considerato patologico, esso mostra caratteristiche che, in una parte degli utenti, possono contribuire allo sviluppo o al mantenimento di insoddisfazione corporea clinicamente significativa.
Per i clinici, la sfida non è demonizzare le pratiche di miglioramento estetico, ma distinguere tra cura di sé e rigidità compulsiva, tra benessere e sofferenza mascherata da ottimizzazione.
In questo spazio intermedio si sta delineando una delle nuove aree critiche della psicopatologia contemporanea.