Perché la morte o la partenza di un terapeuta possono essere così difficili da affrontare
Quando una psicoterapia funziona bene, il terapeuta può diventare una persona importante nella nostra vita. Non è un amico, non è un parente, ma condividiamo con lui dettagli e informazioni sui nostri vissuti che solo pochi intimi conoscono; in alcuni casi, nessuno ci conosce così a fondo come il terapeuta.
Alcune persone incontrano per la prima volta il loro terapeuta durante momenti critici della vita, instaurano con lui una relazione basata su fiducia, comprensione e segretezza, con lui si sentono non giudicate e al sicuro. Per questo, la morte o l’allontanamento del terapeuta possono rappresentare esperienze delicate e complesse da affrontare.
La notizia può giungere attraverso varie strade: un avviso affisso alla porta dello studio, un messaggio lasciato alla segreteria telefonica, un necrologio visualizzato per caso, parole pronunciate durante una seduta… Anche il terapeuta, come i suoi pazienti, è un essere umano e, come tale, può ammalarsi, non essere più in grado di seguire le psicoterapie già in corso, venire a mancare inaspettatamente, allontanarsi e assentarsi per lunghi periodi di tempo o trasferirsi in un’altra città.
Cosa accade alle persone in terapia?
In alcuni casi (come a seguito della diagnosi di una malattia terminale o della decisione di un trasloco), terapeuta e paziente hanno il tempo necessario e l’opportunità per discutere dei cambiamenti imminenti, elaborare le reazioni emotive e cognitive conseguenti e cercare insieme soluzioni per evitare di interrompere il trattamento. Al contrario, in circostanze improvvise e inaspettate, l’impatto della separazione può suscitare varie e profonde reazioni nelle persone che la sperimentano:
- dolore emotivo
- sentimenti di abbandono e solitudine
- shock emotivo e sensazione di disorientamento
- tristezza, depressione e ansia
- rabbia, delusione e perdita di speranza
- paura di dover ricominciare tutto da capo
- sfiducia
- preoccupazione per i congiunti del terapeuta
- frustrazione per l’interruzione della terapia, prima di aver raggiunto gli obiettivi desiderati.
Dopo la morte o l’allontanamento del terapeuta: cosa posso fare?
Quando un terapeuta muore o se ne va inaspettatamente, i suoi pazienti possono sentirsi impreparati e trovarsi di fronte a varie incognite.
È normale questo dolore per una persona che non era né un amico né un parente?
Che fine faranno tutti i miei dati sensibili?
È il caso di cercare nuovamente un terapeuta o devo interrompere il trattamento?
Dove trovo aiuto?
Il momento dei saluti
A seconda della nostra particolare esperienza, possiamo ideare – da soli o insieme al terapeuta – un rituale, una cerimonia o un’attività per prendere commiato dal nostro terapeuta. Alcune persone organizzano un’ultima seduta di saluto, oppure scelgono di partecipare al funerale del terapeuta come atto di ricordo; altre tornano a visitare il luogo (o il quartiere) della psicoterapia, o scrivono una lettera al terapeuta defunto.
I dati sensibili
Il Codice Deontologico degli psicologi italiani prevede che in generale ogni psicologo provveda in anticipo ad affidare la tutela e la protezione dei dati sensibili dei pazienti a un collega o all’Ordine, in caso di propria morte o di impedimento (Art. 17). Tale misura garantisce la tutela della privacy anche per i pazienti in psicoterapia.
Riprendere la psicoterapia
Alcuni terapeuti scelgono di adottare ulteriori misure per evitare che le persone in terapia interrompano i trattamenti in corso, affidando a un collega i propri pazienti, nell’evenienza di decesso improvviso o impedimenti personali inaspettati. Questo tipo di pianificazione può aiutare le persone a non sentirsi “abbandonate” dal proprio terapeuta e a proseguire il trattamento, salvaguardando il proprio benessere psicologico. Alcune persone potrebbero esitare all’idea di riprendere la psicoterapia con un terapeuta diverso, come se stessero in qualche modo sostituendo il primo terapeuta, o vivendo la frustrazione di dover ricominciare a raccontare il proprio disagio con un altro professionista. È importante ricordare che la morte o la partenza di un terapeuta non costituiscono ragioni sufficienti per smettere di prendersi cura della propria salute mentale, annullando il lavoro precedentemente svolto. Riprendere il trattamento con un altro terapeuta può rappresentare una continuazione o un’estensione del lavoro compiuto insieme al vecchio terapeuta. Sebbene inizialmente possa sembrare spaventoso e sconfortante rivelarsi a un altro terapeuta, può offrire lo spazio necessario per elaborare il lutto, la separazione e continuare il percorso di crescita e guarigione.
Parlarne per tutelarsi
Nonostante l’assenza di specifiche linee guida italiane sul tema, pianificare le eventualità in modo congiunto e adeguato può aiutare terapeuta e paziente a evitare l’interruzione di una psicoterapia e facilitare la gestione di imprevisti e avversità.
Parlarne in anticipo col nostro terapeuta, magari in fase di sottoscrizione del consenso informato e del contratto terapeutico, può aiutarci a dissipare dubbi e tutelare il diritto alla salute di ognuno di noi.