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Gli effetti della sindrome da “Long Covid”: possibile ruolo del genere

I sintomi di Long COVID sono eterogenei e possono manifestandosi a livello respiratorio, cardiovascolare, neurologico, gastrointestinale e psicologico

Di Maria Limongelli

Pubblicato il 16 Mar. 2023

La comunità scientifica sta studiando approfonditamente la sindrome da Long COVID ma ancora pochi sono gli studi sulle differenze di genere.

Cosa si intende per sindrome da Long Covid?

 A distanza di oltre 2 anni dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 è evidente come per un numero elevato di pazienti affetti da COVID-19, la sintomatologia non si esaurisca nelle fasi acute di malattia, ma subisca un prolungamento delle manifestazioni cliniche di tipo subacuto, condizione che è stata identificata con il nome di sindrome da Long COVID (Sudre et al., 2021).

Secondo la letteratura, la sindrome da Long COVID è una condizione clinica caratterizzata dalla persistenza di sintomi fisici e neuropsichiatrici per più di 4 settimane dalla risoluzione dell’evento acuto correlato alla malattia da COVID-19 (Sudre et al., 2021). I sintomi di Long COVID sono eterogenei e possono variare da persona a persona, manifestandosi a livello respiratorio, cardiovascolare, neurologico, gastrointestinale e psicologico. Questi sintomi includono: fatica persistente; astenia; debolezza; dolori muscolari e articolari; mancanza di appetito, dispnea, tosse persistente; dolore al petto e senso di oppressione, tachicardia e palpitazioni, aritmie, variazioni della pressione arteriosa; cefalea, difficoltà di concentrazione e memoria; disturbi dell’olfatto, del gusto, dell’udito; nausea, vomito, diarrea, reflusso gastroesofageo; disturbi del sonno, depressione del tono dell’umore (tristezza, irritabilità, insofferenza, mancanza di interesse nei confronti di attività che prima piacevano), ansia e stress.

La comunità scientifica sta studiando approfonditamente la sindrome da long COVID ma ancora pochi sono gli studi sulle differenze di genere. Alcuni studi di letteratura riportano come il genere femminile sia associato ad un rischio più elevato di sviluppare la sindrome da Long COVID (Torjesen, 2021; Stewart et al., 2021; Mazza et al., 2021; Sylvester et al., 2022; Maamar et al., 2022). In particolare, lo studio di Maamar e collaboratori del 2022, ha esaminato le differenze di genere nella sindrome da Long COVID, riportando che a tre mesi dalla dimissione ospedaliera per COVID-19, la prevalenza della sindrome da Long COVID in un campione di 121 soggetti era del 35,8% nelle donne e 20,8% negli uomini.

I risultati dello studio sperimentale condotto al San Raffaele

Lo scopo del presente studio è stato quello di indagare le possibili differenze di genere nella sindrome da Long COVID, valutando a tre mesi dalla dimissione per infezione da SARS-Cov-2, un campione di 275 pazienti precedentemente ricoverati presso l’ospedale San Raffaele Turro per infezione da Covid-19. Lo studio si inserisce all’interno di un progetto di tesi di laurea magistrale.

Dai risultati di questo studio è emerso che la prevalenza della sindrome da Long COVID era del 41,5% nelle donne e 22,1% negli uomini. Il genere femminile, rispetto al genere maschile, ha mostrato una maggior prevalenza di sintomatologia ansioso/depressiva, una diminuzione della qualità di vita e maggiori problematiche legate all’insonnia. Nel genere maschile si osserva una maggior prevalenza di patologie cardiovascolari, come l’ipertensione arteriosa e la dislipidemia. Inoltre, si rileva una maggior percentuale di uomini trattati durante la degenza con ventilazione meccanica non invasiva rispetto alle donne. È stato osservato, in ultima istanza, una frequenza maggiore della sindrome delle apnee ostruttive del sonno negli uomini.

 Alcuni studi presenti in letteratura riportano che le donne sembrano avere il doppio delle probabilità di sviluppare il Long COVID rispetto agli uomini, fino all’età di circa 60 anni, quando il livello di rischio diventa simile (Sudre et al., 2021; Sivan et al., 2021). Tuttavia, comprendere le basi eziologiche delle differenze di genere nel COVID-19 potrebbe aiutare a sviluppare strategie terapeutiche più efficaci (Brandi, 2022).

Il disagio riportato dai pazienti lo si può osservare sia in termini di sofferenza psicologica, maggiore per le donne, sia in termini di problematiche organiche che, in questo studio, sono maggiori negli uomini.

Utilità clinica

Chen e collaboratori (2020) descrivono il genere femminile come il maggior fattore di rischio per la riduzione della qualità di vita spiegando che gli uomini e le donne hanno ruoli e sono sottoposti a pressioni sociali differenti, con impatti diversi sul decorso della malattia da Covid-19. Le donne si prendono più cura della famiglia rispetto agli uomini e hanno bisogno di più energia per affrontare lo stress, il che si traduce in un più accentuato danno emotivo. Tuttavia, gli autori sostengono che le pazienti di sesso femminile necessiterebbero di tempi di riabilitazione più lunghi (Chen et al., 2020).

Alla luce di quanto emerso dalla letteratura e dal presente studio, sarebbe interessante indagare ulteriormente la fisiopatologia legata alle differenze di genere nella sintomatologia presente negli affetti da COVID-19 e gli effetti del trattamento farmacologico correlato a Long COVID-19 attraverso studi longitudinali di follow-up. Una miglior comprensione dei meccanismi sottostanti aiuterebbe ad attuare strategie di trattamento mirate e personalizzate sia per gli uomini che per le donne. La malattia da COVID-19 è un chiaro esempio della necessità di un approccio clinico che prenda in considerazione il ruolo del genere nel trattamento, sia dell’infezione acuta da SARS-Cov-2 sia nella sindrome da Long COVID-19.

 

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