Crisi di mezza età: perché intorno ai 45 anni ci sentiamo meno soddisfatti?
“La mia vita si era fermata. Potevo respirare, mangiare, bere, dormire, e non potevo fare a meno di respirare, mangiare, bere, dormire; ma non c’era nessuna vita, perché non c’erano desideri la cui soddisfazione mi paresse ragionevole.” – Confessione, 1884. Lev Tolstoj
C’è qualcosa di peculiare nel fatto che uno degli uomini di maggior successo dell’Ottocento, pur avendo raggiunto tutti i traguardi prefissati ed ottenuto tutto ciò a cui ambisse, a cinquant’anni abbia vissuto una paralisi di senso che non gli permetteva di trovare più alcun motivo convincente per continuare a vivere.
“E se tutta la mia vita, tutta la mia vita cosciente, non fosse stata quella giusta?”
Tolstoj definì questa fase del suo sentire come “fermata della vita”. Determinata non da una malattia, non da una perdita, non da una sconfitta, ma da una paralisi del desiderio che non riusciva a spiegare con nessuna circostanza esterna.
Dopo più di cent’anni gli economisti David Blanchflower ed Andrew Oswald, hanno analizzato dati provenienti da 72 paesi, studiando la distribuzione statistica del benessere soggettivo lungo il corso della vita. Lo studio, pubblicato su Social Science & Medicine, ha evidenziato che la soddisfazione di vita segue una curva a U in funzione dell’età.
Studi successivi condotti in più di 130 paesi, inclusi paesi dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale, dell’America Latina e dell’Australia, hanno confermato i dati: il punto di minima felicità si colloca proprio tra i 40 e i 50 anni.
La soddisfazione di vita quindi diminuisce gradualmente dalla prima età adulta fino al punto più basso che si aggira intorno ai 45 anni, per poi risalire progressivamente.
Secondo il World Happiness Report (2015) le valutazioni di soddisfazione di vita calano di quasi 0,6 punti su una scala da 0 a 10 entro la mezza età. E questo calo corrisponde statisticamente al picco di consumo di psicofarmaci, di disturbi del sonno e di crisi relazionali.
L’aspetto più sorprendente riguarda la sua indipendenza dalle circostanze oggettive: il calo sembra essere indipendentemente dal reddito, dallo stato civile, dal livello di istruzione, dall’occupazione e dalla presenza o assenza di figli.
Così la nostra percezione di benessere, determinata dal confronto tra condizioni di vita e aspettative, standard di riferimento e possibilità percepite, tocca il punto più basso proprio quando ci troviamo a fare i conti con tutto quel che non è andato come immaginavamo.
La discesa
Il costrutto di “crisi di mezza età” è stato formalizzato per la prima volta dallo psicoanalista Elliott Jaques nel suo saggio del 1965, “Death and the Mid-life Crisis”. Secondo l’autore l’individuo vive con l’illusione di un tempo illimitato fino all’ingresso nella mezza età, in cui inizia invece ad emergere la consapevolezza della propria mortalità. In questa fase del ciclo di vita in cui, tra le altre cose gli obblighi intergenerazionali (cura dei figli e dei genitori anziani) convergono, si inizia a percepire concretamente che il proprio corpo non ha più le stesse energie né le capacità di recupero di un tempo, ed inizia a divenire più frequente anche la perdita di persone vicine.
Il soggetto inizia quindi a valutare il peso delle scelte fatte e delle occasioni irrimediabilmente perdute generando terreno fertile per il rimpianto.
Uno dei meccanismi psicologici centrali ruota attorno al confronto tra il sé attuale e tutti i sé possibili non realizzati (Hazel Markus e Paula Nurius,1986).
In mezza età, questo confronto raggiunge la sua massima intensità: si è accumulato abbastanza tempo da pensare a tutto ciò che sarebbe potuto essere, ma si comincia a percepire con crescente nitidezza che la finestra delle seconde possibilità, seppur non rapidamente, si sta per chiudere.
Wrosch e Heckhausen hanno mostrato che questa percezione produce un picco di disagio soprattutto quando si continuano ad applicare strategie di fronteggiamento orientate a modificare la situazione, il costo energetico ed emotivo è elevato, i risultati, deludenti. Quando invece le circostanze richiederebbero piuttosto la capacità di rielaborare il significato e ridefinire gli obiettivi.
Ma c’è anche una dimensione più profonda del problema, Massimo Recalcati, riprendendo Lacan, la chiama questione di “fedeltà”: il punto più basso della curva non è solo un calo statistico del benessere: è il momento in cui il soggetto si trova faccia a faccia con la distanza tra la vita vissuta e la vita desiderata, tra il desiderio dell’Altro, che ha eseguito, e il proprio desiderio, che ha ignorato.
La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj è proprio l’anti-modello narrativo più preciso di questo meccanismo. Ivan ha costruito la propria vita secondo il principio del “corretto e decoroso”: ogni scelta conforme alle aspettative sociali, ogni relazione calibrata. Il protagonista, per tutta la sua vita, ha usato il lavoro come distrazione, lo status come anestetico, la rispettabilità come schermo.
Il problema non era legato al fatto che le sue scelte fossero state giuste o sbagliate ma che queste non erano sue. Ha costruito una maschera sociale impeccabile senza mai chiedersi cosa ci fosse sotto, evitando sistematicamente tutte quelle domande che la crisi porta inevitabilmente con sé ed in sé.
