Il lupo della steppa, di H. Hesse – Recensione

“Il lupo della steppa” è un romanzo drammatico, decisamente minuzioso nel tratteggiare lo scenario mentale del protagonista lungo il corso delle pagine

ID Articolo: 194473 - Pubblicato il: 09 settembre 2022
Il lupo della steppa, di H. Hesse – Recensione
Messaggio pubblicitario SFU 2022

“Il lupo della steppa” è un romanzo che si pone come tacita denuncia a una società fondata su un individualismo talvolta isolante, altresì su valori che (pre)destinano alla solitudine e, per questi versi, sviscera un tema sociale pregnante e attuale.

 

Sono una bella cosa la contentezza, l’assenza di dolore, le giornate tollerabili e accucciate, nelle quali né il dolore né il piacere osano alzar la voce, ma tutto bisbiglia e cammina in punta di piedi. Se non che io sono purtroppo fatto così, non sopporto questa contentezza, che dopo un po’ mi diventa odiosa e insopportabile e ributtante, e devo rifugiarmi disperato in altre atmosfere, possibilmente passando per le vie del piacere ma, in caso di bisogno, anche per le vie del dolore. (…) Ma, grazie a Dio, c’erano anche eccezioni, c’erano talvolta, di rado, anche ore diverse che arrecavano commozioni, doni, abbattevano muri e riportavano me, sperduto, verso il cuore vivente del mondo. (Hesse, 1999, p. 31)

Introduzione

Messaggio pubblicitario  “Il lupo della steppa” è un romanzo drammatico, scritto da Hesse (1999), decisamente minuzioso nel tratteggiare lo scenario mentale del protagonista lungo il corso delle pagine.

Sin dalle prime righe balza all’occhio il suo spessore filosofico ed introspettivo.

Un crescente e tormentoso viaggio interiore – dal sottile lieto fine – che parla di apertura, creatività e cambiamento.

La trama del libro

Le pagine narrano circa le memorie del protagonista, Haller, la cui personalità pare scissa in due indistricabili parti “così intrecciate, ostili e confuse” (p.55), una certa parte più mondana, borghese, sociale e, l’altra, più selvaggia, solitaria, animalesca.

Tra queste due parti, è l’ultima – per buona parte delle vicende – a prevalere, quella che per l’appunto renderebbe il protagonista una bestia solitaria, e cioè: un lupo della steppa, condannato a sviscerare (di pari passo al lettore) i meandri del proprio dolore interiore nel flusso ideativo del crudo nichilismo.

In un certo senso, l’insofferenza del protagonista è determinata dalla costellazione delle proprie credenze, della sua profezia autodeterminante, dal suo piano personale –o, se volete, dal suo desiderio inconscio–, tale da essere carnefice e vittima di sé stesso, avendo anelato e costruito appassionatamente quello spazio individuale ed indipendente che diverrà il patibolo della sua solitudine, lontano dal mondo. Uno spazio in cui il dolore diviene rifugio caro, oceano a cui abbandonarsi (Bedrosian e Beck, 1980; Miller et al., 2017)

Verso la fine del romanzo, tuttavia, il lettore è posto di fronte a una scena tortuosa e onirica: essa, agli occhi di Haller, assume i tratti dell’insight, della rivelazione.

In questa parte dello scritto, infatti, ci si ritrova proiettati all’interno di una sorta di teatro dell’assurdo, composto da una moltitudine di stanze in cui è possibile vivere tutta una serie di esperienze intricate, estreme e allucinanti –indossando simbolicamente delle maschere sociali.

Il corrispettivo di ciò che oggi si potrebbe ritrovare inscenato ad esempio in “Black Mirror” o, addirittura, nella serie più recente “Squid Game”.

In questi spazi eterei e informi Haller farà un lungo viaggio dentro sé, nelle sue parti messe in scena per mezzo del lavoro onirico (Freud, 2014), che lo porterà a guardare ogni tassello del giuoco della vita da una prospettiva nuova e differente, utilizzando la creatività e l’ironia tipica dei drammi.

Difatti, le sue pulsioni e i suoi istinti andranno a riscoprire il piacere della vita, e ciò avverrà grazie a un incontro che si rivelerà determinante per il suo futuro, tanto da ispirarlo a ristrutturarsi nello spirito e nella carne: tutto, da questo momento in poi, assumerà un sapore inedito e diverso.

