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Cosa separa la creatività umana dall’intelligenza artificiale – Psicologia Digitale

L’utilizzo dell'intelligenza artificiale nella scrittura solleva il confronto tra esperienza umana, valore creativo e testi generati dagli algoritmi

Di Chiara Cilardo

Pubblicato il 08 Mag. 2026

Shy Girl: il caso che riapre il dibattito sui romanzi scritti dall’intelligenza artificiale

PSICOLOGIA DIGITALE – (Nr. 88) Cosa separa la creatività umana dall’intelligenza artificiale

Nel febbraio 2025, l’auto-pubblicazione del romanzo horror Shy Girl si è trasformata in pochi mesi in un fenomeno virale tra gli appassionati del genere, spingendo la casa editrice Hachette ad acquisirne i diritti per il Regno Unito e gli Stati Uniti. Tuttavia, con l’aumentare della popolarità sono emersi i primi sospetti: diverse recensioni hanno evidenziato nel testo lacune logiche, ridondanza di toni melodrammatici e una ripetitività sintattica estranea agli standard della narrativa d’autore, tipica però dei testi generati da modelli linguistici.
Il caso di Shy Girl non è un incidente isolato, ma riflette una tendenza strutturale: software di rilevamento come Pangram hanno rilevato che il 78% del suo contenuto sia stato prodotto algoritmicamente. Questi dati confermano la proliferazione dei cosiddetti ‘AI slop’: contenuti di bassa qualità, ridondanti e privi di una reale revisione umana. Si stima, infatti, che su Amazon circa il 20% dei titoli sia ormai creato interamente tramite intelligenza artificiale (Alter, 2026).
Al di là delle dinamiche editoriali, il fenomeno tocca la natura stessa dell’atto creativo. Delegare all’intelligenza artificiale il brainstorming, la risoluzione di snodi narrativi o la rifinitura stilistica stravolge l’equilibrio tra intuizione e tecnica alla base della scrittura. Se l’algoritmo si sostituisce all’autore in ogni scelta di senso, in quale momento il testo smette di essere l’espressione di un vissuto per diventare un mero prodotto statistico?

Cos’è la creatività: soggettività versus calcolo probabilistico

Ma cos’è la creatività umana? Bianchi e colleghi (2025) descrivono la creatività come un atto personale e mediato dall’emotività; un’esperienza che trova il suo fine primario nell’autoespressione. Com’è possibile, allora, parlare di creatività dell’intelligenza artificiale? L’intelligenza artificiale opera attraverso la riorganizzazione sistematica di vasti set di dati, guidata esclusivamente dal calcolo probabilistico. L’intelligenza artificiale non “crea” nel senso psicologico del termine — data l’assenza di processi interni — ma si limita a simulare il prodotto finale a livello formale. Eppure, pur essendo diversa la natura del processo generativo, il risultato finale può presentare tratti comuni: sia l’uomo che la macchina operano una sintesi di conoscenze acquisite per produrre il “nuovo”. Da un lato troviamo l’intenzionalità e il percorso biografico dell’autore, dall’altro un’operazione computazionale; l’utilizzo di dati di addestramento può essere considerato alla pari dell’impiego di memorie pregresse. In quest’ottica, è possibile parlare in entrambi i casi di creatività sul piano funzionale (Bianchi et al., 2025).

La creatività mediata dall’intelligenza artificiale

La letteratura scientifica scompone la creatività nell’interazione di quattro indici: la fluidità, che misura la quantità di idee prodotte; la flessibilità, ovvero la capacità di spaziare tra categorie diverse; l’originalità, che definisce quanto una risposta sia unica; e l’efficacia, il parametro che ne sancisce il valore concreto. Insieme, questi elementi permettono di mappare il potenziale creativo sia nell’essere umano che nei sistemi artificiali (Elias et al., 2025).
Partendo da queste metriche, il processo operativo della creatività assistita si fonda su un modello a due fasi. La prima è quella del pensiero divergente, ovvero la capacità di generare una mole massiccia di varianti e possibilità in tempi ridotti: un ambito in cui l’intelligenza artificiale eccelle per potenza di calcolo. La seconda è quella del pensiero convergente, che sposta il focus sulla selezione dell’idea migliore in termini di utilità e senso. In questa fase critica l’apporto umano resta centrale, poiché richiede una valutazione basata sul contesto e sul significato profondo del testo. Questa sinergia consente di delegare all’algoritmo il lavoro generativo di base permettendo di focalizzarsi su processi di alto livello (Marrone et al., 2026). L’intelligenza artificiale diventa una protesi creativa: il confine tra l’intuizione umana e la generazione algoritmica si fa così sempre più indistinto. E il valore finale dell’opera tende a risiedere nell’impatto emotivo, eclissando la questione sull’origine tecnologica o biologica del testo (Reed et al., 2025). 

L’attribuzione di qualità mentali agli algoritmi

Nonostante l’apporto umano mantenga il primato negli indici di creatività — grazie a una densità semantica e a una tenuta narrativa ancora inarrivabili — l’intelligenza artificiale mostra un’evoluzione sorprendente e riduce sensibilmente il distacco in diversi parametri psicometrici. Ciò suggerisce che l’algoritmo non è più soltanto un generatore di bozze, ma è ormai in grado di gestire con rigore la complessità sintattica e la coerenza logica dei testi (Elias et al., 2025).
In quali condizioni, dunque, l’essere umano è disposto ad attribuire “capacità creative” e “qualità mentali” a una macchina? La ricerca distingue tra due pilastri della mente: la capacità di provare emozioni (experience) e quella di agire con intenzione (agency). Sebbene l’intelligenza artificiale sia per definizione priva di entrambe, un’opera di successo scardina questo pregiudizio: davanti a un testo profondo, scatta un bias cognitivo per cui il lettore tende a proiettare sull’algoritmo un’anima e un’intenzionalità che in realtà non possiede (Reed et al., 2025). Razionalmente sappiamo che non esistono, ma l’impatto emotivo dell’output ci spinge a “umanizzare” il calcolo statistico.

L’impatto della consapevolezza sulla percezione del valore

Sapere che un’opera è stata generata del tutto o in parte con il supporto dell’intelligenza artificiale ne riduce drasticamente il gradimento; ciò accade perché consideriamo ancora l’atto creativo come un dominio solo umano. Questo fenomeno, definito AI disclosure penalty, innesca una svalutazione sistematica: a parità di qualità oggettiva, anche solo la semplice etichetta “scritto da un’IA” è sufficiente per farcela percepire come più scadente (Raj et al., 2026). Questa resistenza è alimentata anche dall’euristica dello sforzo, che lega il valore di un’opera all’impegno profuso dall’autore, e dalla ricerca della soggettività associata esclusivamente all’esperienza umana. Al contrario, l’output dell’intelligenza artificiale viene liquidato come un risultato meccanico, privo dello sforzo e della stratificazione emotiva tipica del vissuto personale (Bianchi et al., 2025). Un punto critico riguarda infine il rischio di pigrizia cognitiva: delegare la fase generativa potrebbe atrofizzare la capacità umana di produrre idee originali (Marrone et al., 2026). Alla fine, l’utilizzo massiccio di intelligenza artificiale è inevitabile e, più che la capacità dell’intelligenza artificiale di replicare e simulare la mente umana, conta la capacità dell’autore di demandare al mezzo mantenendo intatta la propria unicità.  

Riferimenti Bibliografici
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