Il nucleo più doloroso della crisi di mezza età si lega proprio al dubbio di aver investito energie enormi nell’esecuzione di un progetto che qualcun’altro aveva pensato e scritto.
La maschera sociale, per quanto impeccabile, non potrà mai sostituire il sé che la indossa.
Il cambio di paradigma nella crisi di mezza età
Vale la pena sostare sulla parola crisi.
Seppur il significato che la parola ha assunto nel linguaggio comune è quasi esclusivamente negativo, l’origine greca ci dice qualcosa di molto diverso. Κρίσις significava giudizio, momento decisivo di separazione e decisione. Nella medicina ippocratica era il termine tecnico per il momento in cui il corpo volgeva definitivamente verso la guarigione o verso la morte.
La crisi per definizione era circoscritta, era il punto di svolta, il momento che precedeva la risoluzione.
La crisi di mezza età coincide con il momento in cui le domande fondamentali non possono più essere rimosse, in cui il sistema di valutazione raggiunge il punto di massima tensione e chiede di evolversi per risolversi.
È proprio la fase depressiva determinata dal lutto per la propria giovinezza che trasforma la creatività giovanile in una produzione matura e riflessiva, fondamentale per uno sviluppo psicologico sano.
Carl Gustav Jung tematizzò questo passaggio come evento necessario e trasformativo. Nel saggio La svolta della vita del 1930, scrisse che il pomeriggio della vita non può essere vissuto secondo il programma del mattino. Chi ci prova paga un prezzo psicologico inevitabile. Il programma del mattino è orientato verso l’esterno e verso il futuro: costruire, acquisire, espandersi, affermarsi. Il pomeriggio chiede qualcosa di radicalmente diverso: non aggiungere, ma distillare, non espandersi, ma approfondire.
Jung chiamava questo processo individuazione, il progressivo riconoscimento del sé profondo, distinto dalla maschera sociale.
Irvin Yalom, parla della vita costruita per abitudine, inerzia e aspettative sociali, come di un’esistenza sedimentata, in cui le domande fondamentali su chi si è e cosa si vuole vengono sistematicamente rimosse. Egli osserva che la crisi di mezza età, pur non essendo un evento singolo, può essere considerata un’esperienza di risveglio in quanto, coincidendo con l’accumularsi di segnali difficili da ignorare, agisce proprio interrompendo quella sedimentazione.
Riletta in questa chiave, questa fase della vita, si rivela come una richiesta interna di riorganizzare il proprio benessere su basi più autentiche.
Risalire la china
La risalita della curva non avviene perché la vita oggettivamente migliora; i dati non lo supportano. Avviene piuttosto in quanto cambia il modo in cui rispondiamo a ciò che non può essere cambiato.
Lo studio di Brassen e colleghi (2012) ha misurato con neuroimaging funzionale la risposta a situazioni di “occasioni mancate” in tre gruppi: giovani adulti sani, anziani sani e anziani con diagnosi di depressione. I risultati hanno isolato tre reazioni distinte.
Nei giovani, la reattività emotiva era alta, orientata a correggere il comportamento futuro. Negli anziani sani, si registrava invece un completo disinnesco della risposta: l’attivazione dello striato ventrale (area cruciale nella codifica del rimpianto) era marcatamente inferiore e correlata positivamente con misure di benessere psicologico.
Il meccanismo è evolutivamente selezionato: quando la probabilità di avere una seconda occasione diminuisce, il vantaggio adattivo del rimuginare sulle occasioni mancate svanisce. Un cervello sano smette di farlo. Non per rassegnazione passiva, non per negazione della realtà, ma perché il costo energetico della ruminazione non è più giustificato da un potenziale beneficio.
Significativo è il confronto con gli anziani depressi, che mostravano invece una risposta analoga a quella dei giovani. Il disimpegno adattivo dal rimpianto non avviene quindi automaticamente con l’età ma richiede condizioni psicologiche appropriate, una regolazione adattiva delle emozioni e la capacità di lasciare andare le possibilità che non possono più essere recuperate.
Il cervello degli anziani sani che risponde meno alle occasioni mancate non è un cervello che ha smesso di desiderare: è un cervello che ha imparato a distinguere tra la mancanza, elemento costitutivo del desiderio, che orienta e dà senso, e la ruminazione sull’irrisolvibile, che invece è sterile.
Con il passare del tempo, dopo la mezza età, si torna ad essere più felici. E non perché la vita migliora oggettivamente ma piuttosto perché si impara a fare i conti con rimpianti e delusioni. La combinazione di accettare la propria vita per quella che è, sommata al non dannarsi più ripensando al passato, è quel che ci aiuta a risalire la china.
La risalita richiede però anche una ristrutturazione dei valori: l’abbandono del benessere edonico, ripiegato sull’ego ed orientato al piacere e al successo materiale, in favore del benessere eudaimonico, orientato alla crescita, alla connessione profonda con l’altro e al valore delle piccole cose.
Lasciare andare le occasioni perdute non toglie spazio al futuro ma anzi ci restituisce al presente, ciò non significa smettere di desiderare ma piuttosto tornare ad un desiderio più autentico che la vita del pomeriggio può ancora ospitare.
Se vi trovate nel punto più basso della curva, la scienza vi dice qualcosa di preciso: il disagio che provate non è il segnale che qualcosa è andato storto nella vostra vita. È piuttosto il segnale che qualcosa ha bisogno di essere visto sotto una luce diversa.
“E quando penso che sia finita, è proprio allora che comincia la salita
Che fantastica storia è la vita” – A. Venditti, 2003