Punti chiave del libro

Tra i tanti, tre i punti chiave che mi paiono degni di essere annoverati a seguire.

  • L’idea della “malattia mentale” vista in ottica sistemica, culturale ed ecologica: “La malattia psichica di Haller (oggi lo so) non è l’ubbia di un individuo, bensì il male del nostro tempo, la nevrosi della generazione alla quale Haller appartiene e dalla quale non sembrano colpiti gli individui deboli e minorati, ma proprio i forti e più intelligenti. […] Sofferenza vera, inferno, diventa la vita umana solo quando due epoche, due civiltà, due religioni si intersecano. Un uomo dell’antichità che avesse dovuto vivere nel medioevo vi sarebbe miseramente soffocato, allo stesso modo che dovrebbe soffocare un selvaggio in mezzo alla civiltà nostra. Haller è uno di quelli che vengono a trovarsi fra due epoche. Ciò che egli dovette assaporare solitario e incompreso, oggi, lo soffrono migliaia e migliaia di uomini (pp. 24-25)”. Utile anche evidenziare come “la malattia” depressiva venga tratteggiata in maniera sublime e coerente durante queste pagine. Un tormento dello spirito incastonato egregiamente tra una parola e l’altra. Haller, il protagonista “[…] lanciava anzitutto contro sé stesso tutto l’acume, la critica, la malignità e l’odio di cui era capace. In quanto al prossimo egli faceva di continuo i più seri ed eroici tentativi di amarlo, di essere giusto, di non fargli del male poiché il precetto “ama il tuo prossimo” era radicato nel suo cuore quanto l’odio della propria persona; sicché per tutta la vita dimostrò con l’esempio che senza amare sé stessi non è possibile neanche amare il prossimo, che l’odio di sé è identico al gretto egoismo e produce infine il medesimo orribile isolamento, la medesima disperazione” (p.12).
  • La concezione della coscienza non come luogo ma come costante processo, teso a unificare molti schemi cognitivo-affettivi differenti e co-esistenti nella persona –talvolta in dissonanza reciproca–; concetti, questi, ben sintetizzati nelle frasi “in realtà nessun io, nemmeno il più ingenuo è un’unità, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità. Che ciascuno tenda a prendere questo caos per un’unità e parli del suo io come fosse un fenomeno semplice, ben fissato e delimitato: questa illusione ovvia per ogni uomo (anche per il più elevato) sembra una necessità, un’esigenza di vita come respirare e mangiare. Questa illusione è frutto di una semplice trasposizione. Come corpo ogni uomo è uno, come anima mai” (p.73); “[…] Il petto, il corpo, è infatti sempre uno, le anime invece che vi albergano non sono due o cinque, ma infinite; l’uomo è una cipolla formata di cento bucce, un tessuto di cento fili”. (p.78).
  • L’idea di cambiamento, quale dinamica attivata da una profonda esperienza ristrutturante, emotivamente catartica e perturbante, in cui non è il sapore a cambiare, ma la percezione che d’esso si ha (Ellis e Gaines, 1973).

La vita, in realtà, è come un gioco – “Solo per pazzi”

Sai, questa vita mi confonde
Coi suoi baci e le sue onde
Sbatte forte su di me
Vita, che ogni giorno mi divori
Mi seduci e mi abbandoni
Nelle stanze di un hotel (Diodato, Che vita meravigliosa)

Messaggio pubblicitario  “Il lupo della steppa” è un romanzo che si pone come tacita denuncia a una società fondata su un individualismo talvolta isolante, altresì su valori che (pre)destinano alla solitudine. Per questi versi, si sviscera un tema sociale pregnante e attuale. Come tiene a precisare Hesse nelle note a termine del suo romanzo, la storia si organizza attorno a un processo di cambiamento, una arzigogolata transizione verso un paradigma socio-esistenziale che, dalla giungla interiore, richiama Haller –e forse l’intera generazione ch’egli incarnerebbe– alla vita lì fuori. Per far ciò, il protagonista, dovrà tessere nuovi legami, imparando, via via, a muoversi in quel delicato compromesso –in termini anacronistici ma efficaci– tra eros e thanatos, tra principio di piacere e principio di realtà, secondo un registro di rango più maturo ricorrendo allo humor; in equilibrio dinamico: tra gioco e realtà (Winnicott, 1991; Bergson, 2011).

