Il trauma di chi assiste: comprendere il fenomeno dei “testimoni indifferenti” al di là del pregiudizio e del senso comune

La psicologia sociale fornisce alcuni argomenti per rispondere al perchè, davanti al trauma dell'omicidio di Alika, nessuno è intervenuto

ID Articolo: 194985 - Pubblicato il: 22 settembre 2022
Il trauma di chi assiste: comprendere il fenomeno dei “testimoni indifferenti” al di là del pregiudizio e del senso comune
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Vorrei proporre una riflessione sull’omicidio di Alika Ogorchukwu, l’ambulante di origine nigeriana ucciso a mani nude per aver chiesto l’elemosina a una coppia che passeggiava per le vie di Civitanova Marche.

 

Messaggio pubblicitario A destare l’indignazione dell’opinione pubblica sono stati diversi motivi: l’efferatezza del gesto, i futili motivi, l’ombra della motivazione razzista e xenofoba, tutte motivazioni che meritano una riflessione profonda. A queste ragioni si aggiunge anche il fatto che nessuno dei testimoni presenti sia intervenuto e che alcuni abbiano filmato la scena coi cellulari, condividendola sui social.

Si è parlato del “cinismo che porta a filmare e postare anziché intervenire”, di “Perversa passione per il crimine unita alla smania incontenibile di accaparrarsi nuovi follower e like. Indifferenza sociale. Niente di meno, niente di più.”

Si tratta di una lettura gravemente inesatta poiché trascura alcuni fondamentali meccanismi della psicologia sociale che da tempo studia la risposta degli individui in situazioni di emergenza.

L’antefatto: il caso di Kitty Genovese e la scoperta dell’effetto spettatore

Nel 1964, in una New York dove gli italiani venivano visti in maniera non troppo diversa da come viene visto oggi in Italia un uomo come Alika, mentre stava tornando nel proprio appartamento del Queens alle 03:00 di notte, Kitty Genovese venne aggredita all’esterno del palazzo da un uomo armato di coltello. Mentre lei gridava in cerca di aiuto, lui la pugnalò ripetutamente e la violentò. La cosa andò avanti per mezz’ora. Negli appartamenti attorno le luci si accesero e alcune persone andarono alla finestra per vedere che cosa fosse tutto quel rumore. Ma nessuno l’aiutò. L’omicidio di Kitty Genovese provocò pubblica indignazione. Le persone che non intervennero furono giudicate indifferenti e senza cuore. Seguirono riflessioni sulla disumanizzazione delle metropoli moderne e la decadenza dei valori delle moderne società industriali.

A partire da questo episodio, John Darley e Bibb Latané, ricercatori di psicologia sociale della Columbia University, misero in piedi una serie di esperimenti per capire quali condizioni portassero le persone a intervenire o meno in situazioni di emergenza. Capirono che intervenire in caso di emergenza non è così scontato come potrebbe sembrare e che per farlo è necessario soddisfare diverse condizioni ambientali, ma soprattutto giunsero alla scoperta del cosiddetto “effetto spettatore”: la possibilità di prestare soccorso diminuisce drasticamente in situazioni di pericolo in cui sono presenti più testimoni. Tale effetto è dovuto al fenomeno della diffusione di responsabilità, per cui ogni persona non interviene pensando che sarà qualcun altro a farlo. Da questo punto di vista, la presenza di più testimoni rappresenta un deterrente alla possibilità che qualcuno presti soccorso piuttosto che una garanzia di maggiori probabilità.

Le scoperte della psicologia sociale forniscono argomenti sufficienti a rispondere alla domanda che ci si è posti nel caso dell’omicidio di Alika sul perché tra tanti nessuno è intervenuto.

Tuttavia, questa spiegazione non basta a rendere ragione della complessità della situazione di chi ha assistito all’omicidio di Alika. Per farlo è necessario integrare anche una considerazione di tipo clinico.

Trauma

Da un punto di vista clinico, l’assistere a un omicidio rappresenta un evento traumatico. Per trauma si intende qualsiasi evento che metta a repentaglio la vita propria o altrui. In simili situazioni la mente razionale, corrispondente alle aree cerebrali della corteccia, si “spegne” per lasciare spazio al sistema limbico, il cervello emotivo sottocorticale ed evoluzionisticamente più antico, che risponde attraverso alcune risposte atte a massimizzare le probabilità di sopravvivenza. Queste risposte non sono intenzionali né tantomeno controllabili, pertanto nessuno può essere sicuro di quale sarà la propria risposta fintanto che non si troverà coinvolto in una simile situazione. Tutti i mammiferi condividono queste risposte di fronte al predatore, esse sono: la fuga, l’attacco e, quando nessuna di queste opzioni è possibile, il freezing. Il congelamento è l’ultima e la più estrema difesa di fronte a una minaccia avvertita come ineluttabile.

Durante il freezing l’azione si interrompe, il corpo è come congelato mentre la mente perde la sua capacità di integrazione e si dissocia. La dissociazione si manifesta attraverso un senso di ottundimento emotivo (nunbing), di apatia ovvero di indifferenza.

Ricorso al telefono come mezzo di derealizzazione e intervento sicuro

Alla luce di queste considerazioni è possibile osservare da una diversa prospettiva sia il fatto che durante l’aggressione di Alika nessuno dei testimoni sia intervenuto, sia che alcuni di loro abbiano ripreso la scena con lo smartphone.

Messaggio pubblicitario È possibile che anziché un gesto di ignavia e cinismo il ricorso allo smartphone abbia rappresentato un mezzo per proteggersi dall’impatto del trauma della violenza omicida? Un tipo di trauma che, secondo Gianni Liotti, la mente umana è per sua natura incapace di fronteggiare in quanto non “frutto di un adattamento darwiniano classico”: solo gli uomini infatti sono in grado di comportarsi da predatori con i propri conspecifici.

Vedere le cose attraverso uno schermo riduce l’impatto della realtà. Attraverso lo schermo diventano guardabili anche le immagini più terribili proprio in funzione di una parziale derealizzazione che è uno degli effetti della dissociazione. In questo modo diviene possibile recuperare un senso di padronanza e controllo nella situazione di emergenza.

L’altra accusa che è stata mossa nei confronti di coloro che hanno assistito è stata quella di filmare senza intervenire. In realtà, filmare è una modalità di intervento. L’unica modalità sentita come sicura. Attraverso la lente protettiva derealizzante ed emotivamente ovattata dello schermo è diventato possibile agire con freddezza: non lasciare l’aggressore impunito, mostrare a tutti il suo volto. Laddove il trauma interrompe l’azione lasciando spesso le vittime in preda al senso di colpa per “non aver fatto niente”, filmare è stato un modo di fare qualcosa di fronte all’impatto soverchiante dell’orrore, un atto protettivo verso sé stessi e verso l’altro. Sebbene non sia stato sufficiente a salvare la vita di Alika, il video è stato comunque utile a rintracciare il suo aggressore, che è stato riconosciuto dalle forze dell’ordine.

Conclusioni

In conclusione, stupisce come a fronte di una letteratura di ricerca ormai consolidata sul tema dell’effetto spettatore manchi anche tra i grandi quotidiani nazionali una cultura psicologica che permetta di leggere i fatti in maniera corretta e preservare le vittime.

Alimentando una gogna mediatica nei confronti dei testimoni si corre il rischio di sommare al dolore inevitabile del trauma subìto quello della colpa per non aver fatto abbastanza per evitarlo. Un vissuto assai comune tra le vittime di abuso è infatti quello di assumersi la responsabilità dell’accaduto.

 

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