L’audizione protetta: tutela della vittima e qualità della prova
Quando una donna vittima di maltrattamenti entra in un’aula di giustizia per raccontare la propria storia, il sistema giudiziario si trova di fronte a una duplice responsabilità: accertare i fatti, e allo stesso tempo evitare che il processo possa divenire un ulteriore esperienza di sofferenza per la vittima.
Nel contesto dei procedimenti per maltrattamenti in ambito domestico, l’ascolto della persona offesa rappresenta spesso uno degli elementi più delicati ma centrali della ricostruzione dei fatti; ma al tempo stesso espone la vittima al rischio di una nuova esperienza di stress e di sofferenza all’interno del contesto giudiziario.
In tali situazioni l’audizione protetta, ovvero una modalità particolare di assunzione della testimonianza finalizzata a tutelare la vittima, costituisce uno strumento rivolto a ridurre il rischio di vittimizzazione secondaria e a garantire al contempo la qualità della prova testimoniale.
Essa consiste in una forma di ascolto della vittima che viene effettuata tramite procedure e accorgimenti specifici, ovvero in una stanza in cui la presunta vittima non è in aula di fronte a giudice, pubblico ministero ed avvocati; può essere disposta nelle indagini preliminari o nell’ambito dell’incidente probatorio e prevede modalità di ascolto che limitano l’impatto emotivo della testimonianza.
Lo psicologo giuridico nell’ascolto della vittima
La presenza di uno psicologo di comprovata esperienza in psicologia giuridica è di fondamentale importanza, egli deve creare un contesto relazionale che consenta alla presunta vittima di esprimere il proprio vissuto esperienziale con minor livello di ansia e di pressione emotiva (Gulotta, 2011).
È fondamentale che l’intervento dello psicologo giuridico sia guidato da principi di competenza, responsabilità, professionale e rispetto della dignità della persona, così come previsto dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.
Lo psicologo giuridico è chiamato a garantire le modalità di ascolto che siano scientificamente fondate e non suggestive, preservando l’autenticità del racconto e riducendo il rischio di poter influenzare la testimonianza.
La letteratura di psicologia giuridica evidenzia, difatti, come le modalità di raccolta della testimonianza possano influenzare significativamente la qualità e l’attendibilità del racconto, rendendo necessario l’utilizzo di tecniche di intervista non suggestive e rispettose dei tempi emotivi della vittima (Gulotta, 2011).
Contesto relazionale, trauma e attendibilità della testimonianza
Nel caso delle vittime di violenza domestica, il contesto relazionale assume un ruolo determinante nella comprensione della narrazione dei fatti, in quanto la narrazione spesso avviene all’interno di un quadro emotivo molto complesso, caratterizzato da paura, ambivalenza affettiva e conseguenze psicologiche del trauma.
Numerosi studi hanno mostrato come la permanenza all’interno di relazioni violente sia spesso caratterizzata da dinamiche di dipendenza emotiva, paura, isolamento, elementi che possono influenzare sia i tempi della denuncia sia le modalità narrative durante l’audizione protetta (Lenore E. Walker,1979; Patrizia Romito, 2005)
A ciò si aggiungono gli effetti psicologici del trauma.
La letteratura clinica sottolinea come le esperienze traumatiche possano determinare ricordi frammentati, difficoltà nella linearità del racconto, oscillazioni emotive durante la rievocazione degli eventi.
Tali caratteristiche non devono essere interpretate automaticamente come indicatori di inattendibilità, ma piuttosto comprese alla luce dei meccanismi psicologici connessi all’esperienza traumatica riportata (Judith Lewis Herman, 1992 Bessel van der Kolk, 2014).
In questo quadro il ruolo dello psicologo giuridico diviene centrale nel favorire modalità di ascolto che rispettino la vulnerabilità della presunta vittima e al contempo rispondano alle esigenze probatorie del procedimento penale.
L’obiettivo è ricostruire uno spazio di audizione protetta che possa consentire alla persona offesa di poter raccontare l’esperienza vissuta riducendo la pressione emotiva e il rischio di ulteriori traumi, in linea con i principi di tutela previsti anche a livello internazionale nella Convenzione di Instanbul.