Ognuno, d’altro canto, rifacendosi alla teoria dell’azione sociale di Goffman (2021), reciterebbe nella vita dei ruoli culturalmente determinati e alimentati, dalle cui interazioni dinamiche emergerebbe quel peculiare mix: l’idiosincrasia del soggetto.

Nella fattispecie, egli, il lupo della steppa, muta, si complessifica per mezzo dell’interazione con nuovi altri, tornando a far parte del mondo, barattando un po’ di sicurezza in cambio di felicità (Freud, 2012).

Se consideriamo il lupo della steppa con questo criterio, capiremo perché soffra tanto della sua ridicola duplicità. Egli crede, come Faust, che due anime siano troppe per un solo petto e pensa che lo debbano dilaniare. Sono invece troppo poche” (pp.73-74); “[…] Percorrerai la via più lunga, più difficile, più faticosa del divenire uomo, dovrai moltiplicare ancora più volte la tua duplicità, complicare ancor più la tua natura complicata. Invece di restringere il tuo mondo, di semplificare la tua anima, dovrai accogliere più mondo e infine il mondo intero nella tua anima dolorosamente ampliata per poter giungere forse un giorno alla fine, al riposo. Ogni nascita è separazione dal tutto, è limitazione, distacco da Dio, nuovo doloroso divenire. Il ritorno al tutto, l’annullamento della dolorosa individuazione, il divenire Dio significa aver allargato talmente la propria anima da poter riabbracciare l’universo. (pp.78-79)

Conclusione

“Il lupo della steppa” è un classico che, a parer di chi scrive, è teso a descrivere il paradosso che è il gioco ciclico e circense della vita, in cui ognuno può –e anzi dovrebbe poter– essere uno, nessuno, centomila, poiché Hesse parrebbe suggerire che è proprio da ciò, da queste relazioni dinamiche, che la persona emergerebbe: ossia, da quel peculiare modo in cui i propri colori o i propri personaggi in cerca d’autore verrebbero affiancati, disposti e miscelati, in altre parole, messi in scena (Seligman, 2005; Pirandello, 1997; 2011).

 

Consigliato dalla redazione

La strada (2006) Ding an sich - Recensione del libro

'La strada' racconta un mondo post apocalittico caotico dove i protagonisti non hanno nome e l'ordine è ridotto all'essenziale, buoni/cattivi, vivere/morire

Bibliografia

  • Bedrosian, R. C., e Beck, A. T. (1980). Principles of cognitive therapy. In Psychotherapy process (pp. 127-152). Springer.
  • Bergson, H. (2011). Il riso. Saggio sul significato del comico (Vol. 2300). Feltrinelli Editore.
  • Ellis, A., e Gaines, C. (1973). Rational-emotive therapy (pp. 32-44). Big Sur Recordings.
  • Freud, S. (1927). L’umorismo. Opere (1924-1929), 10, 505.
  • Freud, S. (2012). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Newton Compton Editori.
  • Freud, S. (2014). L’interpretazione dei sogni. Baldini & Castoldi.
  • Goffman, E. (2021). The presentation of self in everyday life. Anchor.
  • Hesse, H. (1999). Il lupo della steppa (Vol. 151). Edizioni Mondadori.
  • Miller, G. A., Eugene, G., e Pribram, K. H. (2017). Plans and the Structure of Behaviour. In Systems Research for Behavioral Sciencesystems Research (pp. 369-382). Routledge.
  • Nardone, G., e Watzlawick, P. (2005). Brief strategic therapy: Philosophy, techniques, and research. Jason Aronson.
  • Pirandello, L. (1997). Sei personaggi in cerca d’autore. Gallimard.
  • Pirandello, L. (2011). Uno, nessuno, centomila. Einaudi.
  • Seligman, S. (2005). Dynamic systems theories as a metaframework for psychoanalysis. Psychoanalytic Dialogues, 15(2), 285-319.
  • Winnicott, D. W. (1991). Playing and reality. Psychology Press.
State of Mind © 2011-2022 Riproduzione riservata.

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Messaggio pubblicitario