Denis Noble e La musica della vita (2009): oltre il determinismo genetico
Esistono libri che, pur non parlando direttamente di psicologia, finiscono per modificarne profondamente i presupposti teorici. La musica della vita: la biologia oltre la genetica (2009) del fisiologo di Oxford Denis Noble appartiene a questa categoria.
Pubblicato originariamente nel 2006 e tradotto in Italia da Bollati Boringhieri, il volume nasce come una critica al paradigma “gene-centrico” che ha dominato per decenni la biologia moderna. Tuttavia, limitarlo a una disputa interna alle scienze biologiche sarebbe un errore. In realtà, il libro La musica della vita: la biologia oltre la genetica (2009) propone una diversa concezione dell’essere umano che ha implicazioni profonde anche per la psicologia clinica, la psicoterapia e le neuroscienze.
L’idea centrale di Noble è tanto semplice quanto rivoluzionaria: i geni non rappresentano un programma che costruisce automaticamente l’organismo. Essi costituiscono uno degli elementi di una rete di interazioni che coinvolge cellule, tessuti, organi, ambiente ed esperienza. La causalità biologica non procede esclusivamente “dal basso verso l’alto”, dal gene al comportamento, ma opera anche nella direzione opposta: i livelli superiori dell’organizzazione possono influenzare quelli inferiori, inclusa l’espressione genica.
Per lo psicologo questo passaggio è molto più che una precisazione biologica. Significa mettere in discussione una delle metafore più radicate della cultura contemporanea: l’idea che il nostro destino sia già scritto nel DNA.
La metafora musicale scelta da Noble è particolarmente efficace. Una partitura, da sola, non produce alcuna musica. Sono necessari gli strumenti, gli interpreti, il direttore, l’acustica della sala e il momento dell’esecuzione. Analogamente, il genoma non coincide con la vita. Il DNA rappresenta una componente fondamentale dell’orchestra biologica, ma il fenomeno vivente emerge esclusivamente dall’interazione dinamica fra molteplici livelli organizzativi.
Per chi lavora nell’ambito della salute mentale questa prospettiva risulta sorprendentemente familiare. Da anni la psicologia dimostra come eventi di vita, relazioni, stress cronico, apprendimento, cultura e contesto sociale contribuiscano a modellare il funzionamento dell’individuo. Le moderne ricerche sull’epigenetica, sulla plasticità neuronale, sulla psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) e sull’asse microbiota-intestino cervello hanno ulteriormente consolidato questa visione sistemica dell’essere umano.
Da questo punto di vista, La musica della vita (2009) può essere letto come uno dei testi che hanno anticipato il progressivo superamento del riduzionismo biologico. Noble non nega affatto l’importanza dei geni; al contrario, invita a collocarli all’interno di una teoria della vita più ampia, nella quale i processi emergenti e le interazioni tra livelli diventano il vero oggetto di studio.
Causalità circolare e biologia: le implicazioni per la psicologia
Particolarmente interessante è anche il modo in cui l’autore affronta il concetto di causalità. La tradizione scientifica ha privilegiato spiegazioni lineari: una causa produce un effetto. Noble propone invece una causalità circolare, fatta di continui feedback tra i diversi livelli dell’organismo. Una prospettiva che dialoga naturalmente con molti modelli psicologici contemporanei, dalla teoria dei sistemi alle neuroscienze dinamiche, fino agli approcci bio-psico-sociali.
Naturalmente il libro La musica della vita (2009) non è privo di limiti. Alcuni esempi risultano inevitabilmente datati rispetto agli enormi sviluppi della biologia degli ultimi vent’anni e, in alcuni passaggi, l’argomentazione procede più sul piano filosofico che su quello sperimentale. Tuttavia, proprio questa impostazione rende il volume ancora oggi stimolante: non offre semplicemente nuove informazioni, ma invita il lettore a interrogarsi sulle metafore con cui interpreta la vita.
Forse il contributo più importante di Noble consiste proprio nel ricordarci che le metafore scientifiche non sono mai innocenti. Parlare del DNA come di un “programma”, di un “progetto” o di un “libro della vita” orienta inevitabilmente la nostra narrazione sulla salute, sulla malattia così come anche l’identità personale. Sostituire queste immagini con quella di una musica in continua esecuzione significa riconoscere che la biologia è, prima di tutto, un processo dinamico di organizzazione. Per gli psicologi questa è una lezione preziosa. Se l’organismo non è la semplice esecuzione di un programma genetico, allora anche l’esperienza psicologica smette di essere considerata un mero epifenomeno del cervello per diventare parte integrante dei processi che organizzano la vita biologica. A quasi vent’anni dalla sua pubblicazione, La musica della vita (2009) conserva quindi una sorprendente attualità. Non perché anticipi tutte le scoperte successive, ma perché contrasta una narrazione errata che ha dominato per molti decenni le scienze biomediche, ed in parte anche psicologiche, e propone un diverso modo di formulare le domande. E, nella storia della scienza, sono spesso proprio le domande migliori a sopravvivere più a lungo delle risposte.